Brrrrr..exit

La scadenza si avvicina; sta per finire anche il periodo transitorio tra l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (31 gennaio 2020) ed il distacco definitivo (31 dicembre 2020). I negoziati per un trattato che regolamenti le relazioni tre le due parti nel futuro si sono interrotti e sono in atto frenetiche consultazioni di vertice per scongiurare un’uscita al buio (no deal); il tutto è legato ad un filo sottilissimo. I nodi da sciogliere sono pochi ed apparentemente marginali, ma nascondono molte insidie.

  1. Parità di condizioni. A prima vista sembra una banalità, ma è il punto più spinoso. Un accordo prevede, infatti, uno scambio di merci paritario, ma se non sono paritarie le condizioni in cui esse vengono prodotte la concorrenza diventa sleale o pericolosa. È noto che le condizioni vigenti nell’Unione sono stringenti per ciò che concerne gli aiuti statali alle imprese, le condizioni del lavoro ed i vincoli ambientali; i britannici sostengono che la loro uscita trova la propria giustificazione più profonda nel sottrarsi a questi vincoli; la logica non fa una grinza, ma allora
    ognuno stia nel suo mercato.
  2. Pesca. L’accesso dei pescherecci comunitari al pescoso Mare del Nord viene messo in discussione dal Regno Unito, ma questo risulta indigeribile all’UE perché, anche se l’impatto economico complessivo è minimo, il danno per i pescatori sarebbe rilevante, con i riflessi sociali conseguenti. Il problema è sentito in particolare da Francia e Belgio.
    ( Ricorrendo alla sadica ironia tedesca la Merchel ospitando, a una cena a Bruxelles Boris Jhonson in occasione di un incontro in exstremis per risolvere i problemi ancora aperti della Brexsit ha fatto servire una cena interamente di pesce proveniente dal Mare del Nord, ricordandosi della firma della Resa dei francesi a Hitler imposta sul vagone di treno nel quale era avvenuta la resa della Germania della firma del trattato di pace di Versailles – sich ! i).
  3. Controversie. Gli europei vorrebbero risolverle presso la Corte di Giustizia Europea ed i britannici vi si oppongono. A colpo d’occhio i secondi sembrano avere ragione, se non fosse che il Governo di Sua Maestà, nella persona del suo attuale Primo Ministro appare internazionalmente poco affidabile, vista la dimostrata propensione a rivedere unilateralmente gli accordi sottoscritti.

Nel trattato dello scorso anno, che ha portato alla realizzazione della Brexit, le parti avevano firmato una clausola che prevedeva che nessuna frontiera sarebbe sorta tra le due parti dell’Irlanda; nello scorcio autunnale il Governo britannico ha portato all’attenzione del Parlamento una legge per rendere non attuabile quella clausola. Il confine irlandese permane come uno dei più grossi problemi irrisolti della Brexit. Johnson appare ora disponibile a ritirare quella proposta, ma questo fa apparire la mossa come uno specchietto per le allodole: tirare la corda oltre ogni limite, per poi rendersi più malleabili, ritirando un’iniziativa estrema e difficilmente attuabile, per ottenere sconti su altri fronti.
Come si vede, la situazione tra le parti ormai allo scorcio delle possibilità di raggiungere un accordo, appare sufficientemente tesa e di difficile composizione. In questo clima è ovvio che sulle due sponde della Manica si stiano apprestando i piani per far fronte ad una separazione non consensuale, dalla quale tutti hanno da temere dei danni anche di grave entità.
La parte che, però, va incontro ai maggiori disagi è quella oltremanica. In mancanza di un accordo commerciale l’assenza della frontiera tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica Irlandese diviene il passaggio privilegiato di merci prodotte con aiuti statali, dumping sociale, incuria ambientale; si pensi a quelle statunitensi i cui standard igienici sono molto lontano dai nostri, che possono giungere nei negozi europei via Gran Bretagna. Sull’altro fronte l’improvviso rialzarsi delle barriere doganali a partire del prossimo 1° gennaio potrebbe ritardare gli afflussi di generi alimentari nell’isola con conseguenza carenza delle derrate che giornalmente giungono dal continente; ma se questo è un problema limitato nel tempo, anche sì di forte impatto sociale, le conseguenze più drammatiche si svilupperanno nel tempo.
L’assenza di un accordo di reciproco scambio non priverà il Regno Unito soltanto di un accesso privilegiato al mercato dei 27 paesi componenti l’Unione Europea, ma anche a quegli altri 73 che sono legati ad essa da ben 42 trattati commerciali, che la Gran Bretagna sarà costretta a rinegoziare. Essa non è ormai più, da tempo, una potenza economica, quanto una potenza finanziaria. L’indebolirsi delle sue potenzialità esportatrici, comunque, entrerà in risonanza col ridimensionamento di Londra  quale metropoli finanziaria di livello mondiale. Stime autorevoli fissano il ribasso del PIL britannico sull’ordine delle doppie cifre (oltre il 10%). Le cose potrebbero peggiorare se la Scozia ottenesse la riedizione di quel referendum, a suo tempo perso, per l’uscita dal Regno Unito allo scopo di rientrare nell’Unione Europea, cui, non a caso, Johnson si oppone tenacemente; una vittoria della Scoziexit, avrebbe come corollario la perdita catastrofica del petrolio del Mare del Nord. Già l’11 di dicembre, al profilarsi sempre più concreto di un “no deal”, la sterlina ha perso in una settimana l’1,2% sul dollaro e lo 0,6% sull’euro.
Di fronte a prospettive così poco invitanti è necessario per lo zazzeruto giocatore internazionale di scacchi diplomatici trovare eventi che rendano giustificabile agli occhi dei suoi elettori la scelta della Brexit per la quale tanto si è speso e sulla quale ha basato la sua ascesa politica. Egli ha evidente bisogno di parare i contraccolpi negativi di un’uscita dall’Unione Europea senza accordo. È così che prende corpo la corsa al vaccino anticovid: la campagna mediatica innescata parla di una Gran Bretagna che batte tutti sul tempo e diviene la “prima” nazione ad utilizzare il vaccino. I media dimenticano che già Russia e Cina stanno vaccinando i propri cittadini, ma si sa, quelli non sono paesi occidentali e i loro vaccini sono inaffidabili come lo sono le nazioni. Diceva un vecchio adagio popolare: “la gattina frettolosa fece i gattini ciechi!”, che poi, detto, in altro modo recita: “la fretta è cattiva consigliera”. L’immagine dell’efficienza del governo britannico, che si è fatto beffe delle precauzioni adottate dal altri, tanto che nemmeno gli USA hanno ancora finito le pratiche per l’approvazione del vaccino della Pfizer, azienda statunitense, e ha soffiato sul didietro della propria agenzia del farmaco per ottenere lo scoop, si è presto incrinata; il giorno dopo le prime somministrazioni due persone hanno manifestato allergie. L’azienda ed il governo hanno minimizzato e disposto che chi avesse manifestato precedentemente forme allergiche non venisse sottoposto al trattamento vaccinale. Sta di fatto che l’evento ha manifestato una falla non prevista e getta una luce sinistra sia sulle sperimentazioni aziendali, sulla loro accuratezza e sulla verifica delle eventuali controindicazioni, sia pure sulle indagini dell’agenzia britannica del farmaco; l’una e l’altra hanno fatto una corsa per battere la concorrenza, ma hanno lasciato per strada lo scrupolo per i loro pazienti ed i loro cittadini.

Saverio Craparo