Se chi ha il timone non conosce la rotta!

L’assetto del potere mondiale sta attraversando una fase, non breve, di transizione verso nuovi equilibri. C’è stato chi temerariamente (Fukuyama) nel 1992, subito dopo il crollo del polo sovietico, ha teorizzato la “fine della storia”; si è parlato di mondo unipolare, di ordine mondiale a centralità statunitense e così via. La realtà ha smentito queste baggianate: la storia è andata avanti e mai come nell’ultimo ventennio sono sorti conflitti e la geografia politica è cambiata altrettanto rapidamente. Quello che doveva essere il centro dell’impero sta conoscendo un lento, ma inesorabile declino1: nel 2007 negli Usa si è scatenata le tempesta economica più devastante di sempre; le avventure di polizia mondiale hanno prodotto danni irreparabili alla coesistenza tra i popoli, accentuando il pericolo del terrorismo contro il quale si era proclamata la guerra, ed esso ora è più minaccioso che mai; la Cina si sta configurando come l’antagonista in ascesa sia sul piano economico che su quello strategico2.

Lo storico inglese Toynbee ha riscritto la storia mondiale seguendo l’ascesa ed il definitivo tramonto delle varie civiltà affacciatesi alla ribalta, avvicendandosi l’un l’altra3: la civiltà sinica aveva avuto il suo apogeo (come altre) per poi cedere definitivamente il passo ad altre, ultima quella occidentale, la nostra.

Contrariamente a quanto da lui previsto la civiltà che conosciamo non sta per lasciare campo ad una nuova arrivata, ma al ritorno di quella sinica e il deperimento della leadership statunitense non lascia il testimone alla vecchia Europa, che pure nella sua tendenziale unificazione aveva fatto intravedere una rinascita di potenza ed una possibilità di una riconquistata centralità4. Perché l’occasione non è stata colta?

Le scelte sbagliate dell’Europa: economia.

È ben noto il detto per cui l’Europa è “un gigante economico ed un nano politico”. Ma alla indubbia forza economica (vedi nota 4) non corrisponde un’analoga capacità di politica e strategia economica. Il monetarismo è nato ed ha fatto i suoi primi passi negli Usa; da lì si è irradiato in tutto il globo, perché i suoi alfieri sono andati ad occupare tutti i posti che contano nelle istituzioni internazionali e nelle università. Aderendo ad esso l’Europa ha rinnegato la propria storia fatta di integrazione della classe operaia nei meccanismi capitalistici, grazie al welfare ed ad una parziale redistribuzione dei redditi. Peccato che il legame con gli Stati Uniti d’America sia forte solo in ciò che non si dovrebbe imitare e il modello di oltre oceano non sia seguito quando sarebbe utile.

  1. A parte gli inizi degli anni cinquanta e sessanta (CECA, etc.), la svolta per la vera nascita dell’UE dalla CEE si ha all’inizio degli anni novanta con il trattato di Maastricht (1992). Le teorie neoliberiste sono imperanti e divengono il perno della nuova Europa. La Germania è impegnata nella ricostruzione della propria unità territoriale con l’ex-DDR e necessita di soldi, per cui chiede ed ottiene la cancellazione dei residui debiti di guerra, rimandati appunto nel 1953 al momento dell’unificazione delle due Germanie. Nonostante le difficoltà economiche essa è però l’economia dominante nel continente e impone (insieme alla Gran Bretagna, da sempre fedele alleato statunitense) regole rigide e sotto certi aspetti assurde, regole che si ritorceranno contro l’economia europea: vengono fissati dei parametri, arbitrari e non supportati da alcuna seria analisi, che le economie nazionali dovranno rispettare (3% sul Pil del deficit di bilancio, 60% del debito pubblico e l’1,5% di inflazione). Ma il “capolavoro” tedesco fu, nel 1998, la creazione della Banca Centrale Europea, con la creazione della moneta unica (€) che coinvolse una parte dei paesi della UE. La nuova Banca soggiaceva forti limitazioni nella capacità di emettere valuta e si librava nel vuoto politico per l’assenza di un rifermento statuale. Era la visione dei finanzieri tedeschi, che imponevano un cambio marco centrico e in tal modo potevano pensare di controllare e dominare il processo di integrazione economica. Ora la Germania è famosa per aver perso nel corso del secolo passato ben due guerre ed affidarle il comando delle operazioni economiche non è stato un gesto lungimirante. Già l’idea di costruire l’unità a partire dal lato finanziario appare bizzarra, ma creare depositaria del rispetto delle regole una nazione, solo perché in quel momento godeva dell’economia più vigorosa, ha condotto l’Europa ad un’assurda e miope visione di strategia economica.

