Il 25 ottobre si è votato in Brasile e Inàcio Lula da Silva ha vinto le elezioni parlamentari, sconfiggendo il figlio del golpista Jair Bolsonaro, Flàvio, benché questi sia riuscito contemporaneamente a far eleggere tutti i membri della sua famiglia al Senato o alla Camera della Repubblica. Il Brasile ha affrontato le elezioni con un Parlamento in maggioranza dominato dalla destra che controlla e presiede ambedue le Camere; la vittoria di Lula è giunta dopo un primo turno nel quale l’ex Presidente era risultato secondo. Al ballottaggio Lula è stato rieletto per il quarto mandato, con il 52% dei voti, contro il 48% di Bolsonaro, aumentando i suoi voti di 4.000.000.

Le grandi piogge verificatesi nel nord del paese e l’ostruzionismo di alcuni governatori locali nel Sud del paese che hanno ritardato il funzionamento dei servizi di trasporto pubblico hanno impedito ad una parte cospicua dei votanti degli aventi diritto al voto di raggiungere i seggi. Si è reso perciò necessario un prolungamento della chiusura dei seggi che è stato richiesto da ambedue i candidati e concesso da un giudice del tribunale superiore elettorale del Brasile (Tse).
Ciò non ha impedito a Bolsonaro, conosciuto il risultato elettorale, di chiedere l’annullamento delle elezioni accampando il prolungamento dell’orario di chiusura dei seggi, sul quale si era dichiarato d’accordo. Malgrado ciò, il Presidente del Tribunale superiore elettorale del Brasile (Tse), Kassio Nunes Marques, ha proclamato la vittoria di Luiz Inacio Lula da Silva, affermando che sarà il 40° presidente della Repubblica, poiché vi è la “Piena sicurezza sull’intero processo elettorale”, escludendo che la decisione di prorogare l’orario di voto di due ore, disposta dalla Corte Suprema, possa aver modificato il risultato. La misura, ha spiegato, ha creato difficoltà, perché adottata dopo l’orario inizialmente fissato, ma “sono state prese le misure necessarie per attuarla”. Comunque coloro che hanno espresso il voto durante il prolungamento dell’orario di apertura dei seggi non avrebbe influito sulla differenza di 4 milioni di voti in più per Lula.
I vertici del Parlamento brasiliano, del Senato, Davi Alcolumbre, e della Camera, Hugo Motta, entrambi di partiti di centrodestra, hanno riconosciuto il risultato elettorale nonostante la contestazione del rivale Flávio Bolsonaro e si sono congratulati con Lula difendendo la regolarità del voto. Ma c’è di più: Alcolumbre ha definito le urne elettroniche, più volte attaccate dall’estrema destra, (sulla scia di Trump), un “patrimonio” della democrazia brasiliana e annunciato che il Parlamento lavorerà per la “pacificazione”: “Un Paese diviso non fa bene né al popolo brasiliano né alle istituzioni”.
Per Motta il popolo ha fatto la sua scelta, attraverso le urne, legittimamente. Lula ha assicurato che collaborerà con il Parlamento, dove la destra si è rafforzata. Il dialogo tra Lula e la destra che controlla il Parlamento delegittimava la figura di Bolsonaro come leader dell’opposizione e sanzionava la sua sconfitta politica quale capo dell’opposizione, creando le condizioni per la fuga.
Ha sorpreso alcuni osservatori che la sconfitta di Lula negli Stati più popolosi di San Paolo e Rio de Janeiro, dove il voto è stato influenzato dalla presenza delle sette evangelicali, sia stata compensata dal voto massiccio, soprattutto nel nord est del paese, ma anche dal consenso diffuso raccolto nell’immenso territorio del paese ancora influenzato dalla Chiesa cattolica. Bolsonaro, dopo aver riconosciuto la vittoria di Lula, ha deciso di lasciare in aereo il paese, protetto dal passaporto italiano, in quanto nipote di un trisavolo veneto, per chiedere asilo politico con la moglie in USA, dove va a raggiungere il fratello; con asilo subito concesso.
Chi non ha accettato la sconfitta di Bolsonaro, almeno in un primo momento è Trump, il quale ha messo in dubbio la vittoria di Lula da Silva, paragonandola al successo del democratico Biden nelle presidenziali americane del 2020, di cui non ha mai riconosciuto l’esito, dichiarando che non riesce a spiegarsi la sconfitta di Bolsonaro che aveva un grande vantaggio al primo turno ed era il favorito per vincere, ma che “i comunisti non cedono il potere una volta che lo ottengono”. Tuttavia nel breve trascorrere di poche ore dal voto TACO è tornato sui suoi passi per dichiarare che in fondo a lui Lula è simpatico.
