Il solito governicchio

Doveva essere il governo dei duri e puri. Ed ancora pennivendoli prezzolati ed economisti replicanti inneggiano al miracolo di Monti: il mitico “spread” continua a calare, segno della rinnovata fiducia che i mercati, giudici infallibili e imparziali, nutrono nelle sorti dell’Italia. Il mondo politico è attraversato da una nuova corrente, i “montiani”, che plaudono a qualsiasi iniziativa, per quanto estemporanea essa sia,
intrapresa dell’esecutivo tecnico. Monti è bravo, bravissimo, ha salvato la patria, ha autorevolezza nel mondo, tutti ce lo invidiano, teniamocelo per ancora non si sa quante legislature a venire.
L’esito miserevole del decreto sulle “privatizzazioni” non placa le lodi che da più parti vengono cantate per l’ex-rettore della Bocconi; eppure si è dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che questo è un governo arrogante con i più bisognosi e genuflesso, direi prono, con i lobbisti di ogni risma. Senza pensare alla connivenza chiara e patente con il potere finanziario, mondo da cui il Presidente del Consiglio dei Ministri proviene e in cui molti dei ministri hanno radicati interessi di lungo periodo.
Solo un già segretario del PD, Walter Veltroni, artefice del peggior risultato elettorale della sedicente sinistra riformista, non si è accorto della vera natura dell’attuale governo. Certo il confronto con chi l’ha preceduto rende principe qualsiasi rospo, senza alcun bisogno di interventi amorosi: siamo passati da un esecutivo non presentabile e nemmeno di destra ad uno di eloquio forbito e di maniere garbate, ma veramente e
profondamente di destra. Analizziamo i primi cento giorni.
Quando si sostiene da parte dell’ex maggioranza che il Governo Monti sta facendo quanto era sua intenzione di fare a partire dal 2006 si dice una verità inequivocabile e se il Governo Berlusconi queste cose non le ha fatte è solo perché ne era incapace progettualmente e troppo impegnato ad inseguire la salvezza giuridica del capo, fino all’intemerato confronto con il ridicolo. Il dicastero dell’economia era affidato ad un
personaggio abile fiscalista, ma mediocre economista, un personaggio che riusciva a prevedere gli eventi due anni dopo che si erano verificati, la cui unica ricetta per tenere in ordine i conti dello Stato era quella di togliere un po’ a tutti senza un minimo discernimento e che si vantava di leggere “fortunatamente” pochi libri.
Il governo tecnico ha iniziato il suo mandato con il decreto cosiddetto “salva Italia”. E qui si sente un coro; tutti i commentatori assennati (o almeno come tali si presentano) dicono all’unisono: “Ricordiamoci che quando Monti è arrivato l’Italia era sull’orlo del baratro ed il rischio Grecia era dietro l’angolo”. Un ragionamento privo di dubbi e pieno di asserzioni. Partendo dal fondo, è almeno dubbio che la situazione della Grecia fosse inevitabile e che sul suo determinarsi non abbiano pesato le scelte di una direzione economica internazionale tutta votata al verbo monetarista. Quello stesso verbo che ha determinato il prodursi della crisi dei paesi occidentali, e che oggi detta le regole per la fuoriuscita da essa, le stesse regole che l’hanno prodotta.
È poi molto più dubbio che la situazione italiana fosse paragonabile a quella greca, visto l’apparato industriale che differenzia profondamente i due paesi.
