IL GOVERNO RENZILLONI

Il governo è desaparecido o almeno sembra esserlo. Dopo l’istrione parolaio la parola d’ordine è quella di fare e non parlare. La decisione è quella di attestarsi in difesa di ciò che è stato fatto e consolidare le posizioni emanando in sordina i decreti attuativi e cioè quell’insieme di norme senza le quali le nuove leggi introdotte non hanno efficacia e poi, approfittando del cono d’ombra che c’è sul governo, cogliere l’occasione per assumere le decisioni più immonde come quella di regalare 20 miliardi di debito pubblico alle banche per ristorare gli amici e gli amici degli amici facendo finta di salvare i risparmiatori.
Il ruolo di distrazione di massa lo svolge il terremoto e il maltempo imponendo un clima di unità nazionale forzata in nome dell’emergenza per cui si potrebbe affermare una nuova versione del famoso adagio: “piove, governo ladro !” nel senso che in questo caso il governo fa veramente il ”ladro” rubando il tempo e le speranze delle persone e facendo i suoi affari mentre la terra trema e nevica.

I decreti attuativi della “mala scuola”

Nonostante i termini per l’adozione dei decreti applicativi delle deleghe siano scaduti il 15 gennaio (ovvero 18 mesi dopo ‘approvazione della legge 107 del 15 luglio 2015, ai sensi del comma 180), lo stesso giorno il Consiglio dei Ministri ha approvato 8 decreti che riguardano:
Il primo riguarda il riordino, l’adeguamento e la semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria “per renderlo funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione”. Il percorso di formazione iniziale e tirocinio verrà realizzato attraverso una collaborazione strutturata e paritetica fra scuola, università e istituzioni dell’alta formazione […] effettuando un concorso pubblico nazionale, indetto su base regionale o interregionale; seguendo un percorso triennale di formazione iniziale e tirocinio, differenziato fra posti comuni e posti di sostegno, destinato ai soggetti vincitori del concorso suddetto; mediante una procedura di accesso ai ruoli a tempo indeterminato previo superamento
delle valutazioni intermedie e finali del percorso formativo suddetto (atto 377). Così operando non si superano i problemi del reclutamento e si allarga l’incertezza sull’utilizzazione di coloro che sono ammessi a questi percorsi formativi che comporteranno notevoli spese per coloro che vi partecipano senza acquisire alcuna
certezza sul lavoro futuro.
Il secondo degli atti attuativi ( 378) è dedicato alla promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità. L’atto 379 riguarda invece la revisione dei percorsi dell’istruzione professionale. In tale decreto benché si affermi in premessa di voler operare “ nel rispetto dell’articolo 117 della Costituzione, nonché raccordo con i percorsi dell’istruzione e formazione professionale” si mette mano a un settore delicato della
formazione rafforzando l’affidamento alle imprese di compiti e funzioni di controllo del settore.
Uno dei nodi politici di questi provvedimenti è costituito dall’atto che porta il numero 380 dedicato alla “ istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni”, in pratica la ristrutturazione del settore che in un difficile raccordo con una legislazione regionale largamente favorevole alla presenza dei privati attraverso varie forme (buono scuola, sistema convenzionale, ecc.) mira a consolidare il
sistema misto pubblico-privato voluto da Luigi Berlinguer, impedendo qualsiasi iniziativa dei cittadini come quelle proposte da Scuola e Costituzione a favore della scuola pubblica e contro il finanziamento delle scuole private e confessionali (vedi referendum di Bologna).
Il successivo atto 381 riguarda il diritto allo studio per il quale mentre si dichiara di voler definire le “prestazioni, in relazione ai servizi alla persona, con particolare riferimento alle condizioni di disagio e ai servizi strumentali, nonché potenziamento della carta dello studente” in realtà si riducono le prestazioni e il campo di applicazione dei provvedimenti L’atto 382 nel promuovere “ norme sulla promozione della cultura
umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività” incide invece in modo pesante e inaccettabile sui contenuti culturali dell’insegnamento e della scuola, procedendo nella direzione della fluidificazione dei contenuti dei programmi e sull’acquisizione di un impianto di fatto ricusa i contenuti umanistici per defluire verso un impianto empirico del sapere
Gli ultimi due atti (il 383 e il 384) riguardano rispettivamente la disciplina della scuola italiana all’estero e la valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato. Tali decreti sono stati trasmessi alla Commissione Cultura della Camera che dovrà esprimere il proprio parere entro il 17 marzo. Se entro quella data la Commissione non sarà riuscita a formulare le proprie osservazioni, il Governo potrà
comunque procedere a emanare il testo definitivo del decreto.
Va da se che qualora non vi fosse una forte mobilitazione del mondo della scuola tali decreti verranno approvati entro 60 giorni dopo la trasmissione alle commissioni parlamentari, cioè entro il 17 marzo e su questo conta l’attuale governo .
Sempre sul tema della scuola rimane aperto quello della delega al Governo – prevista dalla Mala Scuola della revisione del testo unico (organi collegiali, ecc..), tema sul quale il governo produrrà un disegno di legge con tempi più lunghi. L’obiettivo è quello di limitare i poteri degli organi collegiali per consentire una gestione dirigistica del Governo e dei dirigenti scolastici sulla scuola.

