Crisi dello Stato “democratico” e processi decisionali

Il Presidente cinese Xí Jìnpíng non tralascia occasione per sottolineare la maggior efficienza del modello istituzionale cinese rispetto a quelli occidentali, in quanto consentirebbe una più rapida assunzione di decisioni rispetto ai modelli istituzionali dei paesi democratici. Questi ultimi, infatti, a causa dei lacci e lacciuoli – ovvero dei sistemi di garanzia, di verifica e di equilibrio tra i poteri – che sarebbero costretti a rispettare, presenterebbero tempi molto più lunghi affinché si possa giungere ad assumere decisioni con la rapidità e il tempismo oggi richiesto dalla velocità con la quale si muovono i mercati e della quale necessitano i tempi di azione e reazione richiesti, sia in campo politico che economico, per effettuare scelte e dare efficacia a decisioni essenziali sia alle necessità dell’economia sia della politica.
La critica non è infondata, soprattutto se si guarda ai tempi di azione-reazione dei mercati; tuttavia, i sistemi di governo dei diversi paesi non sono rimasti inermi rispetto alle necessità di velocizzare i processi decisionali che caratterizzano le diverse forme di governo e anzi hanno utilizzato questa esigenza per imprimere profondi e spesso
radicali trasformazioni alle istituzioni. Così facendo hanno finito per mutare  profondamente le forme di Stato e di governo, con riflessi sulla natura e il ruolo delle istituzioni, che necessitano di essere presi in esame se si vuole comprendere quale sia oggi il ruolo dello Stato nella gestione del potere e nel mantenere la dominanza del capitalismo privato e di Stato sulla società.
Approfondendo l’analisi sarà possibile cogliere più compiutamente il significato e l’importanza delle critiche che il comunismo anarchico porta al ruolo dello Stato come sovrastruttura, nelle forme che ha assunto sia nelle società capitalistiche che nelle superstiti democrazie popolari e si comprenderà meglio la necessità di abbatterlo per realizzare una efficace e reale trasformazione dei rapporti economici, produttivi e sociali o, per dirlo con una forma tradizionale, avviare la rivoluzione sociale. Questa riflessione si rende ancor più necessaria oggi dopo il fallimento della funzione riformatrice delle democrazie socialiste che dello Stato moderno costituivano una delle evoluzioni possibili e che coinvolge inesorabilmente quanto meno il fallimento del marxismo nella sua versione terzo internazionalista. Diviene urgente e necessaria in questo momento nel quale lo Stato liberale, per velocizzare i processi decisionali, approfitta della pandemia e dello stato di emergenza e bypassa procedure di garanzie e regole, mascherando questo intento mediante una operazione di distrazione di massa che richiama l’attenzione sulla campagna vaccinale e il green pass, mentre bisognerebbe guardare con attenzione e criticamente alle procedure eccezionali di assegnazione e gestione dei fondi del PNRR.

Le forme di Stato e le forme di governo

Lo Stato moderno, inteso quale ordinamento giuridico territoriale e sovrano si afferma a partire dal XVI secolo. Si distinguono, da un punto di vista storico, lo Stato patrimoniale (XVI-XVII secolo), lo Stato di polizia (XVIII secolo), lo Stato liberale o Stato di diritto (XIX secolo) e lo Stato democratico (XX secolo), fondato sul principio del suffragio
universale.[1] Per quanto riguarda, invece, lo Stato novecentesco, si possono distinguere, per comodità di analisi, alcune forme di Stato: lo Stato democratico costituzionale, lo Stato socialista, lo Stato autoritario.[2]
Il costituzionalismo moderno, assumendo come punto di partenza l’analisi che ne fà Carl Schmitt,[3] ha analizzato le possibili forme di Stato e di governo, deducendone che una determinata forma di governo si riverbera sulla forma di Stato e viceversa, cosa che oggi diventa sempre meno vera perché, per dirla con Mortati, le forme di governo riguardano soltanto lo Stato-apparato, cioè lo Stato come soggetto (persona giuridica) all’interno dell’ordinamento statale e quindi la modalità con le quali la funzione di indirizzo politico di maggioranza viene esercitata tra i diversi organi costituzionali.
