L’ULTIMO RIFUGIO

Berlusconi è stato il più grande innovatore politico dal secondo dopoguerra. Un innovatore radicale sul piano della comunicazione, con l’uso spregiudicato dei Media, la creazione di un partito azienda, la fidelizzazione personale, il rapporto diretto con la folla come solo i veri e genuini populisti hanno, da sempre, saputo fare. Ha spianato completamente la sinistra eliminandone, uno dopo l’altro, i leader.
Dal punto di vista delle politiche economiche e della ideologia politica, invece, non ha inventato nulla.
Un po’ di cronologia. Quando Berlusconi “scende in campo” l’Italia repubblicana è ormai trasformata da 2-3 anni di “mani pulite”. O meglio, la narrazione di “mani pulite” sembra aver travolto e capovolto il paese. Dirette televisive, manifestazioni pro-magistratura, lanci di monetine, uso delle manette sui potenti. Il vuoto politico creato dalla dissoluzione dei partiti storici pareva aver consegnato il momento decisionale in mano ai giudici, i quali stavano dentro un clima di consenso francamente nuovo per un paese come il nostro.
Sul piano internazionale era venuta meno, in maniera assai poco eroica e molto prosaica, la “cortina di ferro” e il cataclisma nei paesi del cd. “socialismo reale” cadde (per una strana congiunzione astrale, o forse no) nella fase in cui il PCI possedeva la più mediocre classe dirigente di sempre. Segno anche questo di un cambiamento che si era innescato assai prima.
Il PCI non seppe fare di meglio che assecondare l’onda, perdendo di vista ogni considerazione storica, e accodarsi ad una narrazione, che, ovviamente, si rivelò completamente fuorviante. Mantenne invece la presunzione di rappresentare un non
ben identificabile “paese migliore”. Una specie di atto di fede che si innestava su un curioso percorso. Si era sciolto il PCI, si voltavano le spalle alla propria storia, ma si continuava a dire che si “veniva dal PCI”. Una schizofrenia che ha accompagnato la storia di quei cambi di nome (4 in 30 anni) che assomigliava molto al famoso “comma 22”.
Tuttavia, la convinzione di “essere il meglio” assieme alla frana causata da “mani pulite” avevano acceso finalmente la luce verde. Se non per pieni meriti elettorali e politici, l’eliminazione fisica dei propri avversari avrebbe aperto naturalmente le porte alla nuova compagine politica, ora ripulita e presentabile anche all’amico americano.
Come spesso accade, a forza di credere nelle narrazioni, arriverà il narratore davvero bravo. “Mani pulite” era stato un fenomeno mediatico carnevalesco, dove la folla applaudiva il potente alla gogna. Altra cosa sarebbe stata quella di applicare questo nuovo “moralismo giudiziario” alla vita comune.
Finché si trattava di tirare le monetine a Craxi, ok! Ma non scherziamo.
Già Craxi, uomo completamente appartenente alla c. d. “prima repubblica”. Innovatore, certo, e spregiudicato, ma assai poco avvezzo ai moderni media. Più Mussoliniano che nuovo (le costruzioni di Panseca) che però aveva strappato qualche catena rispetto alla fase precedente. Berlusconi senza Craxi non sarebbe forse esistito, ma il tratto comune fra i due non appare molto largo.
C’erano però stati gli anni ‘80. Anni di decostruzione e di costruzione, e per molti, anni di mani libere, arricchimenti, spregiudicatezza, voglia di vivere e vaffanculo.
Berlusconi, che di quegli anni in Italia aveva rappresentato l’immaginario (anzi lo aveva creato) conosceva gli Italiani (si proprio gli italiani, e come i veri populisti, non ammetteva né divisioni sociali né scontri di classe), molto meglio della classe politica dell’epoca. Tutta intenta a lambiccarsi dietro astruse considerazioni tardo-adorniane. Mentre questi si dannavano sui perché, Berlusconi pensò al “come”. Avrebbe assunto ai propri servigi anche Stalin in persona se gli fosse stato utile e, probabilmente, Stalin si sarebbe inteso meglio con Berlusconi che con Occhetto (lo “zombie coi baffi”).
Dopo il supporto a Fini come candidato a Sindaco di Roma nel 1993, Berlusconi scese in campo l’anno successivo con una campagna mai vista che la sinistra non comprese nella sua apparente e grottesca semplicità populista. Le indagini giudiziarie erano arrivate al culmine e il livello di esposizione mediatica (a cui le tv di Berlusconi avevano dato amplissimo supporto) cominciava a stancare.
