C’era una volta

La carenza di un’alternativa politica di sinistra crediamo sia sotto gli occhi di tutti. Questo non solo in Italia, ma un po’ ovunque. Non parliamo degli Stati Uniti d’America, dove una parvenza di rappresentanza delle classi subalterne è sparita da un secolo; con la conseguenza che due apparati di potere si confrontano periodicamente e si alternano al potere con scarse differenze operative. Quello su cui vorremmo aprire un dibattito con coloro dei nostri lettori che ne fossero interessati, non è l’avanzata delle destre sovraniste e non, ma il fatto che ad essa si oppone un fronte fiacco, con strategie politiche non troppo dissimili, spesso pervicacemente convinto che nella fiducia neoliberista dell’equilibrio del “mercato” risieda l’unica prospettiva realistica dei tempi a venire. Quale fiducia di un cambiamento significativo delle politiche economiche possono ispirare, infatti, il governo di Pedro Sánchez in Spagna o il costituendo governo tedesco di Olaf Scholz, leader di quella socialdemocrazia che ha a lungo governato con Angela Merkel, oppure quello apparentemente di sinistra, ma intimamente conservatore di José Pedro Castillo Terrones (che ha già licenziato il suo primo ministro marxista Guido Bellido)? Le esperienze di Alexīs Tsipras in Grecia, della famiglia Ghandi in India, dell’ex guerrigliero sandinista Daniel Ortega in Nicaragua dovrebbero aver ben insegnato che la storia non si cambia con i compromessi. Ad una minoranza che si pone l’obiettivo di cambiare il paradigma del potere e l’asse dello sfruttamento si pongono problemi inquietanti, che esigono una soluzione. Proviamo a farcele, a cercare una risposta e a sollecitare intervento di chiarimento o correzione.

Perché si è chiuso un ciclo di lotte?

Gli anni sessanta e settanta hanno visto lo sbocciare di una forte contrapposizione di classe in molte parti del mondo, che ha assunto forme diverse: dalle lotte di liberazione nazionale, ai movimenti giovanili contro la guerra, ai movimenti sindacali fino a forme di guerriglia. Tutti questi movimenti hanno subito una sconfitta e dove le potenze coloniali si sono piegate all’emancipazione dei popoli ad esse sottoposti, ciò ha significato l’avvento in quei paesi di voraci borghesie o di feroci dittatori. In quegli stessi anni il potere economico è passato di mano a favore del capitale finanziario (sancito negli USA dall’abolizione del Glass-Steagall Act da parte dell’Amministrazione Clinton nel 1999). La transizione è stata lunga e dolorosa; le teorie monetariste di Milton Friedman hanno avuto una prima applicazione sperimentale nel 1973 nel Cile di Pinochet, per dilagare poi a livello mondiale con Donald (attenti al nome!) Reagan negli USA e Margaret Thatcher nel Regno Unito. Gli scenari che si sono aperti hanno cambiato gli assetti economici ed istituzionali ovunque: globalizzazione, libera circolazione di merci e persone, migrazioni, fluidità dei capitali e loro facile spostamento, esautoramento degli esecutivi e delle assemblee elettive, ricatto occupazionale, creazione di un pensiero
“mainstream” e sua pervasività grazie al controllo dei mass madia.

Che fine ha fatto la socialdemocrazia?

È nel contesto su accennato che la socialdemocrazia ha suonato il proprio de profundis. La socialdemocrazia storicamente (II Internazionale) rappresentava una pratica politica con due caratteristiche: il perseguimento dello Stato socialista attraverso una sua progressiva attuazione mediante riforme (riformismo) e l’utilizzo per questo obiettivo delle forme istituzionali dello Stato borghese. I comunisti anarchici hanno sempre reputato utopica questa strategia e seguendo Errico Malatesta e Luigi Fabbri non rifiutano i pochi benefici che le riforme possono apportare alla vita quotidiana dei
meno abbienti, ma li considerano effimeri; il loro perseguimento viene inteso come “ginnastica rivoluzionaria” e si dicono pertanto riformatori. Gli eredi odierni della socialdemocrazia, in una catena ininterrotta di Bad Godesberg, hanno perso il loro ancoraggio sociale ed il loro percorso dentro le istituzioni dello Stato liberale li ha resi i più conseguenti difensori dello status quo.