Ne è derivata, nei fatti, una forma mista di governo, la quale riunisce in sé caratteristiche proprie delle diverse forme di governo che si sono succedute, fluidificando i rapporti tra i poteri e sostanzialmente rinforzando quello dell’esecutivo, riducendo ad un ruolo del tutto marginale sia quello del Parlamento che quello degli altri organi costituzionali, di fatto asserviti all’esecutivo. Ciò accade anche perché il pluralismo dei partiti, la competizione fra programmi politici alternativi, la libera scelta elettorale fra élites concorrenziali sono ormai degli enunciati privi di contenuti, divenuti puramente formali.
Questo processo, già in atto da tempo, è divenuto del tutto evidente con la pandemia, assunta a pretesto che ha giustificato e motivato l’adozione di procedure emergenziali con le quali la tutela di diritti fondamentali costituzionalmente garantiti è stata declassificata. Queste materie sono state regolate con strumenti amministrativi quali i
decreti, le conferenze di servizi, le ordinanze, le disposizioni delle autorità prefettizie, ecc., la cui emanazione è stata giustificata dalla necessità dell’immediata efficacia del provvedimento, l’utilizzazione dello strumento e della procedura amministrativa per adottare decisioni altrimenti riservate alla legge e quindi al Parlamento. Non sono stati elaborati nuovi strumenti e procedure, ma solo riadattate e convertite all’uso quelli già sperimentati prima dell’evento pandemico; ciò che vi è stato di nuovo è stata la immediata riconversione del loro utilizzo a nuovi e più ampi settori, andando ben oltre la
prassi, fino a incidere sulla tutela di diritti fondamentali che le Costituzioni garantiscono attraverso la legge, come il diritto alla salute e quello di libertà personale, nelle sue diverse articolazioni, come quella religiosa, di movimento, ecc.
È cresciuta la pressione che il potere esecutivo esercita sui cittadini. Si veda ad esempio quanto avvenuto a proposito dei controlli anti-pandemici che hanno catalizzato l’attenzione di una parte dei cittadini manifestatasi non solo con l’opposizione alla vaccinazione, ma anche al green pass. La vita pubblica è oggi dominata dall’egemonia di élites politico-economico-finanziarie al servizio di interessi privati costituiti e difesi da una ristretta “nuova classe capitalistica transnazionale” che domina i processi di globalizzazione e che di fatto commissaria le singole istituzioni statali per gestire
la fase emergenziale, anche attraverso le risorse finanziarie rastrellate mediante l’indebitamento ai fini di una transizione verso un nuovo ordine economico destinato ad assicurare una ulteriore concentrazione della ricchezza nelle mani delle élites prendendo a pretesto la questione ecologica e la salvezza del pianeta.
Le masse, incapaci di cogliere le implicazioni profonde delle trasformazioni in atto, restano sconcertate, avvertono il pericolo insito nell’involuzione autoritaria in atto ma, o protestano contro gli effetti più appariscenti del processo in atto (vaccinazione, green pass), spesso lasciandosi egemonizzare da avanguardie politiche di destra che si
nascondono dietro slogan populisti, o sono di fatto costretti dalle situazioni contingenti e dalla necessità di contrastare il contagio ad essere quiescenti rispetto ai provvedimenti adottati.
Così ogni intermediazione è scomparsa e il sistema dei partiti si è ridotto a un ristretto apparato “autoreferenziale”, che opera circolarmente come fonte della propria legittimazione e della promozione degli interessi delle grandi imprese produttive e degli enti finanziari, come le banche d’affari, gli investitori istituzionali, i fondi pensione, le compagnie di assicurazione. In questa veste il potere “post-democratico” svolge un ruolo di controllo e di repressione dei comportamenti privati, annientando lo Stato di diritto e facendo involvere lo Stato liberale verso il modello di Stato autoritario e di polizia senza essere contestato sulle scelte importanti relative alla gestione dei capitali,
degli investimenti e alla conseguente redistribuzione del potere.
