Patti scellerati

Mentre la politica parla di economia che tira, crescono le crisi aziendali,
l’occupazione è precaria e a termine, riparte l’inflazione e si ipotizza una nuova
concertazione per contenere le rivendicazioni dei lavoratori. Il Premier-demiurgo,
come tutti i suoi predecessori “tecnici”, prospetta patti scellerati: a partire dal 1977 li
fecero i governi tecnici e in particolare quello Ciampi. Finì male per i lavoratori ed
anche per il sindacato e i sindacalisti. Trentin e D’antoni si presero i bulloni in faccia
dagli operai: è bene che Landini – metalmeccanico come Trentin – se ne ricordi e
pensi bene a quello che fa.
Per ora la risposta del sindacato è circospetta, in particolare Landini si guarda
intorno e fa domande, ma i segnali che arrivano dal Governo sono chiari: intanto
annuncia che regolamenterà unilateralmente lo smart- working, definendo quindi le
condizioni contrattuali di una platea vasta e significativa di lavoratori che non avranno
voce per negoziare i loro diritti. Ma, quel che è più grave, il Governo è immobile e
diviso rispetto agli interventi necessari a contrastare il dumping aziendale, ovvero lo
smantellamento di imprese, anche produttive di utili, per trasferirle in paesi dove il
costo del lavoro e minore e dove la legislazione sociale comporta oneri minori per i padroni.

Draghi e il dumping aziendale

Sul problema del dumping aziendale e delle crisi aziendali, il demiurgo al governo sembra avere le idee chiare: lasciar fare al mercato e ai padroni. Sono loro a sapere come si gestisce l’economia e l’estrazione di plusvalore, come si persegue il massimo profitto. E dunque sono loro a giudicare cosa è meglio fare, come garantire che non solo lo sfruttamento aziendale, ma anche la speculazione assicurino il massimo profitto agli investitori e la possibilità di godere di succosi dividendi. Non importa se si smantella un settore industriale, se si disertifica un territorio dopo averlo sfruttato E quindi va bene chiudere la GKN da un giorno all’altro, trasferirne i macchinari in Polonia, dove il costo del salario si aggira intorno ai 700 €, dove i diritti sindacali sono inesistenti.
Eppure l’ex Governatore della BCE e sostenitore dell’unità europea sa bene che fino a quando lo scandalo del dumping industriale finanziario e fiscale starà in piedi e sarà consentito legalmente l’economia reale resterà fragile, le crisi aziendali saranno infinite e costanti. Lo ha ben compreso perfino Biden che a questo fenomeno sta mettendo argini con una legislazione che riscopre il ruolo dello Stato arbitro dell’economia. L’uomo della provvidenza italiano invece incassa la standing ovation degli industriali bonomiani – una massa di speculatori pronti a condurre una guerra di classe spietata
per arraffare profitti e aiuti di Stato – e indisponibili a qualsiasi concessione sociale. Persino la timida proposta di un salario minimo li vede contrari, mentre invece sono pronti a chiedere la massima flessibilità del lavoro e assumono a termine e con contratti precari e privi di tutela la forza lavoro necessaria, come lo stesso premier riconosce.
In queste condizioni il governo di unità nazionale serve a distribuire i prestiti del Recovery Found tra i boiardi di Stato che gestiranno i progetti e alle imprese che prenderanno le risorse per poi scappare alla prima occasione, lasciando al paese l’onere di pagare i debiti contratti e rimettere in ordine danni ecologici e sociali. La risposta degli operai della GKN dimostra che quella classe operaia che si diceva sparita, sommersa dal lavoro robottizzato, dalle nuove tecnologie ha ben chiara la situazione e reagisce con intelligenza politica stando attenta a distinguere tra amici e ciarlatani. Esclude dalla fabbrica i politici in cerca della passerella e si tiene artisti e persone comuni come alleati, in un paese dove la politica spaccia per problemi cruciali il dibattito sui vaccini e le polemiche sul green pass e la sua costituzionalità tanto da
farne oggetto di referendum.
Da alcune parti si arriva anzi a sostenere che quella ce è contraria al vaccino e ai controlli è la parte del paese che ha vagamente intuito quello che sta realmente avvenendo tanto che si oppone al green pass visto come strumento del nuovo ordine mondiale, della grande congiura che vuole assoggettare tutti e preparare una società controllata e eterodiretta. Costoro dimenticano che il capitalismo non ha bisogno di mettere in piedi una congiura internazionale per progettare e attuare il controllo della società ma che questo modus operandi è quello di ogni giorno, volto a perpetuare lo
sfruttamento dell’uomo sull’uomo, le disuguaglianze, il dominio del capitale a sconfiggere la solidarietà come paradigma dei rapporti sociali e produttivi. Cosi facendo dimentica di capire che la trasformazione della società e dei rapporti di potere passa attraverso la trasformazione del lavoro, dei rapporti sociali e produttivi, della gestione dell’economia. E perciò, grida alla grande congiura e si illude che non vaccinandosi e rifiutando il green pass riuscirà a fermare il progetto del capitale. Si tratta di una risposta ingenua e fuorviante che rifugge dall’affrontare i problemi reali, evita di porre ostacoli reali al nemico di sempre. Dimentica che ogni nostra azione, ogni nostro gesto, anche se non ancora ogni nostro pensiero, viene minuziosamente controllato e registrato ormai da decenni e non è con uno strumento povero di contenuti come il green pass che si realizza il disegno della messa a regime delle popolazioni.

