Dossier Ucraina – La crisi ucraina

L’espansione ad Est della Unione Europea non è mai avvenuta in modo pacifico. Tuttavia mentre i paesi del nord Europa presentavano una configurazione etnica più stabile quelli del lato sud del continente si caratterizzavano storicamente per una maggiore instabilità per cui possiamo dire che la crisi Ucraina non costituisce il primo punto di scontro tra la Nato e la Russia dopo il 1992. Il primo confronto si ebbe in Bosnia Herzegovina e poi fu la volta del Kosovo dove i paesi occidentali, e soprattutto gli Stati Uniti, hanno sostenuto una divisione a base etnica nel definire le entità politiche nell’area, come era già nei programmi di Woodrow Willson alla Conferenza di Parigi dopo la fine della prima guerra mondiale. Negli anni ‘90 gli USA e la Nato fecero dell’autodeterminazione attraverso un referendum lo strumento per determinare la nascita di una nuova entità statale e oggi la Russia segue la stessa strada per la Crimea e il Dombas.
Vi è dunque un’area di instabilità ai confini orientali dell’Unione Europea che non ha ancora manifestato tutte le sue criticità. Resta infatti aperta la questione della Transnistria, parte del territorio della Moldova di fatto indipendente, nel quale è ancora acquartierata la XIV° divisione della ex Armata Rossa con i suoi immensi depositi di armi. Impensierisce poi fin da ora la questione della minoranza russofona ancora
aperta in Lettonia ed Estonia.
Ciò premesso non ci vuole molto a ipotizzare una durevole area di crisi in questi territori i cui problemi sono il frutto non solo della storia che ha visto lo stanziamento in queste aree di popolazioni di origine germanica, ma ha conosciuto gli effetti della politica staliniana di rimescolamento delle popolazioni, proprio al fine di creare una situazione di maggior controllo del territorio attraverso la presenza di popolazioni di lingua
russa.

L’Ucraina, una situazione speciale

Sia pure all’interno del quadro generale appena sommariamente descritto quello dell’Ucraina è un caso speciale. L’Ucraina storica è prevalentemente quella che si estende a oriente del fiume Dnepr con la sua capitale Kyiv (Kiev), nella quale venne costituito il regno di Rus’ che dette poi origine alla Russia, con il trasferimento della capitale a Mosca. E’ comprensibile dunque che i russi vedano in questi territori i santuari della loro identità nazionale.
Ma al di la dei richiami storico identitari nei territori ad oriente di Kyiv abitano popolazioni russofone con un ruolo importante nell’immaginario e nella storia russa. Il Dombas è un’area di antica industrializzazione e sviluppo nella quale sono presenti tradizioni slave per ciò che attiene la struttura sociale, caratterizzata da una
forma di vita di tipo assembleare e solidaristico; un territorio che conobbe una prima industrializzazione nel primo ventennio del secolo scorso. Dal Donbas venne larga parte della prima emigrazione russa verso gli Stati Uniti, in quel territorio si sviluppò il movimento educazionista del proletariato contadino e operaio in Russia, in quel territorio si combatterono le grandi battaglie della popolazione russa contro i corpi di spedizione bianchi finanziati dall’Intesa per ripristinare la monarchia zarista. Battaglie vittoriose non solo grazie all’esercito rosso organizzato dai bolscevichi, ma anche e soprattutto ad opera del popolo armato nella Maknovicina, guidata da Nestor Makno.
Non stupisce dunque che oggi, le tradizioni di auto organizzazione e di tipo identitario riemergano, supportati da un prevalente interesse economico a mantenere in vita un bacino produttivo che si caratterizza per il suo Kombinat di aziende minerarie e tecno-meccaniche, aereo-spaziali e altro il quale verrebbe schiacciato, entrando nel circuito economico europeo, dalla capacità produttiva soprattutto tedesca. Se il Dombas e le sue popolazioni vogliono sopravvivere hanno tutto l’interesse a giocare le loro carte sul mercato rappresentato dalla Zona di libero scambio costruita intorno all’economia russa, piuttosto che annegare nel sistema produttivo egemonizzato dalla Germania e peraltro in fase di forte contrazione. Certamente l’appartenenza linguistica della gran parte degli abitanti, la collocazione culturale e sociale di essi, le tradizioni giocano un ruolo nel conflitto in corso, ma le ragioni strutturali e gli interessi economici sono nettamente prevalenti.
Dall’altra parte si colloca l’occidente del paese, territorio da sempre conteso tra Polonia, la Lituania fino alla fine della prima guerra mondiale, parte per secoli dell’impero Austro Ungarico. Questi territori divennero parte dell’attuale Ucraina soprattutto dopo la seconda guerra mondiale e sono da sempre influenzati dai popoli che li circondano, pur trattandosi di popolazioni prevalentemente slave. E’ naturale dunque che per queste
ragioni esse si sentano più vicine all’Europa e la loro economia è direttamente egemonizzata dalla penetrazione tedesca. Si tratta però di legami antichi anche in questo caso: basti ricordare il reclutamento della Wehmarcht in questi territori, il che spiega le radici profonde dei gruppi neonazisti che oggi sostengono il governo ucraino
filo occidentale, cosi presenti nelle vicende di Piazza Maidan.

