Dalla discussione in Redazione
Milano e l’Italia si interrogano davanti alle vetrine infrante del quadrilatero della moda e alle strade occupate da centinaia di ragazzi, i più tra gli 11 e i 21 anni. Non è stata una protesta politica nel senso classico, ma un’esplosione di rabbia, un grido disordinato e distruttivo per manifestare un profondo disagio sociale ed esistenziale, sfociato purtroppo nel saccheggio di negozi griffati. I simboli del benessere e dell’apparire sono diventati il bersaglio di una generazione che si sente esclusa. Un’esclusione che non riguarda tanto lo status symbol in sé – quegli oggetti griffati che nell’immaginario comune avrebbero dovuto garantire l’accettazione sociale – quanto l’intero sistema valoriale. Quello stesso sistema di valori che ha permesso alle generazioni precedenti di occupare un posto e un ruolo ben definiti nella società.
Se la cronaca si ferma al danno, la politica si nutre dell’emergenza. Il Ministro della Giustizia traccia subito la linea della fermezza: ampliare le carceri minorili, ricavare nuove celle negli istituti ordinari. Contemporaneamente il Consiglio dei Ministri vara in tempi record un decreto che introduce 5-6 nuovi reati specifici contro i minori e inasprisce le pene. Il Governo tenta di arginare i disordini, con una durezza e una logica d’emergenza che evoca le storiche misure adottate dall’Italia ai tempi delle Brigate Rosse. Un paragone che svela un paradosso e una sproporzione profonda.
Negli anni di piombo lo Stato si scontrava con gruppi eversivi militarizzati che miravano dichiaratamente, con ferocia ideologica, ad abbattere l’ordine democratico. L’allora legislazione d’emergenza (la legge Reale, la legge Cossiga) era un atto di difesa contro un attacco armato. Affrontare lo smarrimento di una banda di minori applicando i medesimi strumenti penali adottati contro l’eversione armata non è sinonimo di rigore, bensì la resa culturale di uno Stato miope.
Una miopia che ha impedito alle istituzioni di accorgersi del crollo valoriale in atto, figlio di tre profonde fratture generazionali. La prima è il blocco dell’ascensore sociale: per i giovani, studio e sacrificio sono ormai promesse mancate di fronte a un futuro precario, dinamica che fa franare l’etica del dovere. La seconda è il primato dell’estetica sull’etica: al merito si sostituisce il valore percepito, e sui social, la validazione e l’illusione di competenza si misurano in like e video accattivanti, l’unica moneta rimasta per sentirsi parte di un gruppo. Infine, la cultura del “tutto e subito” imposta dalla rete alimenta l’era della dopamina e della gratificazione istantanea, che annulla la capacità di elaborare le frustrazioni e accettare i limiti.
Tutti segnali sistematicamente sottovalutati, nonostante la scuola rilevi giorno per giorno e li presenti puntualmente alle famiglie. Si assiste alla drastica riduzione della soglia dell’attenzione, all’incapacità di sostenere una spiegazione lineare, alla necessità di spettacolarizzare la lezione pur di evitare la noia profonda. E ancora, al deterioramento della capacità di lettura e scrittura, alle difficoltà di memorizzazione a lungo termine. Il rifiuto del brutto voto o dell’errore, vissuto con intolleranza non solo dagli studenti ma dagli stessi genitori, si combina alla pretesa di ottenere risultati eccellenti al di fuori di congrui tempi di assimilazione del sapere. Le istituzioni hanno ignorato persino l’emergenza globale, segnalata da agenzie come ONU, OMS e UNICEF, sulla salute mentale dei più giovani. Negli ultimi 30 anni, la diffusione dei disturbi mentali è quasi raddoppiata (+95%), arrivando a colpire oltre 1 miliardo di persone (1 su 8). Circa un terzo dei disturbi mentali globali manifesta i primi sintomi prima dei 14 anni, e quasi la metà (48,4%) prima dei 18 anni. Il suicidio rimane stabilmente la terza causa di morte tra i 15 e i 29 anni a livello mondiale.
Questi ragazzi stanno crescendo travolti da un clima di profonda incertezza, schiacciati tra instabilità economica, stress da cambiamento climatico e i danni legati all’ambiente digitale (sovrastimolazione e dipendenze da schermo).
Su questo deserto si è abbattuto, come un gigantesco acceleratore, l’effetto del Covid-19. I giovani che oggi devastano le piazze sono gli stessi rimasti confinati in casa negli anni chiave dello sviluppo, privati della scuola reale, delle relazioni e della socialità ordinaria. La pandemia ha anestetizzato la loro intelligenza emotiva, amplificando a dismisura la dipendenza dai modelli digitali. Sono i figli dell’ansia da guerra indiretta, sovraesposti a flussi mediatici che generano la sensazione di una minaccia globale imminente, traducendosi in un senso di impotenza e disperazione per il futuro del pianeta.
Eppure, la società e i governi continuano a guardare altrove. Lo Stato interviene solo quando le vetrine sono già infrante. In questo ritardo colpevole si annida il paradosso più amaro: forse quei giovanissimi hanno ragione. Hanno capito che in una società sorda al disagio e cieca davanti al vuoto, la violenza è rimasta l’unico megafono per costringere il mondo ad accorgersi di loro. Fino a quando soffrono in silenzio, restano invisibili. Quando spaccano, diventano un decreto legge.
Ora la miopia del Gigante giunge al suo compimento. Dopo aver ignorato la scuola, smantellato i presidi sociali, abbandonato le periferie e lasciato le famiglie in solitudine, lo Stato presenta il conto. E lo fa cercando il colpevole perfetto, la “mente” da dare in pasto all’opinione pubblica. Il fermo disposto dalla Procura di Milano nei confronti di Youssef Siher, il ricercatore e giornalista freelance di 30 anni ritenuto l’amministratore dietro le pagine social e il gruppo Telegram del “Movimento 17 ottobre”, rischia di trasformarsi nel più comodo degli alibi. Arrestare il presunto burattinaio diventa la scorciatoia ideale per derubricare una rivolta generazionale a un mero problema di ordine pubblico o di manipolazione digitale.
Ma la cattura del singolo agitatore non può diventare l’assoluzione della classe dirigente. Non basta un trentenne dietro una tastiera a mobilitare centinaia di adolescenti se in quei ragazzi non ci fosse già materiale altamente infiammabile fatto di vuoto, frustrazione e isolamento. Se il potere politico userà questo arresto per mettersi la coscienza in pace, liquidando la vicenda come l’opera di “cattivi maestri” e chat eversive, firmerà il suo definitivo fallimento culturale.
A quel punto, non resterà che contare i danni sui cocci rotti. Alle attività commerciali colpite viene promessa una sicurezza muscolare a colpi di blindati e pattuglie (500 uomini in più per l’operazione Strade Sicure), mentre si scarica l’intera responsabilità patrimoniale sulle famiglie dei minori. Un cerchio che si chiude nel modo più ipocrita: curare il sintomo con il codice penale, militarizzare le strade e moltiplicare le celle, pur di non ammettere che il Gigante ha schiacciato la Bambina molto prima che lei decidesse di seguire un link su Telegram.
Sabrina Barresi