Rilevanti problematiche relative all’esercizio dei diritti di libertà costituzionalmente garantite sono state regolamentate con strumenti tecnicamente impropri, ma da tempo normativamente definiti, che costituiscono una nuova forma di delimitazione e gestione delle materie riguardanti anche l’esercizio di diritti fondamentali. Questa scelta,
giustificata con lo stato di necessità, ridefinisce nei fatti e nella sostanza i contenuti delle forme che assume l’esercizio del potere dello Stato e del governo, anche in relazione a diritti costituzionalmente garantiti: entra in crisi la separazione dei
poteri, il ruolo della legge e del Parlamento, lo stesso assetto di forma di Stato e di governo.
Utilizzando strumenti propri del diritto amministrativo lo Stato ha fatto ricorso alla sussidiarietà orizzontale e utilizzato la codeterminazione per conferire efficacia ai provvedimenti, per desumerne una sorta di legittimità, ottenuta e giustificata dal coinvolgimento delle formazioni sociali nel processo decisionale. In tal modo si è accorciata la distanza tra il potere e i cittadini, destrutturando il rapporto e stabilendo un dialogo diretto con le formazioni sociali considerate come depositarie e gestori dei diritti e degli interessi dei cittadini, in qualche modo recependo l’istanza di destrutturazione del rapporto tra potere e cittadini, proprio della gestione populista della società.
Così l’informalità del procedimento conferisce alle procedure adottate quella immediata efficacia che la sua adozione attraverso il passaggio istituzionale, coinvolgendo gli organi espressione della separazione dei poteri, non avrebbe consentito. In questa procedura informale, gestita attraverso il diritto amministrativo e i poteri della pubblica
amministrazione, le formazioni sociali portatrici di interesse (sindacati, confessioni religiose[4], associazioni di volontariato ecc.) conferiscono efficacia alle decisioni, ovvero ne fanno delle norm e condivise, costruendo così il consenso. In tal modo non sono più le garanzie istituzionali offerte dalla legge e dalle procedure dello Stato di diritto a dotare le norme prescrittive della necessaria efficacia, ma il consenso costruito attraverso una negoziazione che sfocia nell’adesione plebiscitaria e populista in quanto, anche se il provvedimento così generato è frutto di concertazione, esso scaturisce da una negoziazione nella quale lo Stato è parte dominante e decisionale di ultima istanza.
Nei fatti la globalizzazione ha favorito il costituirsi di regimi che, pur sventolando ancora, opportunisticamente, la bandiera della democrazia liberale, sono in realtà oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive che vivono all’ombra del mercato globale e si avvalgono del sostegno di forme di populismo autoritario che si giova largamente degli strumenti di comunicazione di massa. In una società siffatta i partiti politici, operanti come apparati burocratici dello Stato, si accordano fra di loro e con gli altri soggetti della poliarchia corporativa che degenera verso forme di democrazia organica[5] sottraendosi a qualsiasi efficace regolazione normativa, controllo o sanzione e garantendosi fra l’altro un imponente auto-finanziamento attraverso il saccheggio dei beni collettivi e producendo nei fatti una nuova forma di fascistizzazione del sistema istituzionale.
Si pongono così le basi di una gestione plebiscitaria del consenso che viene alimentata dal ruolo svolto nelle società avanzate dai mass media e, più che dalla televisione e dalla stampa, dall’intervento massiccio dei social e della rete che svolgono un ruolo fondamentale non solo nella costruzione del consenso, ma anche nell’orientare i processi decisionali, non ultimi quelli istituzionali, che risultano estremamente efficaci nel gestire i rumors artatamente costituiti nella società dello spettacolo nella quale viviamo.
Questi meccanismi, sommariamente descritti, fanno scivolare gli ordinamenti di stampo liberale verso due forme di gestione del potere affidato a “tecnici”, espressioni di ben individuate élites, come avviene oggi nel caso italiano o in democrature, come sta avvenendo in Ungheria e Polonia, ordinamenti che costituiscono forme diverse di degenerazione dello Stato liberale, verso lo Stato di polizia, caratterizzate da una sospensione della classica ripartizione di poteri improntata alla separazione tra i poteri costituzionali e al loro bilanciamento che dovrebbe assicurare la supremazia della
legge generale e astratta per tutti i cittadini nella gestione dei rapporti sociali e dei diritti, per permanendo la diseguaglianza economica.