Il ruolo delle Chiese e dei cappellani militari nel conflitto

L’Ucraina è un paese ad alta densità di enti religiosi: se ne contano infatti ben 55.000 in quanto ognuna di esse ha il riconoscimento della personalità giuridica civile. La religione prevalente è quella ortodossa, ma organizzata in tre Chiese: La Chiesa Ortodossa, metropolia di Kiev di obbedienza moscovita che ha per Metropolita Onufry; La Chiesa Ortodossa Ucraina, patriarcato di Kiev, retta dal metropolita Filaret e separatasi dalla Chiesa russa nel 1995 e la Chiesa Ortodossa Autocefala di Ucraina. Queste confessioni religiose sono affiancate dalla Chiesa cattolica che ha costituito un proprio patriarcato di rito orientale, dalla Chiesa luterana e dai mussulmani. Tutte queste organizzazioni religiose sono riuniti in un organismo di cooperazione con il
governo per l’assistenza religiosa nelle forze armate. I cappellani militari ucraini sono molto attivi nelle relazioni internazionali e sono stati addestrati dopo l’indipendenza del paese dai cappellani militari USA negli Stati Uniti. Pertanto essi svolgono un ruolo attivo nel motivare le truppe. In particolare la Chiesa Ortodossa Ucraina, patriarcato di Kiev, retta dal metropolita Filaret, ha effettuato a proprie spese delle forniture di equipaggiamento ai soldati, soprattutto impianti di comunicazione per migliorarne l’efficienza dei reparti.
Questo coinvolgimento delle Chiese nell’attività bellica ci dice molto sugli interessi in gioco e dei rapporti con un esercito professionale, peraltro largamente inefficiente e perciò di recente integrato da corpi paramilitari volontari, come il battaglione Azov, incorporato con decreto del ministro degli Interni nella Guardia Nazionale: una formazione dichiaratamente neo nazista, erede di Stepan Bandera, partigiano filo nazista e anti russo. Sono prevalentemente formazioni di questo tipo quelle impegnate nel Dombas.
A sostegno del golpe messo in atto dalla piazza “buona” di Maidan, che ha imposto il rovesciamento delle precedenti elezioni, si è schierata naturalmente la Germania per acquisire il controllo del territorio ucraino, realizzando il progetto di espansione tedesca nei territori slavi, uno degli obiettivi individuati da Hitler nel Mein Kampf. Essa tuttavia deve fare i conti con gli accordi ancora segreti degli Urali fra Gorbaciov e Koll,
che permisero la dismissione dei paesi satelliti dell’URSS e l’unificazione della Germania senza sparare un colpo. Allora nel liberarsi del peso economicamente insostenibile dei paesi dell’Est Europa la Russia ottenne la creazione di un ampio spazio smilitarizzato ai suoi confini costituito da una cintura di stati tra i quali l’Ucraina.
L’annessione dell’Ucraina alla Nato mette in crisi questa strategia in uno dei fronti più vulnerabili dei confini della Russia, ma soprattutto sfila il paese dal mercato che essa sta cercando di creare con la zona di libero scambio ai suoi confini.

Interessi popolari e interessi russi

Tutto ciò premesso viene da chiedersi come si collocano gli interessi della popolazione in relazione all’indipendenza e integrità nazionale e alle pretese del governo di Kiev e dei suoi alleati occidentali e quelli della Russia.
Certamente se il criterio di soluzione dei conflitti attuali e futuri passa per l’autodeterminazione, come hanno sempre sostenuto gli americani e i governi occidentali, ci attende una lunga fase di rivendicazioni legittime delle popolazioni russofone, difficilmente confutabile e foriera di conflitti locali. E, d’altra parte, il
rispetto dell’integrità territoriale degli Stati non può essere invocato solo quando fa comodo!
Ciò che colpisce i lavoratori e le masse proletarie dell’est e dell’ovest è l’alimentazione della falsa coscienza che le rivendicazioni nazionaliste possono alleviare o risolvere i problemi di convivenza. E’ un fatto che lo scontro in atto ha disarticolato la presenza organizzata dei comunisti anarchici, ben viva soprattutto nell’area del Dombas attraverso la propria organizzazione sindacale. Oggi le forze anarchiche in Ucraina sono divise e pressoché inesistenti nelle loro capacità operative non solo perché non vogliono scegliere di schierarsi con uno dei nazionalismi in campo, ma perché è divenuto impossibile in questa situazione difendere i diritti dei lavoratori in modo organizzato. Inoltre, molti giovani anarchici, dietro la bandiera dell’anti autoritarismo
svolgono una attività di sterile ribellismo, inconsapevoli della grave situazione nella quale versa la popolazione.
Perciò per ripartire e offrire un’alternativa essi non possono che abbandonare le forme di nichilismo alternativistico dietro le quali si maschera l’assenza di qualsiasi visione della società per ritornare ad una difesa stretta degli interesse di classe lavoratrice Ad essi è dedicata la nostra analisi della situazione perché inizino un percorso di riflessione e di riaggregazione organizzativa, riscoprendo il comunismo anarchico.