La torsione costituzionale dello Stato liberale

Nel mese di febbraio Camera e Senato, riuniti in seduta congiunta, procederanno all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Tra i pretendenti il Cavaliere di Arcore, 85 anni, l’eterna “risorsa della Repubblica” Giuliano Amato 83 anni, la Presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia 58 anni, che ha il merito di essere donna, ma ha posizioni politiche e capacità professionali discutibili, tanti, tanti altri candidati e soprattutto l’attuale Presidente-Demiurgo del Consiglio che di anni ne ha 74.
Ma nel suo caso, se proprio è animato da questo intento – e ne dubitiamo – egli, o chi per lui, dovrà procedere a creare un Avatar Draghi al quale trasferire la carica di Presidente del Consiglio prima dell’inizio delle votazioni. Una volta eletto Presidente della Repubblica Draghi riceverà il suo Avatar che rassegnerà nelle sue mani le dimissioni, rimanendo in carica per gli affari correnti, dopo di che il Draghi Presidente aprirà le consultazioni per formare il nuovo Governo, nominerà il Presidente incaricato e, una volta che la riserva verrà positivamente sciolta e il nuovo Governo sarà
formato, lo invierà alle Camere per la fiducia. Il nuovo Presidente del Consiglio, dopo avere ricevuto la fiducia, riceverà dall’Avatar la campanella e l’Avatar potrà essere cancellato.
Questa procedura innovativa, detta “torsione della Costituzione”, attuata in nome e in virtù della “Costituzione materiale“, è un’idea dell’attuale Ministro Giorgetti, ma alberga nelle menti di molti, che a loro volta invocano precedenti “torsioni”, avvenute ad opera di Presidenti della Repubblica, e soprattutto per mano dell’ex fascista Napolitano, che in
quanto a torsioni si è ispirato largamente alle colonne tortili dell’altare principale di San Pietro.
Del resto, nulla di nuovo, perché è da tempo che la Costituzione italiana, che è sulla carta una Costituzione rigida e quindi modificabile solo mediante procedimento di revisione costituzionale, viene violata da Presidenti della Repubblica che straripano dai limiti del proprio mandato.

Stato liberale e Stato di diritto

Premesso che, come diceva Bakunin, potendo scegliere se vivere nella Russia zarista o in Inghilterra optava certamente per quest’ultima, come comunisti anarchici troviamo più conveniente ed utile operare in uno Stato liberale; siamo tuttavia consapevoli che le istituzioni che la democrazia borghese si è data sono frutto di una costruzione teorica,
giuridico formale che serve a mascherare l’esercizio reale del potere da parte del capitalismo finanziario e imprenditoriale e quindi a consentire alla classe dominante l’esercizio del proprio dominio. Siamo consapevoli, altresì, che lo Stato liberale è una costruzione teorica che viene continuamente sottoposta a “torsioni” e indotta ad adottare mutamenti non solo a causa delle leggi approvate dal Parlamento, ma anche per effetto di “aggiustamenti” che nella prassi amministrativa e gestionale di esercizio del potere vengono adottati e che quindi anche lo Stato di diritto è una costruzione teorica che, come tale, esiste solo sulla carta.
Sappiamo inoltre che le profonde diseguaglianze e l’assenza di giustizia sociale ingenerano in questo tipo di società, come in tutte quelle organizzazioni sociali che consentono lo sfruttamento e l’oppressione, la lotta di classe, come risposta degli sfruttati alla loro condizione e siamo consapevoli che il capitalismo ha saputo canalizzare questa energia per imbrigliarla e costantemente rinnovare e affinare i propri sistemi di sfruttamento e di potere. Perciò pensiamo, come minoranza agente, come componente critica degli sfruttati, che per rompere questo cerchio di potere, bisogna organizzare la lotta di classe, mettere a punto una strategia condivisa nella quale progressivamente far confluire i tentativi spontanei e inevitabili di ribellione e di ricerca dell’uguaglianza e della libertà che ogni donna e ogni uomo esprime.
Una prima fase di acquisizione della coscienza critica, e premessa necessaria alla lotta di classe, è la consapevolezza di una attenta analisi dei rapporti di forza e delle metodiche con le quali l’avversario di classe esercita il potere; ed è perciò che dedichiamo molta attenzione a comprendere le modalità con le quali opera il capitale e
analizziamo il funzionamento che le istituzioni che si danno per giustificare e esercitare il potere e quindi le forme di Stato e di governo, non solo nella loro prospettazione teorica, ma anche e soprattutto nel loro funzionamento reale.
Pertanto, quel che avviene oggi in Italia, come negli altri paesi liberali e liberisti, anche per ciò che attiene il manifestarsi delle forme di Stato e di governo, necessita di una costante e aggiornata analisi, per poterne cogliere ogni trasformazione, al fine di formulare le opportune strategie, perché questi rapporti sociali iniqui possano essere abbattuti.