Lo Stato liberale in tal modo degenera verso forme differenti di gestione oligarchico-manageriale del potere dove a prevalere è l’investitura delle strutture economiche delle multinazionali e del capitale finanziario che nominano i propri amministratori delegati a gestire le diverse entità statali, garantendosi una unicità di indirizzo e strategie economiche e gestionali a dimensione continentale che operano sul mercato globale e internazionale assicurando loro fette più o meno grandi di profitti e potere, risolvendo le problematiche connesse alla velocità e immediatezza dei processi decisionali in modo competitivo con il sistema istituzionale adottato dalla Cina e con le richieste di capacità decisionali immediate richieste dai mercati.

Il sistema istituzionale cinese duale ma triplice.

La Repubblica Popolare Cinese non ha avuto bisogno della dichiarazione dello stato di emergenza per velocizzare i suoi processi decisionali, tanto decantata dal suo Presidente, a causa della struttura istituzionale che lo caratterizza fin dalla sua fondazione. La Repubblica Popolare Cinese è certamente l’unico Stato di rilievo che si richiama ai principi del marxismo [6] anche se oggi ha abbandonato sia l’esperienza leninista che quella stalinista, per orientarsi verso l’elaborazione di un modello originale che è fortemente condizionato dallo sviluppo del processo rivoluzionario in Cina,
dalla vastità del paese, dalle sue tradizioni culturali, dal numero degli abitanti e dal ruolo che l’esercito popolare ha avuto nella costruzione dell’unità e dello sviluppo dell’accumulazione capitalistica del paese. Nella fase della rivoluzione armata l’esercito è stato organo di governo del territorio, governando circa 100.000 milioni di cittadini, ha provveduto alla diffusione dell’istruzione, a realizzare opere pubbliche infrastrutturali, ad accompagnare il passaggio da una economia contadina a un’economia industriale, fornendo i quadri necessari, sotto il controllo e la direzione del Partito Comunista.
Dopo la vittoria nella guerra di liberazione nazionale e la ricostruita unità del paese la Cina, per accumulare il capitale primitivo necessario al suo sviluppo, ha venduto sul mercato mondiale a prezzi concorrenziali la sua mano d’opera, in misura più accentuata nelle zone speciali create nel paese, nelle quali i diritti dei lavoratori e le condizioni di
lavoro erano particolarmente brutali in modo da consentire il massimo profitto, sia per quanto riguarda l’orario sia il salario. Ogni garanzia assicurata nel resto del paese ai lavoratori nelle zone speciali era sospesa: in tal modo lo Stato cinese ha potuto creare le condizioni di partenza per l’accumulazione del capitale necessario al suo sviluppo.
Secondo gli studiosi degli ordinamenti lo sviluppo dei processi decisionali in Cina, indicati come più rapidi ed efficienti da Xi Jinping, promanano da un ordinamento duale che si basa sulla contemporanea presenza degli organi dello Stato e di quelli del Partito comunista. Tuttavia, accanto a questi due organismi ve ne è un terzo, l’esercito, gestito dalla Commissione Militare Centrale (CMC).[7]
Il sistema istituzionale cinese si propone di rispondere all’esigenza di dar corpo e concretezza a una Repubblica Popolare in grado di rappresentare gli interessi nazionali, (di operai contadini e piccola borghesia nazionale), come esplicitamente si affermava nella prima Costituzione varata nel 1949 dopo la fine della guerra di liberazione nazionale.