  2. Recentemente la subalternità europea agli USA si è arricchita di un nuovo inquietante capitolo: il TTIP, ovverosia il Transatlantic Trade and Investiment Partnership. Si tratta di un allargamento della zona di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico, che viene negoziato attualmente tra Europa ed USA, ma che porterà vantaggi solo al secondo soggetto e soprattutto alle sue multinazionali. Di fatto la trattativa non riguarda eventuali tariffe doganali, per altro pressoché inesistenti tra USA e UE, ma la reciproca commerciabilità dei prodotti unificando gli standard produttivi e le tipologie dei controlli sulla loro nocività per il consumatore. Esiste uno studio molto dettagliato sull’argomento di John Hilary, cui si rimanda per le necessarie disamine e verifica delle fonti ufficiali5; a noi bastano pochi accenni su punti estremamente rilevanti.

    • Trasparenza – Tutti i documenti ufficiali asseriscono la necessità dell’assoluta trasparenza che deve sovrintendere l’effettuazione della negoziazione. In realtà uno scambio di lettere tra il delegato alla guida del gruppo di negoziatori dell’UE, Ignacio Garcia Bercero6, ed il suo equivalente statunitense,

      Daniel Mullaney7, del 5 luglio 2013 sancisce accordi ben diversi. Addirittura, in apertura, Mullaney dichiara che la trasparenza è uno dei temi fondanti dell’Amministrazione Obama ed analogamente Bercero richiama la necessità, ravvisata dall’Unione Europea, che tutti gli atti della stessa siano a disposizione dei cittadini. Però, c’è un però, questi saranno trattati internazionali e come tali devono coinvolgere solo i loro sottoscrittori e non pervenire a conoscenza di nazioni ad essi estranei. Pertanto tutti i documenti relativi (“testi negoziali, proposte di ambo le parti, materiale esplicativo di accompagnamento, documenti di discussione, e-mail relative alla sostanza dei negoziati, ed ogni altra informazione scambiata nell’ambito negoziale”) saranno considerati confidenziali e pertanto chiunque ne sia in possesso li deve conservare file protetti. Come inizio non è promettente.

    • Cibo – Allo scopo di “rimuovere barriere non necessarie” si sta cercando con il TTIP di abbassare agli standard statunitensi il controllo sui cibi e sul loro pericolo per i consumatori. Alcuni dati: negli USA il 70% del cibo venduto nei supermercati è transgenico; l’uso dei pesticidi in agricoltura è tollerato molto di più che in Europa; l’attuale livello di controllo degli interferenti endocrini, molto dannosi per la salute umana, bloccherebbe il 40% delle possibili importazione dagli USA; la carne bovina prodotta al di là dell’Atlantico è per il 90% cresciuta a base di ormoni cancerogeni; i produttori di polli e tacchini statunitensi trattano le loro carcasse con il cloro prima di utilizzarle per produrre altro cibo. Il quadro può bastare.

    • Ambiente – Sono pure sotto attacco le regole relative alla preservazione dell’ambiente e della biodiversità; l’aumento previsto della produzione porterà ad uno sforamento delle emissioni di CO2 previste dal Protocollo di Kyoto, cui notoriamente gli USA non aderiscono; in Europa vale il principio della precauzione, per cui in presenza sostanze che presentano un rischio di nocività si preferisce non consentirne l’uso, mentre negli USA prima di proibire una sostanza, utilizzata ad esempio nell’industria cosmetica, l’autorità pubblica ne deve accertare la nocività, per cui a fronte di una dozzina di sostanze proibite oltre Atlantico in Europa ne sono proibite circa 1.220; e così via.

    • Lavoro – Si prevede che, poiché le condizioni del lavoro negli USA, sono molto meno garantite che in Europa e che ivi la sindacalizzazione è molto più bassa, molte aziende europee cercheranno di trasferirvi lavorazioni e servizi (FCA insegna); ciò provocherà perdita di posti di lavoro, tanto che gli Stati europei dovranno accantonare del 2014 al 2020 70 miliardi di € per sostenere l’impatto della disoccupazione.