Quanto pesa nelle prospettive rivoluzionarie la crisi del comunismo reale?

Il miraggio della patria socialista è stata la gabbia ideologica del proletariato per un secolo, ma anche la molla propulsiva del loro agire politico. I comunisti anarchici hanno fin da subito criticato i modelli che si sono via via venuti offrendo e le loro critiche si sono dimostrate impietosamente esatte. Ciò non toglie che la fine dell’Urss, la svolta
capitalista della Cina, l’imborghesimento del Vietnam, lo scoprirsi del volto dittatoriale della Corea del Nord e di Cuba abbiano fortemente disilluso e che questo abbia dato fiato alla pretesa fine delle ideologie, alla fanfara sulla loro inutilità.
Si è così assistito ad un ripiegamento sugli interessi privati, inseguiti individualmente, che certo non giova alla ricostruzione di una coscienza di classe autenticamente e radicalmente alternativa.

Esistono modelli di riferimento?

L’idea che esistessero modelli sociali su cui basare le proprie prospettive è stata una delle più perniciose per le sorti delle possibilità di un’autentica rivoluzione sociale. Per noi rimane inalterabile l’idea che l’emancipazione del proletariato deve essere opera del proletariato stesso; l’organizzazione sociale che ne seguirà dovrà essere costruita dal basso vero l’alto con l’unico elemento distintivo che è quello che il potere decisionale deve permanere nelle mani dei lavoratori associati localmente e per settore.

Qual è il rapporto tra gli attuali partiti di “sinistra” e gli elettori?

I partiti che oggi vengono spacciati per rappresentare le idee di sinistra (meglio sarebbe dire “progressiste”) hanno ormai il loro riferimento elettorale nei ceti medio abbienti, intellettualmente attrezzati ed abitanti nei centri urbani. Le desiate membra della sedicente sinistra rivoluzionaria è in realtà una pallida discendenza di quella che fu la
socialdemocrazia; la rivoluzione sociale è un termine ormai scomparso dal vocabolario politico. Le loro fortune elettorali sono ormai definitivamente declinate, ciò non è certo un bene; la sopravvivenza di una voce critica all’interno delle istituzioni non può che essere un bene, ma il loro elettorato è ormai circoscritto ad una frangia estremamente
ideologizzata, che non crea osmosi nella classe lavoratrice.

Per chi votano le classi subalterne?

La scomparsa di una prospettiva reale di emancipazione, la tendenza al compromesso al ribasso delle organizzazioni sindacali, il rifluire dei partiti progressisti di massa verso forme di pura gestione tecnica efficientistica dei centri di potere, hanno spinto i lavoratori a cercare rappresentanze che fossero apparentemente più rispondenti ai problemi giornalieri, ma che li allontanano dai loro interessi di lungo periodo. La destra, abilmente camuffata da difensore dei più deboli (populismo), lancia parole d’ordine ad effetto, il cui contenuto reale però avvantaggia i più abbienti. L’occupazione si restringe ed i salari perdono valore d’acquisto, la colpa è dei migranti che fanno concorrenza sleale. Il divario tra ricchi e poveri si allarga, occorre diminuire la tassazione con beneficio maggiore per chi già ne paga meno. I capitali vanno altrove in cerca di maggiori profitti, occorre liberalizzare sciogliendo lacci e laccioli per migliorare il tenore della congiuntura economica. Scoppia la crisi più profonda degli ultimi ottanta anni, è necessario depotenziare lo stato sociale per diminuire la burocrazia e liberare risorse. La lotta collettiva non paga, quindi è giusto che ognuno rifluisca nel privato mirando ai propri interessi. In questo clima non stupisce che i voti dei lavoratori, degli abitanti delle periferie, delle zone rurali si orientino verso i partiti conservatori.

