Il “governatore”[1] dell’Emilia Romagna, il “granitico” Stefano Bonaccini, fa lingua in bocca con la Meloni.
E non da ora. Voglio dire, non è certo la quisquilia di uno dei più grandi disastri ambientali degli ultimi decenni che lega i due personaggi, in apparenza schierati sui lati opposti….dell’emiciclo.
Del resto la differenza fra la destra e la “sinistra” ormai pare essere, appunto, solamente quella del posizionamento topografico. Per carità, meglio la Schlein della Roccella, ma siamo nell’ambito delle classifiche sentimentali non dentro una effettiva presenza politicamente significativa.
Ma il caso Emilia è particolarmente rilevante. Si tratta di una delle regioni più importanti d’Italia dal punto di vista economico, la quarta o terza nella classifica italiana. Ed è stata anche il laboratorio del capitalismo all’italiana.
Regione “rossa” dove PCI ha qui messo a profitto (è proprio il caso di dirlo) la sua capacità organizzativa e produttiva e dove l’ideologia ha fatto da “collante” non per conquistare il socialismo, ma per alimentare un sistema complesso di capitalismo “progressista” che è diventato un po’ il paradigma dell’intero paese. In nessuna altra regione questo modulo è riuscito in maniera così emblematica. Certo non in Toscana, la Regione più simile (per molti versi) alla terra Emiliano-Romagnola (un duo recentissimo – nato nel 1970 – che segna delle diversità ancora molto forti all’interno di questa vera e propria macro area europea) ma dove la storia e le radicali idiosincrasie campanilistiche (e non certo per amor di patria o di tradizioni letteralmente inventate) hanno impedito la creazione di un vero sistema imdustriale/paternalista/comunitario
come quello emiliano. Certo, per dirla con Becattini (Giacomo) lo sviluppo Toscano ha avuto un andamento precipuo assai repentino nel secondo dopoguerra, collegato alle vicende della fine del mondo mezzadrile (un sistema che pare in un affanno strutturale da decenni). Ma la storia successiva è stata assai diversa da quella Emiliano-Romagnola, dove, quest’ultima realtà pare avere davvero riunito in sé le enormi caratteristiche organizzative del PCI come macchina orientata naturalmente allo sviluppo economico.
Sia chiaro che questo sistema ha creato effettivo benessere, ha modellato delle città a “misura d’uomo” (tanto per usare un termine banale) e ha distribuito e redistribuito ricchezza. Ma non possiamo certo non collegare questi aspetti a quello di una macchina del consenso con caratteristiche specifiche, un “sistema” che, con il passare degli anni, ha mostrato essere stato soprattutto una costruzione tesa a favorire il capitale sotto specifiche forme “sociali”. Una specie di “ordoliberismo” in salsa italiana, dove il consenso e la pace sociale sono state garanzie per investimenti e dove la “Coop”, uno dei più grandi player GDO sul mercato mondiale, si presenta a tutt’oggi come impresa sociale, quasi che fosse davvero una cooperativa di consumo gestita e diretta da e per le classi popolari. [2]
Ancora, nulla di male. Siamo in un paese capitalista e non certo nella Russia dei Soviet (ammesso che ci sia mai stata). Tuttavia, mi sembra abbastanza evidente che il “capitalismo sociale” della ER non è molto distante da qualunque forma di capitalismo, eccetto la veste sotto cui si presenta. Ancora, non si tratta di dire che tutte la “vacche sono nere”, ma di comprendere che, alla fine, il capitale, non si innamora molto della confezione, e che può essere “green” oppure no, a seconda di dove opera e in quale contesto si pone. Certo, meglio “green” che non green, ma, alla fine ciò che conta è
altro.
Torniamo al nostro Bonaccini. Nella parabola del PCI, uno dei passaggi fondamentali è stato quello per cui meglio qualunque cosa che diventare socialdemocratici. Da questa base ideologica è derivato il declivio che ben conosciamo e del quale forse abbiamo parlato anche troppe volte. In quel percorso però è rimasto forte l’aspetto “concreto” del “fare” che caratterizzava e ha caratterizzato il Pci del secondo dopoguerra. Ovvero, sopra una base ideologica realmente ortodossa, si è costruito un sistema non solo assolutamente compatibile con il capitale, ma, anzi, così connesso con quest’ultimo da esserne diventato un degli esempi di maggiore efficienza e capacità.