Ma veniamo al dunque. Monti ha ripreso il paese per i capelli, si dice. Ma chi può con onestà intellettuale sostenere che quella intrapresa a dicembre fosse l’unica strada possibile per ottenere lo scopo? Ed esemplifichiamo. È stata messa in atto brutalmente una riforma del sistema previdenziale, che viene ritenuta ineludibile e tardiva, ma definitiva. La previdenza italiana ha subito negli ultimi diciotto anni molte riforme
corpose e sempre “definitive”; diritti dei lavoratori sono stati negati da un giorno all’altro e sempre in presenza di un sistema pensionistico in equilibrio finanziario. Su questo terreno non si è guardato in faccia a nessuno (ovverosia ai pensionati ed ai pensionandi), ma lo stesso polso fermo non si è tenuto due mesi dopo sulle
professioni. Era ovvio che la pervicacia del governo nel perseguire i lavoratori dipendenti non fosse determinata da un bisogno di “equità” o dall’invecchiamento della popolazione (cosa ci farà un sessantasettenne in catena di montaggio?), visto che l’INPS era in attivo, per di più assolvendo prestazioni che avrebbero dovuto essere a
carico della fiscalità generale, ma discendesse solo dal bisogno di far cassa. Nel rivendicare l’imparzialità nell’azione governativa ci viene detto che anche i capitali scudati sono stati toccati, dimenticando che il prelievo aggiuntivo è solo dell’1,5%, che sommato al prelievo iniziale fa il 6,5%, poco confrontabile con il 23% che si paga di tasse come aliquota IRPEF sui redditi più bassi; questo senza alcuna possibilità di entrare nel merito della provenienza molto probabilmente illecita di quei capitali. Il vulnus al patto intercorso tra Stato ed evasori (patto dichiarato pressoché inviolabile, mentre lo è tranquillamente quello con i lavoratori dipendenti che pagano regolarmente le tasse ed i contributi per le loro pensioni) ha fruttato un miliardo e mezzo e se si
fosse prelevato invece il 5%, il ricavo avrebbe coperto quanto sottratto al sistema previdenziale.
Si obietta che questa è una manovra strutturale, mentre non lo sarebbe stato il prelievo forzoso sui capitali scudati, ma un’emergenza è un’emergenza e si attua con strumenti immediati, rinviando le manovre strutturali ad un approccio più meditato. Ma l’intenzione di colpire i ceti meno abbienti trova riscontro nell’accanimento con cui si persegue l’abolizione dell’articolo 18 della legge 300/70. Persino ampi settori del mondo imprenditoriale sostengono che questo è l’ultimo dei loro problemi; in Italia giornalmente in questo periodo dei lavoratori vengono licenziati e si cerca di gabellare che gli investimenti esteri non vengono per le poche, pochissime cause di reintegro che avvengono ogni anno, conseguenti quasi sempre o a licenziamenti contro attivisti sindacali o per discriminazione razziale. L’abolizione dell’articolo 18 è uno scopo che la destra persegue del 2002, uno dei chiodi fissi dei governi Berlusconi, una missione per l’allora ministro Sacconi, e ha solo l’obiettivo di affermare platealmente il rinnovato dominio assoluto del capitale sulla forza lavoro; non a caso un fervido sostenitore di questo provvedimento è Marchionne, che di detto dominio ha fatto la ragione
della propria esistenza.
Il ridicolo però è stato raggiunto molto recentemente. Per oltre un mese il Governo ha parlato di modello danese per gli ammortizzatori sociali, sostenendo che l’abolizione dell’articolo 18 avrebbe avuto come contraltare l’estensione delle garanzie per i lavoratori in mobilità, garanzie ben più ampie di quelle della possibilità di reintegro sul proprio posto di lavoro ingiustamente negato. Ebbene ad un giorno dell’incontro con
le parti sociali il Ministro Fornero (quella dalla lacrima facile, modello Medjugorje) ha disdetto il tutto perché si è accorta (che scoperta!), che per il modello danese non ci sono le risorse, anche se applicato in forma annacquata. E mentre Monti si affanna a dire che il pareggio di bilancio sarà un obiettivo centrato nel 2013 e questo senza manovre aggiuntive, il paese è in recessione, le entrate tributarie decrescono e la smentita di nuovi interventi di riaggiustamento del bilancio sembra più un esorcismo: scusa non richiesta, accusa manifesta.
I vertici dell’ABI hanno rassegnato in blocco le dimissioni perché le banche non possono essere costrette a fornire servizi gratuitamente, e così quei notori evasori fiscali dei pensionati la cui pensione supera di poco i 1.500 € dovranno foraggiare il sistema bancario per riscuotere quanto dovuto, grazie al governo dell’equità e della lotta all’evasione, che li ha costretti a tracciare con carte di credito i loro sporchi affari. Nessuno replica che le banche, che si scoprono enti privati e non di servizio pubblico, nel frattempo stanno prendendo soldi pubblici europei a tassi ridicoli (1%), che dovrebbero riversare nel sistema economico e che invece erogano discrezionalmente a tassi elevatissimi o investono nei Buoni del Tesoro, riprestandolo all’erario a tassi
maggiorati (5%). Che bel giochino Madama Dorè!

La Redazione