Osservatorio economico

serie II, n° 41, marzo 2019

Italietta – Già nel numero precedente (serie II, n° 41, dicembre 2018) si era messo in guardia circa la sottovalutazione del sistema economico italiano. Un interessante articolo di Andrea Montanino. Livio Romano e Fabrizio Traù del Centro Studi di Confindustria (Quello che le statistiche sulla produttività non dicono, “Il Sole 24 Ore”, martedì 12 marzo 2019, a. 155, n° 70, p.16) analizza la competitività sia dal punto di vista tradizionale, cioè a prezzi costanti, con quella calcolata a prezzi correnti, traendone conclusioni eterodosse. Nella sostanza, il calcolo a prezzi costanti privilegia il volume e la quantità delle merci prodotte, mentre quello a prezzi correnti privilegia la loro qualità, cioè il valore di mercato, questo confronto è possibile in periodi in cui l’inflazione abbastanza uniforme nei vari paesi non altera il calcolo. Per di più, il calcolo a prezzi costanti non conosce un’adeguata uniformità di parametri tra i paesi messi a confronto, tale da rendere effettivamente conto del reale andamento economico. Ciò che emerge è decisamente clamoroso. Se a prezzi costanti l’Italia tra il 2000 ed il 2017 ha perso 31 punti percentuali di produttività nei confronti della Francia, a prezzi correnti ne ha guadagnati 2. In generale l’andamento della produttività italiana, misurata a prezzi correnti, negli ultimi due decenni è coerente con quella degli altri paesi. Il dato, così rilevato, rende conto del fatto che, a latere di una pletora di piccole e piccolissime aziende aliene dell’innovazione e legate a produzioni tradizionali, si sono sviluppate in Italia molte aziende che hanno scelto di fare perno della propria produzione i prodotti di alta qualità e di forte contenuto tecnologico, il cui valore sui mercati è altamente remunerativo. Ciò rende conto dei risultati complessivi, incomprensibili se si prendono per buone le statistiche della produttività a prezzi costanti, risultati da cui prende spunto l’analisi svolta nell’articolo che è bene riportare per intero: “La manifattura italiana occupa la settima posizione al mondo per valore aggiunto, la quarta per diversificazione produttiva, la seconda per competitività dell’export e ha un tasso d’investimento che è superiore a quello dei principali competitor europei, Germania inclusa”. Ne consegue che il tallone d’Achille dell’economia italiana è quello di aver puntato, con successo, alle esportazioni, mortificando il mercato interno; ciò la rende oltremodo esposta alla congiuntura internazionale (che versa adesso in condizioni precarie) e la priva nei casi di crisi di un adeguato polmone interno in grado di sostenerla.
Cina – Il presidente Xi Jinping è venuto in Europa con l’evidente intento di concludere affari. Con l’Italia ha firmato un memorandum, cioè una dichiarazione di intenti, ed una serie di accordi commerciali, che contrariamente a quanto dichiarato alla vigilia, contemplano anche il delicato settore delle telecomunicazioni (Gerardo Pelosi, Italia-Cina, accordi anche nelle Tlc, “Il Sole 24 Ore”, domenica 24 marzo 2019, a. 155, n° 82, p.3); settore strategico ed in cui la tecnologia cinese è all’avanguardia. Questo rinnovato attivismo cinese nei confronti dell’Europa merita una riflessione. Nel 2018 gli investimenti cinesi in Europa hanno subito una drastica riduzione (23 mld di $, contro gli 70 del 2017 ed i 45,8 del 2016; Rita Fatiguso, Brusco calo per gli investimenti cinesi in Europa e negli Stati Uniti, “Il Sole 24 Ore”, mercoledì 16 gennaio 2019, a. 155, n° 15, p.20). in una contingenza nella quale il Pil cinese ha iniziato a crescere meno degli anni precedenti (ma pur sempre intorno al 6% annuo) l’attenzione del colosso orientale si è trovata sbilanciata verso l’Africa. Il continente africano è ricchissimo di materie prime, anche strategiche, ed il problema è quello delle linee di trasporto che ne consentano lo sfruttamento e la veicolazione verso il loro utilizzo; i cospicui investimenti che la Cina ha messo in cantiere in tutta l’Africa trovano questa giustificazione. Ma se la produzione inizia a mostrare timidi segni di cedimento (ben inteso rispetto alle straordinarie crescite del decennio precedente), è necessario ristabilire dei canali commerciali verso quei paesi che garantiscano l’assorbimento delle merci, paesi