I settori su cui si negozia sono sette: chimica, cosmetica, settore ingegneristico, dispositivi medici, motori per veicoli, farmaceutica, tessile. Ma c’è anche una parte che riguarda la liberalizzazione di servizi alla persona fondamentali quali l’istruzione e l’assistenza medica.

  1. Questo appiattimento sulle direttrici degli Stati Uniti d’America non si riscontra, però, nella politica economica. Investiti dalla crisi del 2007 gli USA hanno presto cambiato strada rispetto al dettato monetarista ed hanno stampato dollari a ritmo forsennato; se questo non ha risolto la congiuntura economica, perché gran parte della nuova valuta è andata ad oliare il sistema finanziario che con le sue spericolate iniziative è all’origine del disastro, e solo in parte a sostegno delle aziende, ne ha però attenuato l’impatto. C’è stato anche il tentativo di Obama di costruire una parvenza di Welfare, con la riforma dell’assistenza medica. Di contraltare la Germania, con il suo corollario di paesi nordici, è divenuta in Europa la vestale dell’ortodossia rigorista, mentre la BCE, per quanto detto, era impossibilitata a largheggiare nell’emissione di moneta e per di più essa è andata esclusivamente appannaggio delle banche e soltanto ad esse. Se attualmente gli USA vedono un barlume di fragile ripresa, l’Europa la conosce solo nelle proiezioni ottimistiche volte a rassicurare l’opinione pubblica.

Le scelte sbagliate dell’Europa: politica.

L’Europa negli ultimi anni si è imbarcata in una serie di operazioni a sostegno della visione geopolitica degli Stati Uniti d’America, che però solo alla strategia di quest’ultima portano vantaggio, ammesso e non concesso che essa abbia una qualche possibilità di successo. Sta di fatto che di queste scelte il peso ricade tutto sull’Europa e gli eventuali vantaggi si riversino oltre oceano.

  1. Quattordici anni di strategia statunitense nel settore mediorientale e nordafricano hanno comportato un disastro che è palmare. Il terrorismo islamico non è stato debellato, anzi ora possiede un territorio e fa proseliti ovunque; la scomparsa di feroci dittatori si è rivelata la stura ad una guerra di tutti contro tutti ed è per lo meno dubbio che le popolazioni stiano meglio di prima; la ferocia di pochi si è tramutata in ferocia collettiva. Di questo splendido risultato gli artefici sono, come detto, gli acuti strateghi statunitensi, ma l’Europa si è schierata senza dubbi al loro fianco, rimediando spese militari in un periodo di vacche magre (cui vanno aggiunte le pressanti richieste USA per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma, tra cui gli F35 acquistati in mezzo al marasma mediatico sulla situazione libica dal governo Renzi); ottenendo una reviviscenza del terrorismo nei propri territori; dovendo far fronte a massicci flussi migratori. La Libia è solo il più recente, ma non certo l’ultimo anello di questa catena di rovesci strategici: l’intervento fortemente voluto da Gran Bretagna e soprattutto Francia, per scalzare gli interessi italiani sulle risorse energetiche del paese, ha tratto avvallo e forse ispirazione da Washington, che però non ne hanno pagato i costi. Non si può sottacere che chi finanzia l’ISIS in Libia è quel Kuwait per cui la comunità internazionale, Europa in primis, si imbarcò nella prima Guerra del Golfo, voluta dal Stati Uniti d’America.

  2. La guerra del petrolio che vede il proprio avamposto in Arabia Saudita (è necessario ricordare che i Saud sono i capi della setta islamica fondamentalista dei wahabiti, cui appartiene anche il califfo dello Stato islamico al Baghdadi). Il paese che possiede riserve di petrolio tali da poter far calare il prezzo a proprio piacimento. Il calo del prezzo del greggio sembra favorire l’economia europea, che ne è fortemente dipendente, e nuocere alla politica energetica degli USA, rendendo non conveniente continuare ad estrarre petrolio dagli scisti e dalle sabbie bituminosi, operazione non competitiva con un prezzo del brent al di sotto dei 40 $ al barile. In realtà l’attacco è rivolto contro il nuovo nemico dell’Amministrazione statunitense, la Russia, che dovrebbe entrare in difficoltà economica per i mancati proventi derivanti dal calo del prezzo. Questa strategia, a lungo andare, rischia di fallire, facendo rifluire la Russia, come ricordato all’inizio, nell’orbita cinese, e, con il combinato disposto della crisi ucraina, capovolgersi a sfavore dell’Europa fortemente dipendente, al contrario degli USA, dal punto di vista energetico, in modo particolare dagli approvvigionamenti russi.

