OSSERVATORIO ECONOMICO

serie II, n. 24, novembre 2013

Export 1 – Molte cose sono cambiate nel panorama del commercio estero internazionale negli ultimi quindici anni. Nuovi competitori si sono affacciati, conquistando quote consistenti di mercato. Il caso più eclatante è, ovviamente, quello della Cina, la cui fetta sul totale delle esportazioni mondiale è salita dal 3,2% del 1995 al 12,2% nel 2009 (“Il Sole 24 ore”, a. 149, n° 291, 23 ottobre 2013, p. 6). Ciò significa che la partecipazione della Cina al commercio internazionale è praticamente quadruplicata. Per quanto il caso cinese sia unico nella sua enormità e quindi anomalo, esso non esclude che altri paesi emergenti abbino acquisito quote maggiori del passato. Tutti i paesi di più lontana industrializzazione ne hanno subito le conseguenze; chi più, chi meno. La presenza degli Stati Uniti, per esempio, è calata dal 15,2% al 12,6% con un calo del 2,6%, che nel volume delle
esportazioni statunitense significa il 17,1% in meno di merci esportate. Il dato è sovrapponibile a quello italiano e tedesco; l’Italia e passata dal 6,4% al 4,5%, con una diminuzione del 16,7% di merci esportate e la Germania dall’11,4% al 9,7, cioè un calo del 14,9%. Questi dati rendono poco fondata la polemica scatenata dal New York Times (Nyt) il 30 ottobre 2013 sulla presunta vocazione tedesca alle esportazioni, che tra l’altro alimenta la favola, ribadita in modo martellante in tutte le discussioni e tavole rotonde, che la Germania starebbe meglio degli altri paesi perché ha operato negli anni novanta quelle “riforme strutturali” che oggi la renderebbero maggiormente immune alla crisi: si noti che chiunque sostenga queste tesi fantasiosi si astiene sempre dallo specificare quali siano queste necessarie “riforma strutturali”.
Tornando al commercio internazionale due paesi presentano risultati palesemente più negativi degli altri.
Il primo è il Giappone che passa dal 11,9% al 7% (meno 41,2%); ma che l’economia nipponica fosse in fase calante era già ben noto e quindi il dato non stupisce. Un po’ meno esaminato è il caso della Francia. La sua quota è scesa dal 5,9% al 4,2%, con una diminuzione del proprio volume di esportazioni del 28,9%, con il che viene sorpassata a ritroso dall’Italia. Una riflessione è d’obbligo. La situazione è fotografata, come detto, al
2009 e quindi la gestione Hollande non ne è certo responsabile; è ben vero che il nuovo presidente francese a due anni dal proprio insediamento ha deluso tutte le aspettative, ma non ci si può esimere dal sostenere che la subalternità transalpina ai dettami tedeschi, durante la gestione Sarkozy, è stata disastrosa per la Francia, priva di quella compattezza tecnologica che rende pur sempre appetibili i prodotti tedeschi nella fascia alta dei consumi internazionali.
Spread – Vuole la consuetudine che l’andamento del differenziale dei titoli di stato italiano sia quotidianamente confrontato con quelli tedeschi e con il relativo andamento, sempre rispetto ai Bund, dei titoli di stato spagnoli; ogni minima increspatura in un senso o nell’altro scatena un vortice di considerazioni da smentire il giorno dopo e comunque raramente perspicaci. Un esempio paradigmatico può essere l’articolo di certa Morya Longo su Il Sole 24 ore, a. 149, n° 293, 25 ottobre 2013, p. 3. L’ennesimo sorpasso del rendimento dei Btp a dieci anni italiani rispetto a quelli spagnoli, indice di una loro minore fiducia su di essi della finanza internazionale, suscita una serie di considerazione circa il fatto che la Spagna “sta uscendo dalla crisi”, mentre l’Italia no. E qui scatta una prima precisazione: ogni sommesso stormir di fronde viene salutato come l’inizio della fine della crisi, che intravede con occhio acutissimo anche il ministro Saccomanni; è perlomeno dubbio che la crisi stia finendo, che la Spagna ne stia uscendo assomiglia alla venuta dei marziani annunciata nel 1938 da Orson Welles. L’articolo summenzionato porge alcune considerazioni condivisibili circa il restringimento del credito in atto in Italia ed il corrispettivo allargamento operante in terra ispanica, con la relativa considerazione