Il caso italiano e la degenerazione della partitocrazia

Ciò premesso, rileviamo che i processi di verticalizzazione del potere costituiscono sono un fenomeno generale indotto, proprio di tutti gli Stati a cosiddetto modello liberale, che assumono caratteristiche diverse, oscillando da uno Stato democratico borghese nel quale le libertà formali sono garantite, fino a sfociare in quelle che vengono definite democrature. In Italia i rapporti di classe che caratterizzano oggi la fase politica vedono i partiti distribuiti in un arco di forze che si caratterizza per una concorrenza a destra tra due forze politiche entrambe fascisteggianti, che si contendono la leadership di quello schieramento, nell’inesistenza formale di un centro dovuto al dato di fatto che i partiti sedicenti di sinistra sono in realtà di centro e che sono esigue le forze anche semplicemente riformiste.
Ciò fa sì che, prendendo a pretesto l’emergenza pandemica, si è costituito un Governo di “unità nazionale”, che è in realtà un comitato d’affari, chiamato a gestire la torta di un maxi-prestito da parte dell’Unione Europea per allineare il paese al processo di ristrutturazione capitalistica finalizzata alla costruzione di un’area economica continentale, precondizione per l’Ue. poter competere efficacemente sul mercato mondiale, assicurando profitti alle attività economiche collocate nei suoi territori. Per raggiungere questo scopo occorreva nominare un amministratore delegato alla gestione del capitale investito, individuato nella persona dell’attuale Presidente del Consiglio, dotato di idoneo curriculum al servizio delle banche d’affari, perciò rivestito di aureola salvifica e di infallibilità.
Il Demiurgo incaricato sta agendo con intelligenza e sagacia, distribuendo contentini a destra e a manca, ma nella sostanza provvedendo silenziosamente a nominare tutto quel tessuto di alti burocrati che dovranno gestire il maxi-prestito e che costituiscono il nerbo di quella classe burocratico-imprenditoriale che, al di là delle forme elettive e partecipate, detiene il potere reale. A questo punto siamo di fronte a un ingorgo istituzionale formale da sciogliere su come distribuire gli incarichi apicali, senza nulla mutare nell’assetto gestionale formale.
Questa analisi ci fa concludere che serve un uomo (o donna), non importa poi tanto, che vada a riflettere la sua figura nello specchio, per assumere la forma di Presidente: l’amministratore delegato alla gestione dello capitale investito, una volta assolto il compito e eventualmente distribuiti gli incarichi, tornerà alla casa madre dalla quale non si è mai distaccato o vi eserciterà un ruolo proprio grazie all’incarico di Presidente del Consiglio italiano.

La protesta degli incapaci

Questo progetto non ha oppositori, se non una massa non pensanti di variopinta composizione, che si sono lasciati egemonizzare dall’estrema destra, che ha esercitato con maestria il rapporto avanguardia masse, i quali gridano giustamente alla soppressione della libertà. Ma, scambiando fischi per fiaschi, anziché opporsi alle scelte economiche e di potere, anziché contrastare i licenziamenti, la disoccupazione, le crescenti disuguaglianze, le nuove e più diffuse povertà, gridano alla dittatura sanitaria, vagheggiano grandi congiure internazionali, si oppongono alla dittatura sanitaria
in nome della libertà di morire in un reparto di terapia intensiva, mentre il Governo ne approfitta per limitare il diritto a manifestare, varato con il consenso dell’opinione pubblica, in difesa del diritto dei commercianti ad attirare i consumatori al sacro shopping. Dichiarando di voler affrontare un Governo “dittatoriale e genocida” assaltano le camere del lavoro o le scelgono come obiettivi dei loro cortei, forse pensando di essere stati traditi dalle organizzazioni dei lavoratori in difesa della loro libertà … sanitaria e di morire e far morire da coglioni in un reparto covid.
Non resta che fare i complimenti al Governo e ai poteri forti per la loro capacità di mettere in campo una gigantesca operazione di distrazione di massa, mentre ogni garanzia del cosiddetto Stato di diritto viene vanificata e si comprimono o si cancellano, in nome della persistente emergenza, le garanzie formali e sostanziali che accompagnavano i processi decisionali, trovando una copertura motivazionale a processi di centralizzazione e efficientazione decisionale da tempo in essere, opportunamente regolamentati da norme da tempo predisposte e approvate.
La marcia verso la democratura è iniziata anche in Italia: ha la motivazione di un populismo di tipo nuovo e più fine, tecnocratico, ma è altrettanto lesivo delle libertà formali e dello Stato di diritto. Con la complicità di no vax e no pass.

La Redazione