L’Europa di fronte all’esodo

Il territorio europeo è oggi sottoposto a una mutazione della composizione della sua popolazione dalla quale il continente uscirà certamente diverso. A produrre questo cambiamento non sono i tradizionali flussi migratori, ma un esodo che non ha eguali in epoche storiche recenti. Per quanto riguarda l’Europa si tratta di spostamenti di popolazione causati dal bisogno di sfuggire alla guerra e alla miseria che affligge il sud del mondo e il medio oriente, ma il fenomeno di spostamento e riposizionamento delle popolazioni ha dimensioni globali.
Un analogo flusso migratorio è in atto nel Sud est asiatico dove le popolazioni dei villaggi del Bangladesh e del Myanmar fuggono in cerca di un futuro soprattutto le popolazioni rohingya, mussulmani del Myanmar, finendo spesso o in fondo all’Oceano indiano o nei campi di schiavitù posti tra Malesia e Thailandia, dopo essere stati venduti e comprati in un mercato di schiavi da funzionari pubblici e militari. Analogo fenomeno si verifica alla frontiera tra Messico e Stati Uniti dove sono state da tempo costruite barriere per arginare l’inarrestabile flusso di migranti dal sud del mondo. Da ciò consegue che voler fermare il fenomeno è del tutto illusorio: non bastano né i muri né i reticolati di filo spinato e tanto meno le espulsioni a fermare intere popolazioni che dietro di sé non hanno alcuna possibilità di vita: il bisogno stesso di sopravvivere sostiene, come in tutte le epoche, la migrazione.
Alcune fonti stimano in circa 40 milioni il fabbisogno di popolazione del continente per compensare la diminuzione della crescita demografica e i bisogni del mercato del lavoro. A richiedere il maggiore afflusso di persone è soprattutto la Germania, il che spiega l’improvvisa decisione di accogliere i profughi siriani e tuttavia bisogna tener conto che proprio verso questo paese è ripreso il flusso migratorio dai paesi dell’Est. Vedi articolo precedente. La crisi economica e i bassi salari spingono verso l’emigrazione un numero crescente di albanesi. L’ufficio nazionale di statistica di quel paese ha affermato che circa 46.000 persone hanno lasciato il paese nel 2014, e secondo Eurostat 16.500 cittadini albanesi hanno richiesto asilo in un paese Ue (dati 2015). Dopo l’adesione della Croazia all’Ue del primo luglio del 2013, si è verificato un massiccio esodo di cittadini croati verso la Germania alla ricerca di un buon posto di lavoro e di migliori condizioni di vita. Il flusso rispetto all’anno precedente è raddoppiato (+94,7%) raggiungendo la cifra di 25.200. Il 72,7% degli immigrati provenienti dalla Croazia risultano essere maschi.
Consistente anche il flusso di emigrati dall’Ucraina. Si calcola che vi siano 7 milioni di cittadini fuori dal paese (stima Ue 2006 pari al 10% della popolazione). Dopo la crisi politica con la Russia e lo sviluppo dei movimenti indipendentisti nell’est del paese l’emigrazione stabile è ulteriormente cresciuta e ha continuato a crescere la cosiddetta emigrazione circolare verso la Germania in particolare L’immissione massiccia di nuove popolazioni nel continente è al momento relativamente contenuta, anche se viene percepita di dimensioni certamente più ampie e vissuta da una parte crescente delle popolazioni come una invasione che porta allo sradicamento dell’identità, dei valori, delle tradizioni, delle lingue e delle culture autoctone. Da qui una crescente reazione al fenomeno che crea spazio per soluzioni autoritarie di tipo politico e sociale e pone le premesse di uno scontro etnico e religioso, posto che uno degli elementi di differenza tra i vecchi e i nuovi abitanti del continente è la diversità di appartenenza religiosa. Sia nel caso in cui l’emigrazione avvenga da est ad ovest del continente sia che provenga da altre aree del mondo, i migranti portano con se una diversa visione del mondo nella quale il ruolo che l’appartenenza religiosa svolge nella società, le sue implicazioni con la morale sociale, con le abitudini e i costumi e i rapporti tra lo Stato e le comunità religiose, il loro ruolo pubblico. Incide profondamente sulle relazioni tra le diverse componenti organizzate che caratterizzano i corpi sociali intermedi, le formazioni sociali.