del poco che si è fatto da noi sul fronte delle banche. Quello che lascia molto perplessi è l’analisi sulla ricetta sociale adottata nei due paesi. In Spagna, si dice, il costo unitario del lavoro è sceso dell’11,1% ,mentre in Italia è cresciuto del 3,8%, sempre dal 2009 ad oggi. È già qui qualcosa non torna, perché questo non viene riferito se a prezzi correnti o deflazionati, in quanto nel primo caso anche il costo reale del lavoro italiano sarebbe
diminuito in cinque anni. ma la conseguenza che l’articolista ne trae è che tale diminuzione avrebbe reso più competitiva le merci spagnole, con conseguente aumento delle esportazioni del 6,6% nei primi sette mesi del 2013 e crescita di affidabilità del sistema paese della Spagna per la finanza. Si dice, per la verità, anche che queste scelte hanno provocato un autentico dramma sociale tra gli iberici, citando un drammatico 26% di disoccupazione. A fare i pignoli si può argomentare che l’Italia ha tassi di disoccupazione similari e che la disoccupazione non è correlata al costo del lavoro, ma alla quantità del prodotto con la relativa intensità di lavoro necessario. Ma è proprio qui che casca l’asino! Un aumento delle esportazioni è sicuramente un bene, ma solo un pazzo può pensare che un sistema produttivo possa reggersi solo su di esse. Se il mercato interno crolla ai livelli suddetti vuol dire che la produzione è in profonda recessione, causati da un livello salariale troppo basso che non alimenta i consumi. Forse la finanza più essere soddisfatta dell’andamento dell’economia spagnola, ma non lo sono certo gli spagnoli e le prospettiva di qual sistema economico sono molto incerte.
Usa&Cina – Si tratta di un intreccio economico molto complesso, ma che continua funzionare, prima e durante la crisi. Nel 2000 la percentuale del debito degli Stati Uniti (allora di 3.399 miliardi di $) in mano cinese era pari al 2%; nel 2013 il debito statunitense è salito a 12 miliardi e la percentuale cinese all’11%. Questo garantiva alla Cina di tenere sotto controllo la rivalutazione dello Yuan di modo che questa non divenisse pericolosa per le esportazioni. Gli Stati Uniti avevano un modo sicuro per coprire il crescente deficit della
bilancia commerciale. L’equilibrio si basava sulla centralità del dollaro quale moneta di riferimento dei mercati internazionali. Ma ora gli USA sono in odore di bancarotta ed il dollaro sta perdendo centralità; la Cina sta per terminare le proprie erogazioni al Tesoro statunitense, dove per anni ha riversato il surplus valutario derivante dal successo delle esportazioni, esportazioni che si riversavano in gran parte proprio negli Stati Uniti,
loro principale partner economico. Tra l’altro le importazioni dalla Cina di prodotti a basso prezzo hanno permesso agli statunitensi di temperare la durezza della crisi. Ancora una volta la situazione gioca a favore dei due partner. La Cina vedrà una riduzione della valuta estera in ingresso, soprattutto in dollari e andrà a cercare altre monete su cui investire e gli Stati Uniti potrebbero beneficiare di una svalutazione del dollaro che potrebbe
rilanciare sui mercati esteri i propri prodotti (cfr. PAUL KRUGMAN, I vantaggi di Washington con il dollaro svalutato, in “Il Sole 24 ore”, a. 149, n° 295, 25 ottobre 2013, p. 17).
Maquillage – Non tutti i settori esportativi italiani sono in crisi. Vista la crescita delle richieste dei mercati asiatici e sudamericani, le esportazioni italiane dei prodotti cosmetici è prevista in aumento del 5% annuo nei prossimi tre anni. Neanche a dirlo, ma la Francia da sempre leader nel settore ha perso nel ultimi cinque anni il 4,6 di peso nel mercato internazionale “Il Sole 24 ore”, a. 149, n° 299, 31 ottobre 2013, p. 26).

chiuso il 31 ottobre 2013
saverio