Si trattava di riprendere il sogno degli anni ‘80, del resto appena trascorsi, ed infondere una nuova speranza nella popolazione.
L’altra faccia del viatico berlusconiano fu l’antiberlusconismo, che si concentrò sui tratti esteriori e scandalistici tacendo sui fondamentali. Questo accorpò una serie di soggetti che nulla avevano in comune se non, appunto, l’avversione per Berlusconi “in carne ed ossa”.
La sinistra post-comunista non riuscì neppure ad elaborare una minima legge sul conflitto di interessi e i dirigenti formati alla scuola delle Frattocchie caddero nel tranello della bicamerale come veri e propri dilettanti.
Ma questo antiberlusconismo dedito solo alla critica delle vicende esteriori è stato non solo una iattura, ma l’altra faccia dello stesso berlusconismo.
Nell’epoca del liberismo che stava occupando ogni spazio occupabile, le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro, la demolizione sistematica di tutto quanto avesse sentore di pubblico, assistemmo ad un fenomeno davvero singolare.
Da una parte si gridava al fascismo. Berlusconi poco meno di Hitler (vedi il ritratto che Nanni Moretti ne fa nel film “Il Caimano”, lo stesso Moretti che poi, assieme agli altri compagni di merende – tipo Michele Serra – tacque sul berlusconismo di sinistra, ovvero il Renzismo) ;dall’altra lo si attaccava, mi si passi il francesismo, sulle cazzate. Sarebbe come se del fondatore della NSDAP si fosse criticata la scelta di avere un’amante.
Questa apparente contraddizione non era però originata da una qualche forma di idiozia (che pure vi era), ma da una chiara evidenza: Il paradigma dominante (quel famoso concetto marxiano per cui le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti) era da un buon decennio divenuto egemone anche nella ex-sinistra.
Agli eredi dei PCI era rimasto in mano del moralismo a buon mercato, una buona dose di piagnisteo che sostituiva malamente la lotta di classe, l’idea che esistesse da qualche parte un Paese normale” (questo era il refrain di Repubblica, se vogliamo parlare dei danni dei media, più che alle tv berlusconiana io penso ai disastri provocati dalla stampa “borghese illuminata” della quale Repubblica è stata la capostipite).
Ora, è evidente che se abbandoni i tuoi riferimenti storici, non si capisce perché qualcun altro non dovrebbe approfittarne.                                                                        In politica i vuoti non esistono e gli spazi si occupano.                                               Berlusconi non inventò la narrazione neoliberista, ma la inserì in una specie di anni 80 infiniti. Il suo capolavoro non fu solamente l’aver sdoganato modi e modalità “poco ortodosse” (dal punto di vista esteriore) ma anche quello di apparire un uomo qualunque. Il sogno di qualcuno che ce l’ha fatta partendo dal nulla. La spoliticizzazione, il machismo, le belle donne, la vita bella e il prosieguo della Milano da bere, ma meno pesante di quella Craxiana (che come ho detto rimaneva politico del ‘900).
Il tutto era condito da quello straordinario collante che da sempre è l’anticomunismo. Attenzione, anticomunismo viscerale, non dottrinario. Non anticomunismo cattolico o reazionario e neppure fascista. “Comunismo” è tutto ciò che mi impedisce di fare come mi pare, la lagna dei “buonisti”, la difesa dei deboli.
Ora, parliamoci chiaro, il Comunismo e le dottrine materialiste, nell’accessione marxista, non sono nate per difendere i “deboli”, ma per emancipare e conquistare il potere da parte delle classi proletarie. Purtroppo, questa visione “lacrimevole” della lotta di classe è stata egemone dalla fine degli anni ‘80 in poi, quella cosa che rimaneva della sinistra.
Su questa narrazione il berlusconismo ha innestato una vera e propria guerra ad alzo zero. Un capolavoro dialettico.
Attaccare gli ex-PCI accusandoli di essere ancora comunisti. Una strategia geniale che andò davvero a colpire nel segno.
Se il PCI vi fosse ancora stato, o, se gli eredi avessero seguito una strategia diversa dall’aver gettato il bambino con la bacinella, quest’arma sarebbe stata del tutto spuntata. “Siamo comunisti?” “Certo!”
Ma proprio quando si era ad un passo dall’essere accettati nei salotti buoni ecco quello lì, quel tipo sguaiato rompere l’incantesimo. “Comunisti”? Ma non lo siamo mai stati, non siamo comunisti.
