Il valvassino

Nelle riunioni dell’euro gruppo (il 19 dell’euro) si aggira un valvassino di Rignano sull’Arno che si distingue per la sua compostezza e per l’obbedienza ossequiosa al potente feudatario tedesco. Mentre gli altri vassalli e valvassori ringhiano, edificano recinti di filo spinato anti immigrati (Ungheria e Bulgaria), minacciano le più tremende punizioni (Finlandia, Lituania e Repubblica Ceca), cercano in ogni modo di ricondurre alla ragione la parte greca del feudo, il rignanese si guarda intorno e borbotta con voce
sommessa: bisogna cambiare, ma aspettiamo cosa decidono i padroni e ripete un mantra “regole, regole, regole”.
Mentre i padroni del feudo, la Merkel e Hollande, affiancati da Juncker, il lussemburghese Presidente della Commissione europea esperto in dumping
fiscale (per aver offerto a contribuenti degli altri paesi europei condizioni fiscali migliori di quelle dei propri paesi) e da Mario Draghi si riuniscono e decidono il da farsi, Matteo Renzi si aggira sommesso nell’anticamera della riunione dei 19 e intanto pensa ai problemi di casa sua: come costringere tutti a ingoiare una legge sulla mala scuola, come proseguire indefinitamente a inquinare a Monfalcone e a Taranto con la scusa di non fermare il lavoro, come rimettere insieme i cocci di una maggioranza che si sfarina sempre più, soprattutto al Senato, messa in crisi da arresti e defezioni.
Certo l’aiuto delle sue donnine è prezioso e l’oca giuliva, ministra per i rapporti con il Parlamento, vomita oscenità giuridiche atteggiandosi a esperta costituzionalista, continua a insultare a destra e a manca, nella speranza di tenere a bada le opposizioni, ma nella Commissione affari costituzionale Governo e opposizioni sono 14 a 14 e la parità al Senato fa voto negativo. Bisogna approntare una campagna acquisti: del
resto glielo ha insegnato papà Berlusconi. Nell’ex ditta la Serracchiani, continuando a vomitare insulti e oscenità anche lei, si gonfia come un gallo cedrone e prova a negare le sconfitte e a tenere le redini dei deputati e senatori rimasti, mentre Orfini fa la conta di senatori e deputati indagati, suoi e degli alleati dell’NCD, in Parlamento, complice le cliniche della Divina Provvidenza per Azzolini e nelle amministrazioni locali, a Roma
come in Calabria.
Eppure il valvassino non è preoccupato più di tanto. Sa che in casa le opposizioni sono incapaci di organizzarsi e fa finta di non vedere la crescita di consensi del neofascista Salvini e quella dei cinquestelle che mettono in campo una squadra sempre più autonoma da Casaleggio e Grillo. Poco importa che l’esempio greco stia galvanizzando Podemos in Spagna che accresce i suoi consensi mentre Rajoy è sommerso dagli scandali e dalle ruberie e pratica una politica sociale che impoverisce sempre di più il paese, impone, servile, la ricetta dei sacrifici neo liberisti, colpisce il lavoro. Poco importa che altrettanto stia avvenendo in Irlanda e Portogallo.
Una risposta da sinistra gli sembra quanto mai lontana tanto più che tutti i partiti socialdemocratici europei sono allo sbando, appiattiti sulle politiche neoliberiste e fanno la faccia feroce da cani da guardia della Merkel e di Schäuble, ministro tedesco dell’economia, rappresentante di quel sottobosco ben più radicale del mondo
finanziario e imprenditoriale tedesco che vorrebbe fare fuori i greci dopo averli spremuti al massimo.
Eppure il valvassino sa che è toccato all’Italia pagare quando si è trattato di rimborsare gli investimenti speculativi sul debito greco delle banche tedesche e francesi, sborsando ben 55 miliardi di euro, 50 dei quali sono stati girati direttamente alle banche suddette e in Grecia non sono mai arrivati, come ha ricordato Tsipras nel suo intervento al Parlamento europeo. In cambio il padrone tedesco ha chiuso un occhio sulle inadempienze dei vassalli italiani e poi quando il padrone chiama bisogna rispondere e soprattutto fare i compiti a casa in modo diligente, reprimendo l’opposizione sociale, la gente in carne e ossa, facendo pagare i poveri che hanno si pochi soldi ma sono tanti. Altrimenti i padroni si arrabbiano e tolgono il sostegno a una economia che non cresce, malgrado la privazione dei diritti dei lavoratori con il Job Act, malgrado gli esodati e gli interventi sulle pensioni, malgrado le regalie alle imprese per ogni assunzione a tempo indeterminato a licenziamento immediato per effetto della nuova legislazione sul lavoro.

