Il 18 ottobre ragazzi e ragazze spesso adolescenti hanno improvvisamente lasciato la bolla del non luogo nella quale vivono, creata sul web; il loro punto di contatto con il mondo reale è costituito dalla merce che nella società capitalistica si reifica, dando luogo ad un processo economico, sociale e psicologico attraverso il quale i rapporti tra gli esseri umani vengono trasformati in rapporti tra cose o oggetti, riducendo a oggetti le qualità umane, il lavoro, i sentimenti e le relazioni sociali. Si perde così la dimensione vitale e si induce a trattare come merci materiali acquistabili e vendibili sul mercato gli oggetti. Questo processo li induce a riversarsi su piazza Duomo e dintorni, a Milano, nel centro di Torino e di Bologna per depredare oggetti di lusso, abbigliamento griffato e telefonia, soprattutto. Si tratta in gran parte di oggettistica desiderata e sperata, griffata che si identifica lo status simbol e sintetizza edonisticamente il bello, la certificazione del possesso del desiderio, che permette di sognare ambienti e relazioni quasi oniriche, ma impossibili da vivere ed è, insieme il simbolo della volatilità e della futilità di un mondo ad essi estraneo.
Si tratta di giovani e giovanissimi, figli di immigrati di seconda e terza generazione, e di giovani e giovanissimi autoctoni che hanno in comune l’alienazione e l’anonimato. Di tutto questo costoro sono ben consapevoli, tanto che la maggior parte di loro, dopo aver assaltato i luoghi del lusso, i contenitori della merce ed essersene impossessati, si libera del bottino, regalandolo e disperdendolo, accontentandosi di violentare e stuprare il lusso e sapendo di doversi accontentare di ritornare ad indossare felpe taroccate, acquistate dai genitori ai mercatini rionali, consapevoli dell’inutilità per loro di borse di Louis Vuitton, Prada e quant’altri, di scarpe che non indosseranno mai. Ma quel che è importante è possedere, distruggere quella merce che si fa desiderare sui social e nelle chat e che sembra il fattore reale che fa la differenza, che li tiene ai margini di un mondo scintillante e li relega nell’anonimato, senza prospettive nel mondo reale, fuori dal non luogo, dalla bolla.
Sono consapevoli della vita di merda dei loro genitori, fatta di sacrifici, di fatica e lavoro, per ottenere un salario appena sufficiente, una vita sociale piatta, mentre si preparano a consegnarli ad una vita ancora peggiore. Non hanno niente da perdere e tutto da guadagnare, e perciò ricercano le azioni distruttive perché la distruzione della merce li avvicina gli uni agli altri, trasmette loro una parvenza di vita.
È la risposta a tanti altri giovani che nelle piazze e nelle strade, lottano pervicacemente per la casa, chiedono strutture scolastiche adeguate a conferire loro le conoscenze necessarie ad affrontare il mondo, domandano di far parte di società che garantisca i diritti, che offra prospettive di emancipazione sociale, si battono contro il genocidio a Gaza, sono solidali con i dannati della terra, si oppongono alla guerra e al riarmo. Il loro nichilismo che va letto come un atteggiamento genericamente rinunciatario e negativo nei confronti del mondo, con le sue istituzioni e i suoi valori, nonché come un sentimento di generale disperazione, derivata dalla convinzione che l’esistenza non abbia alcuno scopo, per cui non vi è necessità di regole e leggi. Un tale fenomeno così prorompente, arriva d’improvviso, e viene utilizzato dal Governo e dalla stampa mainstream per oscurare le proteste dei trasportatori e degli agricoltori, colpiti dalla crisi, impoveriti dall’aumento dei costi del carburante e di quelli generali, che si sono fermati e rischiano di portare alla fame il paese, privo dei rifornimenti alimentari.
Con il decentramento produttivo e lo smantellamento dell’apparato economico ed industriale si è voluta piegare la resistenza della classe operaia, chiudendo i posti di lavoro, cancellando i luoghi di aggregazione, esportando altrove le aziende, precarizzando la prestazione di lavoro; similmente con i giovani si è detto che facevano troppa politica e si è fatto di tutto per indirizzarli e richiuderli in altri luoghi.
È stato comodo creare una bolla virtuale, un non luogo, nel quale relegarli; l’impegno politico fungeva da palestra, da trampolino di lancio verso l’impegno sociale, induceva a pensare, produceva scelte, alimentava sogni e aspirazioni, stimolando la partecipazione sociale. Era il desiderio di ascensore sociale che bisognava cancellare, distruggendolo; era il cambiamento che bisognava cancellare fino alla speranza di un domani migliore. Così molti giovani sono stati respinti verso la bolla del non luogo, si sono smarriti nel web e nelle relazioni farlocche che esso crea, perdendo di vista totalmente la realtà delle relazioni umane, maturando nella solitudine delle chat un senso di estraneità che si è manifestato palesemente il 17 ottobre, a Milano, con l’afflusso in città dal suo hinterland, di giovani senza bisogno di organizzazione, senza preparazione, spontaneamente, come prodotto naturale del disagio sociale.
I detentori del potere hanno reagito, adottando misure di polizia e moltiplicando i reati, ma privi di fantasia, hanno finito per riproporre doppioni di reati già esistenti. Vi è stato chi ha ipotizzato che quanto avvenuto fosse frutto di una guerra ibrida, scatenata nell’ambito dei conflitti esistenti, additando soprattutto nella Russia, ovviamente, l’origine di tanto disordine anche esistenziale, non rendendosi conto, nel gridare al complotto, di quanto sono ridicoli.
Ovviamente anche la Von der Stupid non ha saputo resistere alla tentazione di sposare questa tesi e insieme a Kretina Kaia Kallas ha sostenuto la teoria del complotto e ha promesso di indagare, rifiutandosi di cogliere ragioni, cause ed entità del fenomeno e non sviluppando alcuna riflessione sulla contemporaneità con la quale esso ha colpito le società occidentali che vivono tutte le stesse problematiche strutturali, – il problema della casa, per fare un esempio, – ed hanno avuto lo stesso percorso culturale e politico di repressione della componente giovanile della società. Non ha pensato che tagliando i fondi per l’agricoltura per finanziare la guerra avrebbe eroso alla base le radici stesse della costruzione dell’ Unione Europea.
Si è speculato sul fatto che una parte non rilevante di questi giovani appartenesse alle seconde e alle terze generazioni di migranti, non cogliendo il fatto che la loro collocazione all’interno della bolla del non luogo è il frutto della loro condizione sociale che li accomuna agli autoctoni poveri che vivono le loro stesse contraddizioni, agli alienati della società della merce, titolari di uno stesso status economico e sociale.
G. C.