Siamo quelli delle lenzuolate, delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni (e ancora proseguono: Multiutility, Regionalismo differenziato).
Insomma, se Berlusconi era quello della pillola rossa, la sinistra era quella della pillola blu, ovvero un mondo di merda e sacrifici, di fustigazioni moralistiche. Di una vita grigia. Per carità, non che avessero del tutto torto, ma, cadute le ideologie……per quale dannato motivo la popolazione di un paese avrebbe dovuto scegliere il cilicio?
Il grande riassemblamento liberale post 1980 non inaugurò solo una nuova fase della vita politica, sociale ed economica, certo non solo italiana. Ma ribaltò letteralmente i paradigmi che avevano guidato l’Occidente fino a quel punto. Mancava il collasso e l’implosione dei paesi del socialismo affinché quella ideologia rimanesse l’unica e ultima.
Di quella demolizione, letterale, di ogni afflato sociale, Berlusconi è stato sicuramente uno dei più grandi interpreti.
Anche perché ebbe sempre un consenso elevatissimo da parte di una Italia trasversale e davvero post-ideologica.
Ma non fu quello il punto dove egli venne combattuto. Poiché quello a cui la sinistra di “Repubblica” anelava era, appunto, un paese “normale”, con un capitalismo funzionante, una società sobria. Praticamente la storia di un altro paese e non quello, specifico dell’Italia (bastava aver dato un’occhiata ai lavori di Stefano Merli, ma che ve lo dico a fare).
Il parvenu Berlusconi rompeva l’algido sogno/incubo di un paese pacificato (lo dirà ben chiaro Veltroni nel suo discorso al Lingotto, di fondazione del PD) e lo faceva nel modo più rumoroso possibile.
Quel rumore, quella volgarità (signora mia) erano proprio un pugno in faccia.
Berlusconi appartiene al passato, ormai, e non solo perché è morto, ma perché ha sedimentato così tanto nella società italiana che tutti (soprattutto gli antiberlusconiani a cui ha dato una ragione per vivere) gli devono qualcosa.
Bordiga era sicuramente un settario e anche poco socievole, ma non certo un cretino. E quando diceva che il fascismo, con la sua condotta violenta e criminale, avrebbe sparso odi e rancori tali da distogliere completamente lo sguardo sulla politica, per quanto fosse discutibile l’impianto in cui inseriva questa considerazione, non andava molto lontano dal vero.
L’antiberlusconismo ha rappresentato per una intera generazione l’ultimo appiglio di una qualche identità “altra”.
Così i girotondi, i “se non ora quando”, fino alle 10 demenziali domande di Repubblica. Tutte cause nobilissime, per carità (eccetto l’idiozia delle 10 domande), ma tutta roba evanescente, immateriale, postmoderna (appunto).
Nella pratica Berlusconi ha applicato l’agenda liberista allo stesso modo di come essa è proseguita con la sinistra. È spiacevole fare queste affermazioni, sempre in odore di qualunquismo. Potrebbe anche essere vero che “non sono tutti uguali”. Potrebbe se ne fosse dato qualche segnale. Per di più l’apparizione del renzismo, la versione cinica del
Berlusconismo, ha azzerato qualunque differenza. Con l’aggiunta di una rara antipatia che emana dal gaglioffo di Rignano (a differenza del populista vero ed empatico).
La morte di Berlusconi decreta la fine di Forza Italia, la cui diaspora vedrà una parte andare con Renzi (ma gli conviene?)
e una parte, ampia, con FDI (essendo il cavallo vincente). Decreta la fine del partito azienda e la fine dello “scandalo” Berlusconi. Non decreta però né la fine del capitale onnivoro ma, anzi, lo rilancia sotto le spoglie del nazionalismoliberista ben rappresentato dalla Meloni.
Non mi verrebbe da dire, mai, che rimpiangeremo Berlusconi (il quale, però, da Parvenu qual era si poteva permettere uscite inimmaginabili in politica estera) ma, certamente, non andremo incontro ad un periodo di latte e miele.
Concludo dicendo che, come il renzismo, come anche il fascismo, il berlusconismo è stato un fenomeno sociale non risolvibile e non comprensibile addebitando tutto ad una persona. Berlusconi non ha governato con l’esercito né con l’olio di ricino, ma con il consenso di un’ampia parte della cittadinanza.

Andrea Bellucci