consumatori in particolare di prodotti tecnologicamente avanzati; pertanto è stato utile rispolverare un progetto di qualche anno fa (impropriamente denominato da noi “via della seta”, ma in realtà “una cintura, una strada”) che prevede un corridoio diretto verso l’Europa. Ovviamente l’Africa si presta al prelievo di materie prima, ma non è al momento un mercato aperto sufficientemente per le esportazioni.
Armamenti – Quando il titolo non rispecchia il contenuto! Come è noto l’Italia è un grosso produttore di sistemi d’arma e questi costituiscono un settore rilevante dell’export. A prima vista la situazione appare catastrofica: Gianni Dragoni, Armi italiane, crolla l’export. La diminuzione è del 50%, “Il Sole 24 Ore”, sabato 29 dicembre 2018, a. 154, n° 362, p.9), addentrandosi nella lettura dell’articolo la cosa cambia aspetto. In realtà. Al netto di due maxicommesse (7,7 mld per 28 Eurofighter al Kuwait nel 2016, e 4,22 mld per navi da guerra al Qatar nel 2017) vi è un calo congiunturale di circa il 25%. In questo calo va compresa una drastica riduzione delle vendite autorizzate verso l’Arabia Saudita, da sempre uno dei nostri migliori clienti, a causa dell’imbarazzo creato dalla guerra nello Yemen; tenendo conto di questo, il calo si attesta sotto il 20%. Questi calcoli non tengono in considerazione, non è chiaro il perché, i cosiddetti “programmi intergovernativi” cioè delle produzioni relative a componenti d’arma assemblate altrove per progetti tra vari paesi. Una curiosità: nel 2016 il vaticano ha acquistato materiali della categoria “bombe, siluri, missili ed accessori” per 1.649 € (?).
Congiuntura – L’ufficio studi di Confindustria prevede (dati del 27 marzo 2019) per l’Italia crescita zero per l’anno in corso. Non è una novità! Quello che è rilevante è il fatto che su la stagnazione pesa il calo dell’export, causa il forte rallentamento tedesco. Per un paese, come l’Italia, che ha basato la propria economia sulle esportazioni, deprimendo il mercato interno, e che trovava uno sbocco importante delle proprie merci nella Germania, che rappresenta il primo partner commerciale (“Il Sole 24 Ore”, giovedì 28 marzo 2019, a. 155, n° 86, p.3), l’affaticamento dell’economia tedesca rappresenta un grosso problema; le più colpite sono le regioni del nord (ivi, p. 2).
Trasporti – Se ci fosse qualche dubbio che l’auto elettrica rappresenti una prospettiva di sviluppo per l’industria automobilistica, l’articolo di Elena Comelli, L’Europa entra nel grande gioco delle batterie, in “Il Sole 24 Ore”, giovedì 28 marzo 2019, a. 155, n° 86, p.31, chiarisce le tendenze in atto. Rispetto all’articolo del numero scorso (“Crescita Politica”, n° 115) ci sono alcuni dati da aggiungere. Il 65% delle batterie elettriche sono prodotte in Cina: il maggior produttore al mondo è un’azienda cinese e tra le prime dieci aziende cinque sono cinesi. La richiesta mondiale di Litio è prevista in crescita esponenziale (tutte e due le notizie si trovano nei grafici annessi all’articolo citato). I prezzi delle materie prime necessarie alla produzione delle batterie, contrariamente a quanto previsto, nel 2018 sono calati; la ragione va ricercata nel drastico calo della domanda da parte cinese, dovuta al fatto che la Cina ne aveva fatto incetta negli anni precedenti, trovandosi ora a smaltire
un surplus rispetto alla domanda. Da segnalare, a fondo della stessa pagina., l’articolo di El. S., L’alternativa dell’idrogeno viaggia su rotaia e in aereo; le celle di idrogeno possono venire prodotte da fonti rinnovabili e sono prive di residui inquinanti, ma l’industria dell’auto ha evidentemente altri interessi.

chiuso il 23 dicembre 2018
saverio