Ma lo sviluppo porta anche diseconomie esterne che si scaricano sulle generazioni successive. Ad esempio con l’enorme consumo di suolo dell’ER, sulla cementificazione delle coste, divenute irriconoscibili in un periodo brevissimo (guardatevi il film “I Vitelloni” di Fellini per capire come potevano essere negli anni ‘50 del secolo scorso). La capacità estrattiva di valore, lo sviluppismo accelerato, l’efficienza “socialista” più che il “cambiamento climatico” hanno da essere messi sul banco degli accusati per la distruzione di questi giorni.
Ma dare la colpa al “clima” è più semplice. Dimenticando che quello stesso clima cambia per l’intervento umano.
Ma, si sa, il clima è cosa “grossa”, fra qualche centinaio d’anni se ne riparla. Ma i profitti sono oggi, giorno per giorno e hanno da crescere.
Salvo Torre lo specifica bene (non c’è bisogno d’essere profeti in queste tematiche. Sono sotto gli occhi di tutti) nella sua introduzione alla riedizione di un fondamentale lavoro di Giovanni Arrighi:
“Dentro la retorica sulla riduzione delle emissioni di gas serra, negli ultimi quindici anni si è realizzata però una crescita esponenziale dei consumi e della pressione generale su biosfera e suolo. Le dimensioni della crisi ecologica sono devastanti e rappresentano precisamente la categoria di limite che l’economia classica non accettava di ipotizzare. […] Dentro la questione delle crisi globali, che sembrano susseguirsi a ritmi sempre più serrati, si gioca anche la capacità reale di proporre alternative a un sistema di relazioni sociali che si è rivelato ormai ampiamente fallimentare, soprattutto se letto su una scala temporale più lunga. Il capitalismo non si trova a combattere con le crisi, non potrebbe sopravvivere senza, si è rivelato un sistema fondato sulla distruzione finalizzata all’inserimento nel circuito della valorizzazione di qualunque elemento. Di fronte a tutte le possibili scelte, la strada seguita è sempre stata quella più distruttiva. È un principio semplice, perché i ritmi di riproduzione biologica e i tempi di retroazione ambientale sono incompatibili con l’accelerazione costante che devono subire produzione e mercato. Tutto il sistema è estraneo alle logiche di riproduzione e mantenerlo in vita comporta la scelta di quali parti del pianeta sacrificare”.[3]
Bonaccini e Meloni sono parte della stessa medaglia in merito ai fondamentali. Sviluppo inteso come crescita infrastrutturale continua, consumo di suolo, poca o scarsa manutenzione del territorio dovuta alla privatizzazione (anche quando la proprietà è pubblica) dell’universo-mondo e ai risparmi sul personale, spesso sottopagato e precario.
E solo adesso che è all’opposizione il PD fa finta di schierarsi contro l’autonomia differenziata che darà una definitiva mazzata alla necessaria opera di messa in sicurezza del territorio, quando, proprio Bonaccini, ne è stato uno degli ideatori.
Bonaccini ha bisogno dei miliardi del governo, e per suo tramite dell’U E e per questo deve stare tranquillo. Se fosse solo questa la faccenda, la cosa sarebbe anche comprensibile.
La questione invece è che c’è un profondo “idem sentire”, una visione comune (che la sempre più scornata ideologia stenta a coprire) di una forma di sviluppo che pare non mostrare mai affanno.
E forse, pro domo sua, l’affanno non lo mostra davvero.
Salvo nei casi in cui il disastro arriva davvero.
Ma è colpa del clima, oppure, come pare abbia davvero detto il Bonaccini “degli istrici”.
[1] La figura del “Governatore” in Italia non esiste. Ma il termine dà il senso che gli stessi “governatori” intendono: un potere personale senza lacci e lacciuoli. “Presidente della Giunta” è, ancora, troppo democratico.
[2] Vedi W. Bukowsky, La danza delle mozzarelle. Slow food, Eataly, Coop e la loro narrazione, Alegre, 2015.
[3] Dalla prefazione di Salvo Torre alla nuova edizione di: Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino Genealogie del ventunesimo secolo, Mimesis, 2021 ed. or. 2008
Andrea Bellucci