Un collettivo al lavoro

Fa impressione vedere al lavoro il Governo greco che agisce come una squadra e non come un club di prime donne e primi uomini, che opera come un collettivo, che lavora per il bene del proprio paese e nel quale in nome dell’interesse collettivo ognuno è pronto a lasciare se necessario la carica che ricopre. Quale politico italiano si sarebbe fatto da parte dopo aver vinto in una scadenza elettorale come ha fatto Varoufakis? La
struttura collettiva del governo greco invece lo consente e un marxista di sinistra quasi consiliarista come il ministro dimissionario viene sostituito da un marxista come Euclid Tsakalotos, dai modi certo meno rudi, più oxfordiano, ma altrettanto omogeneo alla strategia collettiva del gruppo dirigente greco.
Si perché questo collettivo sa che solo tenendo conto della fragilità di un’accolita di vassalli, valvassori e valvassini, mossi dall’indole servile quali sono i leaders europei e giocando sul piano geostrategico la Grecia può salvarsi. E allora sul piano interno non tocca le spese militari. spuntando l’arma di un ipotetico golpe sostenuto da alcuni ambienti europei e da un lato, utilizzando la mediazione della Chiesa Ortodossa greca, con la quale concorda una gestione comune con lo Stato di molti beni ecclesiastici per promuovere investimenti e attraverso di essa ottiene i buoni uffici di quella ortodossa russa, si incontra con Putin, firma un primo accordo sul TAP per garantirsi futuri diritti di passaggio (due milioni di euro annui, per ora), mostra una certa disponibilità a offrire i suoi porti alla flotta russa del Mediterraneo, si vede offrire aiuti per restare nell’Unione
Europea: in cambio Tsipras dichiara di volersi opporre alle sanzioni a Mosca.
Poi informa di queste possibilità Obama e chiede un intervento americano sulla Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale che gli USA controllano, per ottenere per questa via una ristrutturazione del debito. E gli USA, messi in allarme dall’indebolimento potenziale del lato sud della NATO, intervengono in modo sempre più pressante e fanno schierare ufficialmente il FMI per la ristrutturazione del debito greco. Il documento che lo afferma viene tenuto nascosto dalla diplomazia europea per impedire che influenzi il referendum nel frattempo indetto in Grecia.
Già, il referendum, finalizzato non solo e non tanto, come sostengono i giornali servili di tutti i paesi europei a imporre la volontà del popolo greco ai popoli degli altri paesi, pretendendo di essere finanziati, ma a verificare il consenso popolare alla politica del governo greco per giocare a tutto campo, a livello geopolitico, il confronto con una direzione dell’UE di tipo medioevale, fatta da signori abituati a operare nell’ambito di una economia curtense, sia pure di dimensioni continentali, convinti come sono che intorno al polo tedesco debbano gravitare vassalli come la Francia, valvassori come la gran parte dei paesi del nord Europa e valvassini, appunto, come Renzi, il quale sembra dire “Il coraggio ce l’ho ma è la paura che mi frega”.

Chi perde e chi vince

Comunque finisca un fatto è certo. Si è capito in giro per l’Europa che si può e si deve. Bisogna uscire dalle politiche neoliberiste, rigenerare le classi politiche, celebrare finalmente il funerale della classe dirigente della cosiddetta sinistra storica, seppellire i cadaveri del Novecento e questo, sotto la spinta dei bisogni degli abitanti dei diversi paesi può avvenire in modo rapido e inatteso, molto prima di quanto ci si possa attendere.
Certo in Italia è più difficile che altrove, perché la popolazione di media e tarda età del paese (anche se in misura sempre minore, vedi le astensioni crescenti) è convinta che ancora qualcosa sia rimasta di quella che fu l’esperienza del PCI; perché il peso del ceto politico è rilevante, in valore sia assoluto che relativo, rispetto al totale della popolazione e ha costruito una rete di interessi, di potere, di malaffare che è diffusa e ramificata e perciò difficile da estirpare. Ma l’insofferenza e l’odio sociale crescono, alimentate da provvedimenti come quello sulla scuola che stanno mobilitando in modo permanente e diffuso il paese.
Perciò mentre ci si astiene dal voto, il Paese comincia a mobilitarsi, attraverso un fiorire di fronti di lotta che attendono di essere saldati e di collegarsi in rete. Quando questo avverrà per Renzi e le sue donnine comincerà la fine.
L’autunno sociale che si prepara non è e non sarà una rimasticatura ideale e speranzosa di passate stagioni di lotta, ma tutto ci dice che parteciperemo a una mobilitazione di ceti e di classe sempre più sconvolte dalla crisi che difficilmente il valvassino di Rignano sull’Arno riuscirà a controllare.
Lavoreremo con tenacia e come collettivo per questo risultato.

La Redazione