In Cina il massimo organo legislativo è l’Assemblea Nazionale del Popolo; i suoi componenti rimangono in carica per cinque anni, eletti per via indiretta attraverso un sistema piramidale di assemblee e comitati. I cittadini riuniti in assemblee eleggono dei comitati, che a loro volta esprimono dei rappresentanti fino all’elezione dei membri
dell’Assemblea nazionale, che si dota di un Comitato permanente. L’Assemblea composta da 2970. Si riunisce una volta all’anno e il Comitato permanente ne esercita le funzioni negli intervalli tra le sessioni plenarie; può nominare il Presidente della Repubblica e i membri del governo, del quale supervisiona l’operato e approva le leggi.[8]
Il potere esecutivo è esercitato dal Consiglio di Stato, del quale fanno parte il Primo ministro e i capi dei vari ministeri, oltre a eventuali rappresentanti di agenzie statali titolari di particolari interessi o dotate di specifiche competenze.
La definizione di quello cinse come un sistema duale dipende dal fatto che in parallelo ad ogni organo dello Stato ne esiste uno del Partito posto sullo stesso livello gerarchico con la caratteristica che sempre più spesso le cariche apicali coincidendo nella stessa persona: ad esempio, l’attuale Presidente della Repubblica è anche Segretario Generale del Partito (e lo stesso valeva per il suo predecessore) per cui esiste un unico soggetto alla guida del Paese. La corrispondenza sussiste naturalmente anche tra Consiglio di Stato e Politburo del Partito e questo parallelismo si ripete lungo tutta la
struttura piramidale del potere. Ma vi è di più: altrettanto si può dire per l’esercito in quanto il capo dello Stato e del Partito è anche capo della Commissione Militare Centrale (CMC).
Si è detto che il massimo organo decisionale del partito è rappresentato dal Politburo e dal suo Comitato Permanente, ma il PCC ha costituito una sua organizzazione parallela a quella del governo e si è dotato di una serie di dipartimenti, uffici e agenzie che riproducono i ministeri governativi. Le decisioni militari, ad esempio, sono prese dalla
CMC del partito e non dal Ministero della Difesa, che è un’istituzione decisamente debole; quindi, di fatto, il Partito controlla e orienta l’esercito. L’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) è sempre stato, fin dalla sua fondazione, un forte elemento di coesione e costruzione dell’identità nazionale e ciò ha favorito la sua politicizzazione e il suo impiego in settori non strettamente legati alla funzione di difesa come quelli civili e di assistenza economica alla popolazione.
Intervenendo nelle lotte che si sono sviluppate all’interno dell’élite l’esercito ha fatto prevalere ora l’una ora l’altra linea politica, come è avvenuto durante la Rivoluzione Culturale o nel 1989, intervenendo in piazza Tiananmen.
Tuttavia, dopo di allora i militari hanno cercato sempre più di professionalizzarsi, evitando di lasciarsi coinvolgere nelle lotte di potere. Oggi l’influenza dell’EPL nei rapporti di potere e nella vita sociale ed economica avviene attraverso contatti personali tra leader militari e civili. I vertici dell’EPL non agiscono come un gruppo organizzato che porta avanti rivendicazioni corporative e il loro ruolo sembra limitato a quello di consiglieri o sostenitori di determinate linee politiche.
I tre pilastri – PCC, Governo e EPL – continuano a caratterizzare la forma di Stato della Cina ma nel funzionamento dei rapporti reciproci si sono registrati dei cambiamenti nella direzione di una maggiore separazione e una più chiara specificazione delle rispettive funzioni. Di queste tre istituzioni quella che comunque ha subito le minori
trasformazioni è stato il PCC che ha conservato le connotazioni originarie: il sistema della nomenklatura, anche se in forma più attenuata e decentralizzata rimane. La direzione sul governo e sull’EPL si traduce nella presenza di uomini del Partito negli organismi militari e governativi e di funzionari statali e leader militari nelle istituzioni del Partito; lo stretto controllo sui mezzi d’informazione, anche se non più di tipo monopolistico come in passato diventa sempre più raffinato e continua a caratterizzare il modello sociale e politico della Repubblica Popolare Cinese nella quale il principale tramite tra Stato e società è rappresentato dal PCC. Anzi il modello si evolve sempre più in direzione interclassista, prova ne sia che con la dottrina delle “tre rappresentanze”, lanciata nel 2000, Jiang Zemin si affermava che il PCC non è più solo il rappresentante del proletariato e dei contadini, ma di tutte le forze progressiste e produttive della società, ritornando alla Costituzione del 1949.