I Referendum della CGIL e il ruolo della Consulta

A dare una mano al “Governo con il silenziatore” è intervenuta la Consulta, o meglio sono intervenuti e stanno per intervenire gli omini che il Governo Renzi e il decaduto re Giorgio hanno copiosamente inserito nella Costituzione. E’ toccato al cosiddetto “ dottor sottile” (Giuliano Amato) stoppare la richiesta di intervento sul Job Act, sovvertendo la precedente giurisprudenza della corte in materia. D’altra parte era in gioco ben più che la riproposizione dell’articolo 18 in una forma “espansa” fino a tutelare i lavoratori nelle
imprese con 5 dipendenti.
Bisogna considerare con la sostanziale liberalizzazione dei licenziamenti ingiustificati introdotti dal Jobs Act, con l’eliminazione del diritto alla reintegra nel posto di lavoro sta prevalendo il principio dell’articolo 30, comma 1, della legge 183 del 2010 (Collegato lavoro), secondo cui “in tutti i casi nei quali le disposizioni di legge nelle materie del lavoro privato e pubblico contengano clausole generali, ivi comprese le norme in tema di (…) recesso, il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai principi
generali dell’ordinamento, all’accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro” che è come dire “ la mia impresa la organizzo come voglio. “
Così facendo si reinterpreta l’articolo 41 della Costituzione giungendo ad affermare come fa la Cassazione in una sua recente sentenza “che la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del posto di lavoro non è sindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità” con i limiti dettati dallo stesso articolo e “sempre che risulti l’effettività e la non pretestuosità del riassetto organizzativo operato”. In pratica il datore di lavoro può legittimamente licenziare il lavoratore per sostituirlo con uno che costi di meno e ciò in nome del fatto che il valore primario dell’azienda è fare il massimo profitto mentre scompare il valore sociale del lavoro, benché sia contenuto nell’art. 41 citato.
Per ora resta maggioritaria un’interpretazione più restrittiva in materia di legittimità del licenziamento per giusta causa ma non c’è dubbio che l’eliminazione dell’articolo 18 sostiene la tesi che l’aumento della redditività come “giustificato motivo” è ragione sufficiente per lasciare a casa un dipendente.
Attualmente è ancora vero che non si possono affidare le stesse mansioni che prima venivano svolte dal lavoratore licenziato a un nuovo assunto, “né si potrebbe assumere un dipendente che svolge le stesse funzioni ma ‘costa meno’, ma se l’imprenditore suddivide le mansioni in modo diverso tra altri lavoratori, poiché è il titolare dell’organizzazione dell’impresa può utilizzare diversi escamotage per aggirare l’ostacolo e così il licenziamento non è più l’estrema ratio, ma una libera scelta imprenditoriale non sindacabile in sede giudiziaria Reintrodurre in una qualche forma l’articolo 18 significa riproporre il problema del reintegro e di una corretta interpretazione dell’art. 41. Ciò basti a considerare che le riforme costituzionali si fanno anche così, creando un quadro legislativo che indirizzi verso una interpretazione eversiva delle garanzie costituzionali.
L’altro omino al lavoro è Augusto Barbera, eletto giudice costituzionale su proposta del Partito Democratico dopo 32 sedute del Parlamento, esperto di sistemi elettorali, sostenitore dell’introduzione del sistema maggioritario in Italia. Di lui dicono che soffra della sindrome di Newton. Un giorno mentre meditava vide cadere una mela e si chiese cosa impedisse all’Italia di essere come l’Inghilterra paese di nascita della democrazia occidentale, recependone il sistema maggioritario.
Questo giudice ha condotto attraverso i suoi allievi la battaglia per le riforme istituzionali e costoro hanno partecipato all’elaborazione dell’Italicum. Quale migliore occasione per difendere il progetto revisionista e onorare il mandato della maggioranza renziana che lo ha eletto. Vedremo!

La Corte Costituzionale e il voto

Quel che è ormai certo è che il Governo Renzilloni durerà quel che è necessario per continuare a finanziare le banche, togliendo dai guai non solo i babbi di Boschi&Renzi in Banca Etruria, ma soprattutto il PD, compromesso nella gestione del Monte dei Paschi attraverso la sua Fondazione che lo controllava e nella quale i DS la facevano da padroni. Continuerà per dare attuazione in sordina all’attività devastante delle riforme renziane; continuerà per pagare i debiti lasciati da Renzi; continuerà per riformare la disciplina dei voucher per impedire che si vada al referendum. La modifica della legge impugnata può annullare il quesito referendario e permettere di lasciare da solo il poco comprensibile ma importante terzo referendum della CGIL che propone
l’abrogazione delle norme che limitano la responsabilità solidale degli appalti.
Con questo referendum si vogliono difendere i diritti dei lavoratori occupati negli appalti e sub appalti coinvolti in processi di esternalizzazione, assicurando loro tutela dell’occupazione nei casi di cambi d’appalto e contrastando le pratiche di concorrenza sleale assunte da imprese non rispettose del dettato formativo.
L’obiettivo è rendere il regime di responsabilità solidale omogeneo, applicabile in favore di tutti i lavoratori a prescindere dal loro rapporto con il datore di lavoro. Si vuole insomma ripristinare la responsabilità in solido tra appaltante e appaltatore, garantiamo la stessa dignità a tutti i soggetti che, direttamente o indirettamente, contribuiscono alla crescita aziendale.
Come si vede si tratta di un quesito di non immediata gestibilità e comprensione che, se affrontato da solo ha l’effetto quasi certo di non raggiungere il quorum, screditando l’intera manovra referendaria e annullando gli effetti della battaglia politica della CGIL. Un modo insomma per regalare a Renzi un insuccesso dei suoi avversari prima delle elezioni politiche prossime venture.
Per questi motivi il Governo Renzilloni serve e quindi durerà, e poi, chissà non permetta di servire al paese un piatto condito con salsa democristiana, con buona pace di Renzi che pur essendo il più democristiano di tutti rischia di restare lontano da palazzo Chigi.

C. G.