Il grande sconfitto delle elezioni brasiliane
Se è vero che Bolsonaro ha fallito nell’intento di essere eletto per concedere l’amnistia a suo padre, ai domiciliari per il tentato colpo di Stato, ma il vero sconfitto delle elezioni brasiliane è il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump il quale si vede privato dell’obiettivo di realizzare la cosiddetta dottrina DonRoe, in base alla quale vuole riconsegnare al controllo USA tutti i paesi dell’America Latina, e a tal fine ha predisposto gli strumenti per farlo dallo scorso marzo, quando ha costituito il cosiddetto “Scudo delle Americhe”, che riunisce i vassalli latino-americani degli Stati Uniti, primi tra tutti Javier Milei, Nayib Bachele di El Salvador, Abelardo de la Espriella della Colombia, in una nuova alleanza in materia di “sicurezza ufficialmente, ritenuta necessaria per combattere il narcotraffico e le ingerenze straniere e l’emigrazione”, che conta 19 membri, ma in realtà è funzionale a far rientrare le risorse strategiche regionali verso le catene del valore e della produzione degli Stati Uniti, imporre ai governi locali di tenere conto delle richieste statunitensi in materia di lotta al narcotraffico e all’emigrazione nelle politiche interne, cacciare dal continente i concorrenti non emisferici, intendendo riferirsi con ciò alla Cina. Ma il Brasile è una potenza economica e alcuni Presidenti sudamericani che non vogliono recidere i rapporti con i Brics si sono affrettati a congratularsi.
La partecipazione del Brasile, con le sue immense risorse minerarie e con un’agricoltura florida, all’economia del Continente, è considerata essenziale, tanto che Bolsonaro, nella sua recente visita a Washington si era premunito e aveva concordato e ottenuto l’ampliamento dell’elenco delle formazioni politiche latinoamericane designate come organizzazioni terroristiche, con l’inserimento del Comando Ermellino (CE) e il Primiero Comando de Capita (CC), due gruppi brasiliani, preparando una politica contro le formazioni di sinistra, di concerto con gli USA.
Le elezioni erano state precedute da esplicite minacce del Segretario di Stato Rubbio che ha denunciato la presenza cinese in America Latina, annunciando nuovi accordi di cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati del Sud America e rilevando che, ad eccezione del Nicaragua, di Cuba, del Venezuela è, naturalmente, del Brasile, la regione è popolata da alleati degli Stati Uniti, vassalli, diretti da dirigenti e amici del governo USA che seguono un orientamento filo statunitense. Per questo motivo il governo USA avrebbe monitorato le elezioni brasiliane, inviando due funzionari del
Dipartimento di Stato statunitense con il compito di incontrare i responsabili delle autorità elettorali, i dirigenti religiosi, (non a caso), i rappresentanti di organizzazioni sociali, per verificare il loro punto di vista sul rispetto della libertà di voto.
Ciò aveva indotto le autorità brasiliane a rigettare la richiesta del governo americano a revocare il visto all’ambasciatore del Brasile negli Stati Uniti.
Da allora è iniziata un’intensa campagna di propaganda sui social, controllati dagli Stati Uniti e in particolare da Meta per influenzare l’elettorato ed in effetti il voto brasiliano è stato molto condizionato dall’intervento dei media, prova ne siano i ripetuti interventi dei politici brasiliani e delle autorità per regolamentarne l’accesso.
Ma la più importante conseguenza dell’esito delle elezioni brasiliane sono i riflessi che esse avranno sull’attività e le scelte dei BRICS e della loro politica di contenimento degli Stati Uniti. C’è infatti da chiedersi se il rallentamento dei programmi dell’organizzazione, perseguito dal Brasile negli ultimi due anni continuerà, a causa dei tanti problemi interni del paese, o se i BRICS riprenderanno slancio, ovvero se il rallentamento tattico brasiliano nel procedere verso la de-depolarizzazione era motivato dalla fragilità di Lula che era stato fortemente indebolito dagli scandali e dalla corruzione interna. Certo, ora Lula esce più forte dal voto, ma dovrà confrontarsi con una situazione continentale avversa.
La Redazione