Qual è il rapporto tra i movimenti giovanili e la coscienza politica?

L’ultimo ventennio ha visto sorgere e morire vari movimenti che hanno mobilitato masse consistenti delle giovani generazioni: no global, antimperialisti, friday for future, etc. Tutti avevano ed hanno ottime e condivisibili motivazioni, ma nel contempo soffrono di un orizzonte strategico limitato, sono sostanzialmente settorializzati; non stupisce, quindi, che non sedimentino coscienza politica, avanguardie organizzate e che lascino rapidamente il campo, in attesa di una nuova esplosione con nuovi protagonisti.

Grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione è eccellente?

Il noto aforisma di Mao Zedong si riferiva ad un caos sociale in cui le classi dominanti erano in difficoltà e la crescita della coscienza proletaria scavava loro la fossa. Nella situazione attuale il disorientamento attraversa le classi subalterne, impedendo loro di formarsi una concezione chiara di quali siano i loro veri interessi storici, complice
l’assenza di un’avanguardia politica che riesca a fungere da orientamento per questa presa di coscienza. I brandelli ancora esistenti di sinistra rivoluzionaria mancano di una capacità comunicativa per ricostruire il loro rapporto con le masse: sono spesso gruppo di intellettuali che vivono al di fuori di esse e ne ignorano i bisogni immediati e le aspirazioni.
Parlano, noi compresi, un linguaggio astrattamente ideologico incomprensibile ai più.

Perché le destre estreme hanno tanta rispondenza nelle piazze?

È almeno dai fatti di piazza Maidan a Kiev che gruppi di estrema destra riescono a mobilitare numeri consistenti di cittadini, mentre movimenti neonazisti crescono elettoralmente in molti paesi. Perché, per fare un esempio recente, un gruppetto esiguo di chiara marca fascista e di fermamente sospetta collusione con i servizi segreti britannici, Forza Nuova, ha potuto egemonizzare una piazza di oltre diecimila persone a Roma lo scorso 9 ottobre? La risposta è molto semplice: in un periodo di ridotta coscienza politica sono gli slogan più semplici, quelli il cui spessore di approfondimento è minore, quelli più orecchiabili a imporsi. Purtroppo, la nostra via è diversa e meno facile da percorrere: per ottenere una rivoluzione sociale che porti all’autogestione abbiamo bisogno di un proletariato che persegua “virtute e canoscenza”, che non si accontenti degli slogan ma ambisca ad entrare nel merito dei messaggi che riceve, li voglia analizzare, comprendere e coscientemente condividere.

È possibile che il pendolo della storia torni ad inclinarsi a sinistra?

Le prospettive non sono entusiasmanti, ma tutto è possibile e non ci scoraggiamo. Gli anni cinquanta furono in Italia un periodo nero per la classe lavoratrice, uscita fiaccata dal ventennio fascista che l’aveva privata della propria memoria storica. Agli inizi del decennio successivo sparuti gruppi intellettuali iniziarono un lungo, ma proficuo, lavoro di ricostruzione dell’identità di classe (Quaderni rossi, Quaderni Piacentini ed altri). Le condizioni strutturali, quale l’emergere nel ciclo produttivo della figura dell’operaio massa li aiutarono. Oggi questi cambiamenti strutturali non sono in vista, se non in senso sempre meno favorevole ad un’azione rivoluzionaria, ma perdersi d’animo non serve a nulla e vanificherebbe una lunga vita di militanza. In queste note è racchiusa la speranza che qualcuno/a dei/lle nostri/e lettori/rici si senta stimolato/a a riflettere e ciò lo/a spinga ad intervenire per correggere, contestare, aggiungere domande e risposte,
a quelle che abbiamo brevemente considerato.

Saverio Craparo