  3. Per l’appunto la crisi in Ucraina è emblematica della pochezza politica dell’attuale dirigenza dell’Europa, che solo ora e tardivamente sta cercando di riprendere la situazione sotto il proprio controllo. Obiettivo ormai più che ventennale degli USA è quello di spostare le frontiere della NATO ai confini della Russia, nonostante le assicurazioni del contrario fatte a suo tempo a Gorbaciov. Interesse della Russia invece è quello di mantenere la propria cintura di sicurezza, cuscinetto tra Alleanza Atlantica e il proprio territorio, cintura già intaccata dai paesi baltici e dalla Polonia, non a caso i paesi più radicali nel supportare il governo di Kiev. L’Europa ha iniziato la manovra di inglobamento dell’Ucraina, spinta dalla fame di allargamento, reso necessario per stemperare il fermento sociale interno contro le politiche rigoriste imperanti. Ma non ha calcolato le conseguenze. È indubbio che agenti USA (“consulenti”8) hanno fomentato le dimostrazioni di piazza Majdan e che in essa hanno sguazzato le formazioni paramilitari di estrema destra, eredi di quella parte di popolazione ucraina che aveva attivamente collaborato a suo tempo con il nazismo. È anche acclarato che gli USA hanno attivamente finanziato l’opposizione ucraina per anni9. L’operazione rientrava nella strategia statunitense, già di per sé abbastanza miope. Ma almeno gli USA sono indenni dalle conseguenze generate. Per acquisire un partner sicuramente affidabile, ma dotato solo di un territorio molto adatto all’agricoltura e di un apparato industriale obsoleto e dedicato in gran parte alle esportazioni in Russia, l’Europa a guida tedesca è andata incontro a tre grossi inconvenienti: l’ennesimo conflitto alle porte di casa, l’embargo verso la Russia che sta fortemente danneggiando l’economia dell’Unione (Germania ed Italia in particolare) e il rischio di perdere la sicurezza dell’approvvigionamento energetico del gas russo, che tende ad essere dirottato verso oriente.

L’Europa è attualmente guidata da eurocrati ottusi e da statisti privi di strategia, schiava di schemi economici che sono all’origine della crisi e dalla cui pedissequa applicazione non riescono a svincolarsi; è sempre più l’Europa del capitale finanziario, che continua ad ingrassarsi a scapito del benessere dei cittadini, alla cui sorte non potrebbe essere maggiormente disinteressato. “Se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nella fossa”10: Wolfgang Schäuble, ministro delle finanze tedesco, e Jens Weidmann, governatore del Deutsche Bank, sono qui ciechi che precipitano nel baratro, trascinandosi dietro tutti gli altri, come nel quadro di Pieter Bruegel il vecchio.

Saverio Craparo

1 Abbiamo già affrontato l’argomento molti anni fa: cfr. Saverio Craparo, Once Obama a time, in “Antipodi”, n° 9, marzo 2009, pp.2-4.

2 Cfr. Eva Hulsman-Knoll, La Russia serve a Pechino per spodestare l’America, in “Limes” n° 12, 2014, pp. 133-140.

3 Arnold Joseph Toynbee, Le civiltà nella storia, Einaudi, Torino 1950, Biblioteca di cultura storica 38.

4 Nel 2012 l’economia della Unione Europea era la più florida del mondo: cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_PIL_(nominale)

5 JOHN HILARY, The Transatlantic Trade and Investiment Partnership; a charter for deregulation, an attack on jobs, an end to democracy, http://rosalux.gr/sites/default/files/publications/ttip_web.pdf.

8 Cfr.: ORIETTA MOSCATELLI e MAURO DE BONIS, Il gemello diverso: appunti per un ritratto di Vladimir Vladimiroviĉ Putin, , in “Limes” n° 12, 2014, pp. 41-64.

9 (LUCIO CARACCIOLIO), Uomini verdi, uomini neri, ominicchi e quaquaraquà, , in “Limes” n° 12, 2014, pp. 7-28.