Israele ancora sull’orlo dell’abisso

Il 24 ottobre Israele è andato alle urne con una affluenza record dell’86% degli aventi diritto al voto.
Netanyahu, con la sua coalizione, ha mantenuto la maggioranza con 53 seggi, avendone persi 11, che riguardano i partiti di estrema destra di Bellezza Botrichi e Maritar Ben-Virga e Hashish, partito ultraortodosso, espressione della comunità sefardita, guidato da Arear Eri. Va sottolineato che le posizioni assunte dagli ultraortodossi, che si sono rifiutati di andare al voto, protestando per la mancata applicazione della legge che li esenta dal servizio militare, ha fortemente danneggiato la coalizione di Netanyahu. Il “blocco del cambiamento“, formato dai partiti Beyachad, Yisrael, Beitenu e HaDemokratim, guidato da Radi Eisenhower ha conquistato 48 seggi.
I partiti arabi hanno ottenuto ben 19 seggi, il che ha alzato la soglia del 2,5% per avere un seggio, poiché questa e calcolata in percentuale sul numero dei votanti e ha danneggiato i sionisti religiosi. Quanto avvenuto ha indotto il presidente della Commissione elettorale centrale israeliana, il giudice della Corte suprema Noma Schoenberg a chiedere al capo dello Shin Bet, David Zini, di aprire un’indagine ufficiale su presunte interferenze straniere e flussi di denaro provenienti dal Qatar, finalizzati a mobilitare e influenzare gli elettori arabi durante le elezioni. Fonti di polizia hanno dichiarato che l’accusa è inconsistente. In un paese normale l’alleanza fra il blocco di opposizione al Governo e i partiti della componente araba della popolazione sarebbe naturale e porterebbe alla formazione di un governo di coalizione.
Ma siamo in Israele e una parte dei partiti di opposizione ha subito dichiarato la sua intenzione di non voler fare alcuna alleanza con i partiti arabi o ricevere da questi, sostegno esterno. Si creano così le condizioni di instabilità che rendono probabile un ritorno a breve alle urne, come più volte accaduto in Israele, a meno che un più che probabile attacco all’Iran, dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti, non offra l’occasione all’opposizione per dar vita a un governo di unità nazionale con la partecipazione di Naftali Bennett e Avigdor Lieberman, falchi nazionalisti, entrati da tempo in rotta di collisione con Netanyahu, per motivi “personali”, ma che potrebbero cedere alla proposta di una alternanza nella guida del Governo, benché che tale formula è stata peraltro ripetutamente tradita in passato. Inoltre il dilemma riguarda chi dovrebbe guidare per primo un eventuale accordo di rotazione e quali partiti lo appoggerebbero, tanto più che Trump chiede di avere un “interlocutore” per “finire il lavoro con l’Iran” e lo vorrebbe depurato delle componenti impresentabili del governo uscente. Ecco perché le procedure per dar vita al Governo incominceranno il 4 novembre, il giorno successivo alle elezioni di medio termine negli Stati Uniti.
Intanto Trump si è già congratulato con Netanyahu e si è intestato la vittoria, consapevole del fatto che Israele è l’unico posto al mondo dove può positivamente influenzare qualcuno.
Consapevoli di poter giocare un ruolo politico nella vita del paese, gli esponenti della Lista Unita Araba: si sono dichiarati “Pronti a un appoggio esterno a un governo d’opposizione”. Il presidente della Lista Unita Yousef Jabareen, ha dichiarato all’Afp di essere disposto a collaborare con un Governo guidato dall’opposizione, per evitare che il primo ministro israeliano sia ancora Benjamin Netanyahu, precisando tuttavia di non essere intenzionato a entrare a far parte di una tale coalizione. “Nelle attuali circostanze politiche – in particolare alla luce della guerra in corso a Gaza, di ciò che avviene negli insediamenti in Cisgiordania” e di altre questioni – “non riteniamo possibile far parte di una coalizione di governo israeliano”, ha affermato. “Tuttavia, con l’obiettivo di far cadere questo Governo, per noi sarebbe possibile sostenere un esecutivo alternativo dall’esterno della coalizione”.
Isaac Herzog, Presidente della Repubblica, dovrebbe incontrare, già nei prossimi giorni, ancora prima della pubblicazione dei risultati finali e dell’inizio delle consultazioni, Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot – separatamente – per iniziare a testare la fattibilità di un governo di unità nazionale. Va da sè che l’incarico di formare il nuovo Governo permetterebbe a Netanyahu, di non fare i conti con la gestione del 7 ottobre e con i tanti procedimenti penali a suo carico. Gli esiti politici del risultato elettorale israeliano sbugiardano la narrazione sull’esistenza di buoni e cattivi e inducono a chiedersi se Israele sia ancora una democrazia e uno Stato di diritto, posto che mettendo in atto la modifica della XII legge fondamentale esso si ritiene essere lo Stato degli ebrei e quindi uno Stato etnico che prevede la pena di morte riservata alle persone di etnia araba, uno Stato nel quale di fatto vige l’apartheid.
Non basta a uno Stato genocida e criminale nel quale si vota, in modo più o meno libero e non influenzato, per sostenere che esso è democratico, dove peraltro il risultato elettorale va valutato alla luce degli esiti delle elezioni di middleterm degli USA, ovvero dello Stato che esercita il dominio imperiale su di esso, dimostra chiaramente la natura coloniale dello Stato ebraico.
La natura teocratica e confessionale, la costante violazione del diritto internazionale, l’oppressione delle popolazioni dei territori che occupa, le gravi discriminazioni, gli arresti arbitrari, la distruzione di case, la sottrazione dei territori, quello che continua a fare a Gaza dimostra che siamo palesemente di fronte a uno Stato canaglia.
Le sue esigenze di sicurezza devono essere soddisfatte nell’ambito di garanzie accordate a tutte le entità presenti nell’area e la realizzazione della grande Israele finisce per essere un obiettivo paranoico, che presuppone l’egemonia totale sull’area, con l’unico risultato di accrescere il numero dei nemici, prova ne sia che se Netanyahu individua nell’Iran il nemico principale di Israele l’opposizione gli fa eco puntando il dito contro la Turchia.
Su questa strada per Israele non c’è che l’abisso.