Se questo è il dato di partenza conviene attrezzarsi per governare il fenomeno, piuttosto che limitarsi a cercare di contrastarlo. Occorre individuare gli obiettivi da raggiungere e per farlo è necessario interrogarsi sul cammino percorso e sulle caratteristiche della società, quella europea, che attrae in modo così forte coloro che
ambiscono a entrarvi e soprattutto capire quali sono le peculiarità identitarie che gli autoctoni intendono conservare e quindi individuare il nucleo di valori da difendere, soptrattutto il rispetto del principio di uguaglianza, le condizioni di lavoro e di inserimento sociale. Ciò che c’è di diverso dal recente passato nell’attuale fase migratoria è che l’introduzione di componenti sociali non secolarizzate, provenienti sia dall’est del continente sia dal sud del mondo, cambia il panorama sociologico delle aggregazioni e dei gruppi etnico religiosi presenti sui territori, fenomeno che gli Stati hanno cercato di arginare mettendo a punto modelli d’integrazione che avrebbero dovuto consentire una migliore gestione dei migranti.
C’è chi – come l’Inghilterra- ha ritenuto che consentendo l’insediamento di comunità e lasciando autonomia di gestione alle componenti social culturali caratteristiche della comunità migrante si consentisse una miglior convivenza fra autoctoni e nuovi venuti e che questa misura riducesse al minimo i conflitti. Il risultato è una distribuzione dei migranti a pelle di leopardo sul territorio e la loro completa estraneità alla società ospitante.
C’è chi – come in Francia – ha pensato che la richiesta di uniformarsi ai valori fondanti della società ricevente bastasse di per sé a risolvere il problema e a promuovere integrazione: Il “modello assimilazionista” francese, è basato sull’idea che chi sceglie di far parte di una comunità nazionale deve condividerne gli ideali e le tradizioni. Deve perciò abbandonare le proprie radici culturali e integrarsi nel nuovo contesto sociale. L’unico interlocutore della comunità nazionale francese diventa così il singolo individuo e i gruppi sociali perdono qualunque tipo di influenza.
C’è chi – come in Germania – ha pensato di gestire le nuove presenze sul territorio con pragmatismo e razionalità, evitando la creazione di concentrazioni comunitarie, ma distribuendo fisicamente le presenze in modo da creare un melting pot in grado di essere progressivamente assorbito, in nome della difesa di rapporti forti e consolidati tra cittadini e istituzioni.
E’ un fatto che, anche a causa della grande dimensione del fenomeno, oggi dobbiamo registrare il fallimento e la crisi dei modelli di integrazione multiculturali e pluriculturali messi a punto nei diversi Stati, in quanto essi non sono riusciti a produrre integrazione, ma anzi hanno aumentato in molti casi l’estraneità sociale delle componenti delle comunità migranti dal contesto sociale. Ne sono prova le frequenti ribellioni nelle banlieue, l’invivibilità di molti quartieri “omogenei” che ospitano comunità migranti e
costituiscono delle vere e proprie enclave sul territorio in Gran Bretagna, il crearsi comunque di comunità sul territorio in Germania la cui presenza suscita spesso l’ostilità di alcune componenti della popolazione.