Il risultato è che sempre più nella Cina contemporanea, gli scontri politici avvengono tra i massimi governanti e le loro burocrazie, a differenza dei paesi occidentali, in cui si assiste all’alternarsi al governo di partiti di sinistra o di destra; la struttura interna della Cina determina invece un succedersi ciclico di processi di centralizzazione e decentralizzazione, rafforzamento e allentamento della presa dello Stato sulla società.
Se è vero che per la Cina non si può parlare di una società dominata dalla tecno burocrazia è certamente vero, che come annotava, a suo tempo, Mao Zedong, nella fase del comunismo non realizzato, all’interno del Partito si forma e rinasce la borghesia: a ciò il Presidente pensava di porre rimedio attraverso periodiche Rivoluzioni Culturali delle quali quella da lui ispirata non doveva che essere la prima di una lunga serie. A questi periodici scuotimenti è del tutto evidente che i vertici attuali del Partito hanno preferito una architettura istituzionale che garantisce velocità decisionale e
conferisce ai provvedimenti dell’esecutivo un’efficacia immediata.

Alcune considerazioni

Non vi è dubbio che, come si evince dal confronto sulla forma di Stato e di governo, ambedue le formule analizzate sono coinvolte in una deriva autoritaria e verticistica che espelle dalla partecipazione al governo della società i governati. Inoltre, in nome della velocità delle decisioni, imposta dalla globalizzazione e dai mercati, si elimina ogni
forma di partecipazione e controllo, si limitano le garanzie attraverso l’abbandona del provvedimento legislativo per regolamentare l’esercizio di diritti fondamentali optando per l’uso del procedimento amministrativo nel quale lo Stato può esercitare più ampi poteri per costruire una società autoritaria che perpetua, è anzi rafforza, sia pure con strumenti e procedure tra loro diverse, il dominio di classe sia nel primo che nel secondo dei modelli analizzati.
Non vi è dunque una “superiorità” e una maggiore efficienza tra i due modelli oggetto della comparazione ma siamo di fronte a due sistemi istituzionali diversi, a due forme sovrastrutturali di accumulazione, che gestiscono con forme differenti. ma convergenti, l’estrazione di plusvalore, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (e sulla donna),
perpetuando il dominio di classe degli sfruttatori sugli sfruttati.
Altre e diverse forme istituzionali sono ipotizzabili e possibili e sono in grado di essere sufficientemente inclusive, in modo da affrontare i problemi dell’emigrazione, della convivenza pacifica tra le diverse etnie, tra le diverse classi sociali, tra le differenti appartenenze religiose e no, realizzando legami e convergenze che superano le
discriminazioni e le differenze di genere e le diverse credenze culturali e religiose.

[1] Una diversa suddivisione da un punto di vista storico è stata fatta da Mortati, secondo il quale lo Stato patrimoniale (rectius l’ordinamento giuridico a regime patrimoniale) nascerebbe con il feudalesimo e sopravvivrebbe ad esso, lo Stato di polizia finirebbe con l’identificarsi con la monarchia assoluta e lo Stato moderno si identificherebbe nello Stato liberale.
[2] Occorre dire che alcuni studiosi preferiscono utilizzare la nozione di regime politico per indicare le ideologie, i principi e le strutture di autorità in cui agiscono gli attori politicamente rilevanti: tuttavia, secondo altri studiosi forma di Stato e regime politico non sarebbero altro che due facce di una stessa medaglia.
