La disoccupazione

All’interno della crisi il problema della disoccupazione non trova soluzione: essa cresce e col suo crescere il mercato si restringe e l’avvitamento dell’economia su se stessa continua. In questo quadro pompare valuta nel sistema aiuta, ma non risolve. I dati sono evidenti. Gli USA hanno fatto la scelta di affrontare la congiuntura con massicce immissioni di denaro, contrariamente a quello che ha fatto l’Unione Europea. Così dal 2008 al 2010 il tasso di disoccupazione negli USA è cresciuto a dismisura (3,4% nel 2009 e 5% nel 2010) poi la crescita a teso a rallentare (4% nel 2011, 3,5% nel 2012, 2,9% nel 2013 e 1,8% nel 2014). In Europa, zona Euro, all’inizio la crescita è stata lenta perché la crisi ha avuto effetti ritardati (1,8% nel 2009, 2,7% nel 2010 e 2,5% nel 2011),
poi l’impennata (3% nel 2012, 4,6% nel 2013 e 4,5% nel 2014) (dati ne Il Sole 24 ore, a. 150, n° 230, 23 agosto 2014, p. 3; il 2014 è ancora allo stato di stima). Il problema è che comunque, più o meno, la disoccupazione tende a crescere ovunque, a riprova che, come detto, l’immissione di liquidità può essere utile, ma il problema sta altrove. Fornire denaro a banche e imprese di per sé non garantisce che esso si traduca in creazione di posti di lavoro. Può finire in speculazioni finanziarie senza riflesso sull’economia reale (banche) o tradursi in nuovi processi produttivi con innovazioni tecnologiche, che risparmino lavoro. In ogni caso il mercato interno delle nazioni si restringe e con esso il mercato globale.
La soluzione sarebbe semplice: occorrerebbe investire direttamente in lavoro. Ciò comporta alcune eresie alle orecchie della lobby finanziaria neoliberista che detiene le leve di comando. Prima di tutto dismettere gli investimenti nelle grandi opere, che necessitano di ingenti capitali a fronte di un modesto ritorno in posti di lavoro, e finanziare una miriade di piccole infrastrutture locali, molto più necessarie ed a forte impatto occupazionale; ma così addio agli appalti miliardari, panacea della finanza e dell’economia illegale. Poi occorrerebbe smettere di parlare di revisione della spesa (e questo non significa non eliminare sacche di sprechi esistenti e che arricchiscono pochi), perché ogni riduzione di spesa comporta la perdita di posti di lavoro (per esempio la riduzione del 50% dei distacchi sindacali nel pubblico impiego, per quanto popolare possa essere, comporta meno lavoro disponibile per i precari, e poi perché solo nel pubblico impiego?). Ovviamente in epoca di pareggio di bilancio e di riduzione del debito pubblico, ciò appare improponibile, anche perché la sua attuazione avrebbe una ricaduta inflazionistica, opzione inaccettabile per i monetaristi. Si dà però il caso che oggi il pericolo sia la riduzione del tasso di inflazione nell’Eurozona, che ormai rischia di scivolare nella recessione profonda, grazie anche a una pericolosa tendenza alla deflazione, indice di una caduta verticale della domanda. Non è un caso che il premio Nobel Paul Krugman abbia proposto che l’inflazione risalga almeno al 2% (Il Sole 24 ore, a. 150, n° 230, 23 agosto 2014, p. 1). I tassi di disoccupazione per l’Eurozona sopra riportati sono una media tra i vari paesi, ma le situazioni più drammatiche si trovano nei paesi mediterranei (Spagna, Portogallo e Grecia) con percentuali al di sopra del 20%.