Il ritorno della ragione

A quelli di costoro che si direbbe “ hanno perso il capo” chiediamo di ritornare a ragionare utilizzando categorie razionali e non illudendosi che si possa trovare sostegno in quella massa di persone che non sono condizionate dai mass media, dalle TV, dai grandi giornaloni, che sono vergini di influenze. Costoro vivono di auto informazione, si lasciano condizionare dal web e dai si dice, sono un territorio che non può essere arato speculando sulla paura e l’ignoranza.
Sentono parlare di crisi climatica e diffidano, si vedono proporre una economia green e non ne capiscono le ragioni e le implicazioni, vedono scomparire posti e opportunità di lavoro mangiati da un nemico invisibile e siccome hanno bisogno di vedere e di toccare con mano in modo semplice e evitando la complessità vedono l’immigrato lavorare a nero, spaccarsi la schiena e volgono lo sguardo dall’altra parte e invece lo fissano bene quando lo vedono ciondolare per strada dalla fatica del vivere, dalla disperazione nel cercare come sfamarsi e alloggiare e scambiano tutto questo per indolenza e potenziale criminalità: in una parola hanno la coscienza sporca e hanno paura.
Ebbene, da chi si rifiuta di pensare non si cava nulla. Per quanto ci riguarda siamo convinti che, nel mentre ci si oppone a un progetto di dominanza, occorre cercare di porre le premesse per una risposta in positivo, per passare all’attacco e sconfiggere il nemico di classe bisogna sapere dove andare. Noi, come comunisti anarchici, non abbiamo mai creduto nello Stato borghese, né nella Repubblica, né nello Stato di diritto e quindi non crediamo e non ne pratichiamo i riti. Non crediamo che queste istituzioni siano riformabili. Siamo decisi a combatterle; per quanto ci riguarda lasciamo agli Amish la scelta di costruire comunità separate, illudendoci di aver risolto il problema, avendo cosi chiuso fuori dalla porta i nostri nemici.
E perciò prestiamo tutta la nostra attenzione ai reali rapporti di potere alle concrete esigenze di uomini e donne per rivendicare condizioni di lavoro dignitose, pur coscienti come siamo dello sfruttamento capitalistico. In altre parole cerchiamo di vendere la nostra forza lavoro e il nostro tempo vita alle migliori condizioni possibili sulla base dei rapporti di forza che riusciamo a creare. Rivendichiamo una abitazione per tutti, servizi per ognuno a cominciare dagli asili finire alle residenze per anziani, dignitose e umane; un servizio sanitario efficiente e accessibile, la tutela dell’ambiente e della natura, ponendo ogni limite possibile alla rapina messa in atto dal capitalismo che depreda e distrugge pur di perseguire il massimo profitto. Cerchiamo di fare in modo che ognuno possa godere ed accedere alle cose belle della vita.
Ecco perché ai piani del capitale rispondiamo non con il ritiro sull’aventino o la creazione di comunità separate ma cercando di capire quali sono i progetti dell’avversario di classe, dove vuole andare a parare e pur non condividendo
una virgola del suo progetto cerchiamo di individuarne i punti deboli, per poterlo attacca e sconfiggere, consapevoli della dinamica dello scontro di classe. A muoverci è la ragione perché non sappiamo se vinceremo noi ma combattiamo pur non confidando nell’aiuto di Dio o confortandoci con l’idea che grazie alla caduta tendenziale del profitto primo o poi vinceremo comunque.

Solo il conflitto ci può aiutare

La sola certezza che abbiamo,come affermava nel suo manifesto di fondazione l’Industrial Wolker of the Word è che “La classe lavoratrice e quella capitalista non hanno nulla in comune. Non può esservi pace mentre la fame e la povertà regnano fra i
milioni di lavoratori/trici, e la minoranza che compone la classe padronale possiede tutte le ricchezze della vita.
Non potrà non esserci lotta fra queste due classi finché l’intera classe lavoratrice non si unirà per appropriarsi dei mezzi di produzione, abolire il sistema salariale e vivere in armonia con la Terra. A nostro parere, l’accentramento del controllo delle industrie presso un numero sempre minore di persone rende i sindacati impotenti di fronte al potere sempre crescente della classe capitalista. I sindacati incoraggiano un clima di competizione tra gruppi di lavoratori/trici della medesima industria, favorendo così la disfatta di uno o l’altro nelle lotte sul lavoro. I sindacati di mestiere aiutano inoltre la classe padronale ad inculcare nei lavoratori/trici la falsa credenza che abbiano degli interessi in comune con la classe padronale.
Queste condizioni possono essere cambiate, e gli interessi della classe lavoratrice salvaguardati, solamente da un’organizzazione formata in tal modo che tutti i/le membri di una data industria, o in tutte le industrie se necessario, cessino di lavorare appena ci sia uno sciopero o una serrata in un altro dipartimento, facendo sì che un’offesa fatta ad uno/a diventi un’offesa fatta a tutti/e.
Al posto del motto conservatore “La giusta paga giornaliera per il giusto giorno di lavoro” dobbiamo inscrivere nei nostri striscioni il rivoluzionario grido di guerra: “Abolizione del sistema salariale”.
Eliminare il capitalismo è la missione storica della classe lavoratrice: dobbiamo organizzare l’esercito della produzione, non solo per le nostre lotte quotidiane coi capitalisti, ma anche per continuare la produzione nel momento in cui il capitalismo sarà abbattuto.
Mobilitandoci nelle nostre industrie stiamo formando la struttura della nuova società nella carcassa di quella vecchia.”

Questa è la nostra stella polare e stiamo bene attenti a seguire il percorso che ci indica.

La Redazione