[3] Carl Schmitt, Dottrina della Costituzione, Giuffrè Milano, 1984, ma anche C. Mortati Istituzioni di diritto pubblico (1949; 8a ed., 2 voll., 1969).                                                [4] Emblematica, per molti versi significativa e certamente chiarificatrice la modalità con la quale il governo italiano ha gestito il valore costituzionale costituito dalla libertà religiosa a fronte della pandemia. Procedendo con strumenti propri del diritto amministrativo il Ministero degli Interni ha convocato, selezionandoli a propria discrezione i rappresentanti di culti presenti nel paese, li ha accorpati a propria discrezione creando dei tavoli di concertazione e negoziando le norme per l’esercizio del diritto di libertà religiosa. Le parti hanno operato di fatto con le regole e secondo le
procedure previste dalla legge n. 241/90, per come integrata dalla legge n. 273 del 1995, dalla legge n. 15 del 2005, dalla legge n. 340 del 2000 e da ultimo della legge n. 124 del 7 agosto 2015. In effetti le parti interessate hanno fatto pervenire alla Direzione Centrale per gli Affari dei culti richieste e quesiti e, quali portatori di interessi, sono stati coinvolti nel procedimento ai sensi dell’art. 9 della legge 241/90. Si sono così creati i presupposti che hanno resa necessaria la predisposizione di un provvedimento i cui contenuti sono stati discussi in una conferenza di servizi ai sensi dell’art. 9 e ss. della legge n. 340 del 2000, svoltasi per via telematica, come previsto dalla legge n. 15 del 2005. Al termine del procedimento è stata emanata la determinazione motivata – un atto amministrativo monocratico – di conclusione del procedimento, valutate le specifiche risultanze della conferenza di servizi e tenendo conto delle posizioni prevalenti espresse in quella sede, determinazione che ha assunto la forma di Protocollo.
In tal modo il Parlamento e ogni altro organismo dello Stato di diritto è stato escluso dalla possibilità di intervenire nell’adozione del provvedimento. Per una trattazione generale del problema G: Cimbalo, Le relazioni tra Stato e confessioni religiose sotto lo stress del Covid 19, “il diritto Ecclesiastico, 2000, pp. 163-188.                                       [5] La democrazia organica è stata applicata in Spagna durante la dittatura franchista. La legge del referendum nazionale del 22 ottobre 1945 diede attuazione ad un sistema politico corporativo, sviluppatosi durante la prima fase della dittatura. L’obiettivo era una società senza partiti, gestita da corporazioni e dà consigli locali. Tale struttura  istituzionale rafforza i poteri locali a scapito di quelli centrali, producendo una sorta di feudalesimo elettivo, che dovrebbe fare da pendant all’economia neo-curtense alla quale si vorrebbe dar vita soprattutto in Europa che ha molti punti di contatto
con la struttura istituzionale immaginata per la Repubblica di Salò.
[6] Possiamo ancora considerare delle democrazie popolari sia Cuba che la Corea del Nord anche se i loro sistemi istituzionali presentano caratteristiche specifiche che andrebbero singolarmente analizzate.                                                                               [7] Defilata dal legislativo e dal Consiglio di Stato al vertice del potere giudiziario vi è la Suprema corte del popolo che dal 2006 è l’unica a poter pronunciare sentenze di condanna a morte.
[8] Nel corso della sua prima sessione plenaria, l’Assemblea elegge il proprio Comitato permanente, composto da 150 membri, fra i quali vengono eletti un presidente, 13 vicepresidenti e un segretario generale; compito del Comitato permanente è quello di svolgere le funzioni dell’Assemblea quando questa non è in sessione plenaria. Il presidente, i vicepresidenti e il segretario generale formano il Consiglio di Presidenza. L’Assemblea nomina inoltre nove comitati, che si occupano rispettivamente di: affari etnici; legge; affari interni e giudiziari; affari finanziari ed economici; educazione, scienza, cultura e sanità pubblica; affari esteri; cinesi all’estero; protezione ambientale e conservazione delle risorse; affari agricoli e rurali. Ogni comitato è composto da un presidente, alcuni vicepresidenti e numerosi componenti. La prima sessione plenaria è diretta da un Presidium con funzioni di monitoraggio e presidenza, che propone la lista dei candidati ai vari organi dello Stato e dell’Assemblea. Solitamente nella composizione del Presidium è rintracciabile anche quella del futuro Comitato Permanente.

La Redazione