D’altra parte le grandi difficoltà economiche dei nuovi venuti, chiamati a ricoprire posti di lavoro più svantaggiati e soprattutto in assenza di meccanismi di mobilità sociale che consentissero ad essi o ai loro figli di inserirsi a parità di condizioni nel mercato del lavoro, hanno ostacolato l’integrazione economica degli immigrati nel modello sociale dei diversi Stati, inducendo la gran parte dei migranti a vivere in comunità chiuse, quanto meno per sviluppare strumenti di difesa collettiva, ma anche spinti da fenomeni di marginalizzazione sul territorio. Invece il loro arrivo coincide con la crisi del welfare alla quale gli Stati occidentali rispondono – chi in misura maggiore, chi meno – ricorrendo alla privatizzazione dei servizi alla persona, applicando il principio di sussidiarietà verso le formazioni sociali che svolgono attività caritatevoli, accordando ad esse dei finanziamenti pubblici per i servizi svolti o adottando verso le loro attività una politica di sgravi fiscali consistente.
Ebbene non vi è dubbio che la privatizzazione dei servizi alla persona aiuta e condiziona le trasformazioni in corso a favore delle confessioni religiose, affidando ad esse una funzione di erogazione di prestazioni e di servizi che agevola la loro attività di proselitismo, anche se formalmente viene svolta con intenti caritatevoli e di solidarietà sociale. Le prestazioni di servizi a favore delle popolazioni si connotano così religiosamente, abbattendo al tempo stesso il principio di neutralità della prestazione e il principio di laicità nelle relazioni tra lo Stato e le confessioni e rafforzando in ultima analisi l’appartenenza di comunità.
Si assiste così alla rinascita drogata del sacro in quanto, l’appartenenza religiosa, le pratiche di culto, il senso di comunità è sostenuto non solo da scelte spirituali, ma da un ben più sostanziale interesse a essere destinatario e fruitore di servizi, parte di una rete di protezione che produce appartenenza di gruppo e che tende a presentarsi sotto forma non solo di presenza organizzata in campo politico e sociale, ma come portatrice di valori comportamenti e tradizioni. L’effetto è quello di costituire un società segmentata per zuil e stroming riportando indietro l’orologio della storia e obbligando le componenti laiche della società a ripercorrere il cammino verso la laicizzazione della società imboccato alla metà del XIX secolo e faticosamente percorso in tutta l’Europa occidentale, inducendoli a battersi per la laicità dello Stato e la neutralità dei servizi pubblici sia relativamente alla gestione che al servizio erogato. Le grandi battaglie del movimento operaio e contadino per la crescita dello Stato sociale sono andate di pari passo con l’affrancamento dal ruolo sociale delle religioni e queste conquiste ora regrediscono con la sconfitta politica della sinistra e delle formazioni politiche che la rappresentano, con l’arretramento di tutele e garanzie sul posto di lavoro.
Se questo è l’effetto delle migrazioni nei paesi dell’Europa occidentale, in parte diverso è quello che si produce nei paesi dell’Est e in particolare nei paesi dell’area balcanica che sono oggetto di una migrazione le cui componenti sono in prevalenza di religione musulmana. E’ pur vero che a causa delle condizioni non floride dal punto di vista economico, nel caso in specie, siamo di fronte a una migrazione di transito, di passaggio verso il nord Europa, ma certamente queste nuove presenze ripropongono il problema delle relazioni con le comunità musulmane ivi presenti storicamente, per quella parte della migrazione che decide di fermarsi anche per colmare i vuoti di popolazione lasciati liberi dalla migrazione delle popolazioni dell’Est verso gli Stati
occidentali, e non solo europei. I nuovi venuti sono in genere portatori di un islam arabo, affatto diverso da quello balcanico, il quale per altro è sottoposto da tempo a una stringente propaganda tesa alla sua reislamizazzione in senso tradizionale. Ecco perché le nuove presenze possono incidere su un equilibrio delicato – quello degli Stati dell’area balcanica – che in anni recenti ha conosciuto la guerra etnico religiosa, la
pulizia etnica, il massacro di intere popolazioni.
In questo tessuto sociale sconvolto dai mutamenti in corso le forze di sinistra i movimenti politici e noi stessi come comunisti anarchici facciamo fatica a ridefinire una strategia di azione che va discussa e organizzata. L’analisi che precede vuole offrire spunti per la riflessione.

Giovanni Cimbalo