DI LETTA E SENZA GOVERNO

Le elezioni politiche del 25 settembre 2022 chiudono la lunga transizione
iniziata 30 anni fa. Al di fuori di piccoli e piccolissimi cespugli insignificanti sia dal
punto di vista del risultato elettorale che da quello della esistenza in vita, nulla più
rimane in Parlamento (e fuori) che non sia in linea coi dettami del tardo neo-liberismo.
Casomai sono oggi rappresentate in quel consesso le diverse anime del capitale:
quelle del piccolo mondo antico del commercio, delle start up, della grande finanza internazionale. Dal Parlamento come specchio (obliquo) del paese a specchio delle varie forme del capitale. Un passaggio notevole, direi.
Interessante e degno di nota è il travaso nelle cosiddette regioni rosse. Qui vorrei soffermarmi un attimo. Su queste 2 regioni: Toscana ed Emilia Romagna dove sussiste un mito abbastanza interessante che identifica l’essere “rosse” in pratica con l’aver amministrato bene la cosa pubblica e avere fatto sviluppare un capitalismo “buono”.
Ora, non si nega che in quelle regioni vi sia stata una efficiente amministrazione, anche nel segno, magari, di una integrazione delle classi popolari. Ma quell’esperienza era casomai legata al periodo di esistenza in vita (con tutti i difetti del caso) del PCI e del PSI. Finita quell’esperienza è rimasta sostanzialmente l’idea (accompagnata dall’occupazione degli spazi venduta come egemonia) che “qui si governa meglio” basata sulla più sfacciata tautologia.
In realtà nelle regioni “rosse” gli eredi del PCI hanno soprattutto garantito le classi dominanti (che, ricordiamolo, non sono solo formate dai capitalisti, brutti, sporchi e cattivi, ma anche dagli amici delle cooperative, le aziende partecipate, le banche, ecc… nulla di male intendiamoci) e le classi subalterne in un contesto corporativo conveniente per tutti.
Quindi, in quelle regioni FdI vince non perché il fascismo abbia conquistato le roccaforti “rosse”, ma perché, evidentemente, le classi dominanti, in particolare quelle più sofferenti della globalizzazione, ma anche le altre (gli affari, in fondo, sono affari) hanno trovato nella compagine della destra una affidabilità ed una rassicurazione che hanno
sostituito la fiducia affidata precedentemente alla “sinistra”.

