OSSERVATORIO ECONOMICO

serie II, n. 6, giugno 2010

Crisi – Le domande poste nell’Osservatorio precedente ed a cui non era stata risposta
sono le seguenti: “occorre considerare cosa significa che uno Stato fallisce o è sull’orlo
del fallimento: può uno Stato fallire? Un terzo problema riguarda le manovre che si
stanno mettendo in atto anche in Italia: sono efficaci o no (visto che non sono certo
eque)? Infine i quesiti che riguardano la natura della crisi, la sua genesi, le cure possibili e le teorie economiche di riferimento.”
2. L’esempio più recente di “fallimento” di uno Stato è quello dell’Argentina. Prima di
tutto occorre considerare che il paese sudamericano si trovò in difficoltà per avere
seguito pervicacemente il dettato monetarista. “Peso” forte e l’esempio dollarizzato,
anche se i concorrenti economici avevano già svalutato (Rial brasiliano). Ma a parte
ciò, cosa è successo? L’Argentina non ha pagato i debiti contratti, con dolore dei
piccoli risparmiatori in precedenza indotti ad investire nei bond di quel paese. Ha
svalutato la moneta tardivamente, con dolore dei propri cittadini, che sono piombati
della miseria. Ma lo Stato è ancora lì. C’è da chiedersi se quella seguita allora
dall’Argentina, ed oggi imposta alla Grecia, fosse l’unica strada percorribile o se ci
fosse, e ci sia, una qualche alternativa. Ancora una volta il rimedio rientrava, e
rientra, nel consueto paradigma economico neoliberista (è sconfortante notare
come gran parte degli “esperti economici” che imperversano sui giornali e le
televisioni ripetano, con aria apparentemente intelligente e saputa, sempre le
stesse analisi e prospettino sempre gli stessi tipi d’intervento). È banale da dire: uno
Stato può battere moneta e battendo moneta ed immettendola nel circuito
economico risollevare la congiuntura. Esistono varie teorie economiche (a partire da
quella keynesiana) che lo prevedono. Il pericolo ovvio è quello dell’impennarsi
dell’inflazione; ma, a parte che esistono in dette teorie anche dei meccanismi di
controllo, chi ha paura di un periodo di inflazione? La risposta più ovvia è che essa
penalizza i redditi fissi, ma è solo quella più ovvia e su di essa sarà opportuno
tornare.
3. Si narra che la crisi sia un effetto indesiderato della finanza senza scrupoli e che i
suoi “titoli tossici”, i famigerati derivati, abbiano avvelenato l’habitat economico.
Sulla natura della crisi torneremo; quello che è chiaro è che in tutto il mondo si sono
contratti i consumi e che generalmente i ceti medi guardano con maggiore timore
agli investimenti a lungo termine che comportino indebitamenti duraturi. I vertici
europei stentano più di altri a fuoriuscire dai paradigmi che hanno introiettato negli
ultimi tre decenni, ed è per questo che in tutti i paesi, a partire dalla Germania, si
sono messi in atto politiche di contenimento della spesa pubblica (“occorre risanare
i conti”). Come ormai stanno sostenendo molti economisti “eretici”, tra i quali il
premio Nobel Amyrta Sen, queste politiche economiche sono solo depressive ed il
loro effetto non potrà essere che quello di deprimere ulteriormente la domanda,
facendo avvitare il sistema su se stesso in un gorgo senza fondo. Questa è
un’osservazione molto sensata. All’insensatezza non sfugge certo l’Italia, la cui
politica economica è guidata dal fiscalista Tremonti, pochi anni fa sostenitore
entusiasta della “finanza creativa”, poi riciclatosi come profeta della crisi. La
manovra italiana riprende il carattere recessivo delle equivalenti europee, con una
buona spolverata aggiuntiva di iniquità.
4. Torniamo alla genesi della crisi. Il fatto che il fallimento di grandi banche, agenzie
di rating e holding finanziarie abbia scatenato il tracollo dell’economia mondiale ha
occultato la natura profonda di questa congiuntura, inducendo alcuni a ritenerla
frutto esclusivo della finanza e delle sue spericolate manovre; certo tutto ciò ha
avuto un peso rilevante, ma il nodo emerso in questa situazione è proprio lo
scollamento tra il capitale finanziario e le sue dinamiche e l’economia reale, che,
trascurata per anni, si è presa la sua rivincita, con essa sancendo l’inapplicabilità
del neoliberismo. Per capire quanto successo occorre ritornare alla svolta degli anni
ottanta ed alle basi materiali che hanno permesso l’affermarsi della teoria
economica di Milton Friedmann. E poi osservare le crepe che si sono verificate nel
sistema economico mondiale in questi ultimi trenta anni, i rimedi cerotto che sono
stati adottati ed infine l’esplodere di un domino incontenibile, quando a franare è
stata l’economia leader: gli Stati Uniti d’America.

(continua)
chiuso il 29 giugno 2010
saverio