Ritorniamo sul piano nazionale

Quello che salta agli occhi è un astensionismo enorme, ma la cui portata era abbastanza intuibile ormai da molto tempo.
La politica ridotta a puro gioco elettorale interessa assai poco chi vive quotidianamente situazioni sempre più difficili. È drammatico dirlo ma le elezioni sono diventate roba da ricchi. Anzi, l’astensionismo è ormai una qualità ricercata nelle democrazie occidentali. Meno gente vota meglio è.
Quindi il fatto che la sedicente sinistra si consoli sostenendo che la maggioranza degli italiani non ha votato la destra (o che, come capita di leggere anche in scritti di storici di professione, il 74% degli italiani non ha votato FdI) dimostra solo che il livello di incomprensione della realtà è ormai stratosferico. La maggioranza non avrà votato la destra, ma neppure la c.d. sinistra e quelli che sono stati a casa non possono essere certo arruolati nell’una o nell’altra parte.
Nelle dinamiche elettorali è evidente anche la fine della Lega a trazione salviniana. Salvini, un politico assai sopravvalutato (non s’è mai visto uno che con il 17% a capo del Ministero dell’Interno, fa cadere la compagine per andare a votare – cosa che ovviamente non è accaduta – forte solo di sondaggi favorevoli e di un successo elettorale alle elezioni più inutili di sempre, quelle europee) che aveva messo in piedi un baraccone nazionale al quale forse qualcuno può aver abboccato, ma che era inverosimile perfino ai suoi. Del resto in conflitto totale con l’ideologia ultraliberista e separatista della lega nord. La macchina comunicativa alla fine comunicava solo con se stessa. Questo a memoria dei comunicatori del niente. Professione oggi molto apprezzata nelle istituzioni pubbliche e che poi, inevitabilmente, deve fare i conti con
la realtà effettuale. Vi sono poi ragioni strutturali che discendono dalla crisi dell’economia tedesca che non riversa più profitti cospicui sull’economia del nord Italia e non è un caso che la contrazione dell’elettorato leghista riguarda soprattutto Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, alle quali si accodano Friuli Venezia-Giulia e Trentino. Non è un caso, ancora, che sono le stesse regioni che indipendentemente dalla gestione, chiedevano l’autonomia differenziata avendo extra profitti da gestire sul territorio.
Ora queste risorse non ci sono più e con l’autonomia differenziate gestirebbero solo la miseria: cade così l’interesse strutturale per l’autonomia differenziata che è diventata uno slogan senza gambe sociali ed economiche. E può rappresentare una bandiera per Zaia che si guarda intorno e non ha capito cosa stà succedendo. Perciò l’elettorato di
piccoli e medi imprenditori si è rivolto a FdI per avere la protezione dello Stato e del nazionalismo, in vista della crisi che incombe, chiedendo di praticare una politica protezionistica e di sussidi statali a forte intensità.
A causa di queste motivazioni strutturali la contrazione dell’elettorato leghista, ma anche della sua base sociale, è destinata a subire una crisi che si aggraverà e probabilmente avrà riflessi sulla maggioranza di governo.
L’irreversibilità della crisi strutturale del PD, a quanto ci dicono i risultati elettorali, dipende dalla comparsa di un terzo competitor dell’elettorato dell’area sociologica e produttiva dei ceti ZTL. Fino a prima delle elezioni la rappresentanza di questi ceti era rivendicata da destra da Forza Italia e dal PD. Ora ad intercettarne il consenso, vista la
distribuzione del voto, si è inserito il duo banal-criminale Renzi-Calenda. Ciò ha sottratto al PD la possibilità di sviluppo e crescita a destra, sottraendogli un buon 7% di elettorato. Non è escluso che in futuro questo nucleo attrattivo possa crescere e attirare consensi, sottraendoli al PD. Anche se i ceti rappresentati da Calenda/Renzi non sono numerosi nel nostro paese, caratterizzato da piccole e piccolissime imprese, poco avvezze all’innovazione, e al capitalismo transnazionale e cosmopolita tipico dei gruppi sociali elevati e acculturati.
Il recupero di una posizione di classe da parte del PD è da escludere, ma è anche da escludere la sua rappresentanza di qualunque definita classe sociale, e quindi non potrà che consumarsi lentamente come una candela, come è già successo al Partito Socialista francese. Sarebbe veramente una cosa positiva per la politica italiana eliminare definitivamente l’equivoco del PD. Un partito che non ha più alcun senso (se mai lo ha avuto) considerando che, se il progetto tiene, a rappresentare i veri ceti disagiati (oltre che l’astensionismo) sarà il M5S di Conte redivivo, (più qualche
briciola dei Verdi e Sinistra Italiana).
Teoricamente M5S “Contiano” + gli altri citati potrebbero avere un qualche peso. Ma in politica la somma non fa il totale. È Indispensabile che via sia un cambiamento radicale nella costruzione dell’eventuale nuovo progetto, abbandonando metodi, discorsi e soprattutto persone ormai del tutto fuori contesto, inutili.
Se il PD è in declino constante, la c.d. sinistra “antisistema” è in coma profondo. Divisa in microrealtà litigiose e settarie, incapaci di raccogliere adesioni non solo dal punto di vista elettorale, ma soprattutto da quello sociale, fra la “gente”. Certamente l’arena elettorale non può essere il loro luogo. Se il PC di Rizzo e il PCI di Alboresi, per quanto
caricature di un passato ormai trentennale, perlomeno mantengono una certa coerenza ideologica, l’esperienza fallimentare di UP certifica (o perlomeno dovrebbe) l’assurdo spreco di energie di realtà movimentiste inadatte non solo a presentarsi alle elezioni, ma perfino a fare politica, a rapportarsi con la realtà effettuale, pensando trasformare la realtà nei propri sogni semplicemente pensandoli. Ma la realtà non è un centro sociale, non è un luogo “liberato” (come si diceva qualche anno fa), è cosa assai più complicata, difficile e, soprattutto, impura. Confrontarsi con essa, per di più dal punto di vista elettorale è completamente inutile.
Infine FdI. La profezia si è autoavverata. Gli eredi di Almirante sono al 26%. Non è né la maggioranza assoluta, né è un trionfo epocale. Grazie ad una barbara legge elettorale dovranno comunque confrontarsi con la Lega e con Forza Italia che daranno loro un bel filo da torcere. Inoltre la sovranità limitata della quale “gode”, ormai da decenni, ha già
costretto la Meloni a proporsi niente altro che come la versione di destra di Draghi, limando un po’ sui diritti civili. Il fascismo è sicuramente presente nelle file di quel partito, ma non è al momento spendibile sul mercato. Farei notare per gli USA che ci sia la Meloni o qualcun altro è del tutto indifferente. Hanno appoggiato Pinochet non ci pare che avranno problemi con FdI (che non sono Pinochet).
Per chiudere: “Che Fare”? A me pare che nel 2022 si sia davvero all’anno zero. Non della sinistra o della lotta di classe, ma proprio l’anno zero. Abbiamo una guerra alle porte che durerà anni, una sudditanza suicida verso gli USA che hanno colto questa occasione per distruggere l’Europa (vedi anche l’ultimo sabotaggio), una crisi economica ed energetica epocale. Temi su cui l’Italia non pare avere più voce in capitolo. Riconquistare un minimo decente ruolo dello Stato, rilanciare la sanità pubblica, lavorare sulle energie alternative, chiudere il jobs-act, l’alternanza scuola lavoro, alzare il salario e mantenere il reddito di cittadinanza. Pochi temi e neppure tanto di sinistra. Di buon senso.
Ecco ripartire dal semplice buon senso pare sia diventato rivoluzionario. Ma la politica oggi pare occuparsi delle tendine e si condanna alla inutilità.
Così siamo messi.

Andrea Bellucci