Il cavallo di Troika

…[in una società molto mobile come quella statunitense]
la moneta è una merce meglio trasportabile dell’onestà.
ALFRED MARSHALL

C’erano una volta i pigs, acronimo che indicava per lo più i paesi dell’area mediterranea in forte affanno finanziario subito dopo l’esplodere della crisi del 2007: Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna e che in inglese significa maiali. Un’altra “i” era comunque da tenere in considerazione, cioè l’Italia. Tutti questi paesi hanno subito la cura predisposta dalla cosiddetta Troika (Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea e Banca Centrale Europea) ed è interessante valutare gli effetti da essa prodotti dopo anni di prolungata presa in carico della loro situazione economica da parte di quegli enti sovranazionali posti a guardia dell’integrità dei loro conti pubblici, a salvaguardia dei prestiti erogati dai creditori internazionali.
Pochi accenni all’Italia ed alla Grecia, situazioni di per sé molto evidenti di fallimento dell’intervento, per concentrare l’attenzione, poi, sugli altri tre casi nei quali si asserisce che le ricette di austerità e di rimessa in ordine dei bilanci statali.
L’Italia è l’unico paese che non ha ricevuto aiuti in cambio delle “riforme” pretese dalla finanza internazionale e contrabbandate come rimedio del male della crisi. Il governo Berlusconi si fece inviare una lettera dalla BCE per avere la scusa di intervenire con pesanti misure di austerità, ma subito dopo cadde. Al suo posto andò un alto esponente di quella stessa finanza, Mario Monti, che operò rapidamente, draconianamente e
con poca accortezza istituzionale e sulla linea da lui intrapresa hanno proseguito i due governi successivi.
Tipico caso di chi si infligge per proprio conto una tortura per non farsela infliggere da altri. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: a tre anni di distanza la ripresa non c’è stata (ora si parla di timidi accenni, fragili su cui torneremo); la disoccupazione non diminuisce dopo aver toccato punte elevatissime soprattutto tra i più giovani e ciò nonostante le presunte misure “efficaci” di Renzi; il paese è andato in deflazione; il mercato interno continua a latitare. In effetti i timidi accenni di ripresa di cui sopra (ma il dato della produzione di giugno 2015 è negativo dello 0,6%[7]) sono trascinati dall’export e, a parte il fatto che nessuna economia può reggersi solo sull’export e in assenza di un mercato interno, le prospettive della congiuntura internazionale non sono rosee: Europa in lenta e faticosa ripresa, Stati Uniti d’America con andamento altalenante, Russia in difficoltà e col commercio ostacolato dalle sanzioni bilaterali, Cina con segnali evidenti di rallentamento consistente, Brasile in recessione (atteso -2,0% in meno del PIL nel 2015[8]).
La Grecia, invece, è dei paesi suddetti quella che ha conosciuto l’intervento più massiccio, continuativo ed invasivo degli “esperti” della triade dell’alta finanza. L’insuccesso è palese e clamoroso. Una popolazione piegata, la disoccupazione crescente, la povertà dilagante, la mortalità cresciuta per la latitanza dilagante delle
cure mediche, ne sono testimonianza inequivocabile. La serie di accordi che i vari governi greci hanno sottoscritto nel corso degli anni, – da quello guidato da quello socialista di Papandreu a quello di destra di Samaras, passando per l’analogo di Monti il finanziere Papademos, e finendo con l’attuale governo di “estrema sinistra” di Tsipras con la pistola puntata alla tempia -, non solo non hanno risolto nulla, ma continuano ad
aggravare il problema. Il meccanismo è presto svelato. Le riforme chieste insistentemente dai creditori si traducono in una compressione dei redditi dei cittadini e deprimono sempre più il mercato interno. Nel frattempo fiumi di miliardi vanno a sostenere le sofferenze della banche greche e rientrano subito nelle tasche dei creditori, cioè i sistemi bancari dei paesi forti, Germania in testa; ma il debito complessivo della Grecia è ulteriormente cresciuto, di modo che non resta che attendere il prossimo annuncio di fallimento del paese per dare inizio ad una nuove farsa. Una spirale discendente senza fine!

Portogallo

Dei tre paesi nei quali la cura dell’austerità imposta dall’esterno avrebbe avuto efficacia, il Portogallo è quello che presenta la “ombre” maggiori. Il programma di aiuti internazionali al paese in crisi ha inizio nel 2011 (78 miliardi di €). Il governo conservatore di Pedro Passos Coelho si impegna ad attuare ed attua le politiche sociali ed economiche, benignamente qualificate quali “riforme”, imposte quale condizione per adire ai fondi messi a disposizione. Il Programma si e’ concluso ufficialmente lo scorso 17 maggio 2014, con una “clean exit”, ovvero senza il ricorso ad ulteriori crediti di sostegno. Possiamo cominciare a tirare le somme ed a valutare l’efficacia dell’agenda dettata dal sistema finanziario.
Prenderemo solo successivamente in considerazione i dati sociali di cui, come ben noto, poco o nulla interessa ai banchieri, e parleremo prima di tutto dei dati economici strettamente intesi. In quattro anni le misure di austerità hanno visto un intervento complessivo di 42 miliardi, pari al 18% del Pil[9]. La Troika aveva previsto che il debito pubblico si assestasse su di valore pari al 115% del Pil (nel 2011 era il 94%), ed invece ha raggiunto la quota 129,1% nel 2014, mentre stime (ottimistiche?) lo danno in lieve calo al 128,7% nel 2015[10].
Nel frattempo il PIL è calato in termini reali (-3,2% nel 2012, -1,4% nel 2013, mentre stime sempre ottimistiche [?] lo davano in crescita dell’1,1% nel 2014 e dell’1,5% nel 2015). È bene precisare che le stime (ottimistiche?) sono fornite dal Banco de Portugal, che nelle stesse propina un dato sorprendente: mentre il Pil complessivo cala quello pro capite cresce: una semplice elaborazione ci dice che se i dati fossero veri la popolazione portoghese sarebbe diminuita di un milione e trecentomila persone in quattro anni (circa il 14%). I consumi privati sono calati del 5,9% nel 2012 e dell’1,7% nel 2013, ma le solite stime (ottimistiche?) li danno in crescita nel due anni successivi. Il tasso di disoccupazione è salito dal 12,7% nel 2011 al 16,5% nel 2013, ma potete stare sicuri che nei due anni successivi inizierà a calare. Infine la bilancia commerciale è in
miglioramento e su questo torneremo.
Dati più recenti parlano, in effetti, di un lieve aumento del PIL (0,6% nel secondo trimestre di quest’anno, dopo essere calata dello stesso 0,6% nel primo) che comporterebbe un +0,8% su base annua, contro il +0,9% del 2014[11]. Anche la disoccupazione inizia a calare, rimanendo pur sempre molto al di sopra di quella del 2011 (15,2% nel gennaio 2014[12]). Il problema è che questo flebile riaggiustamento in positivo dei parametri fondamentali è legato alla crescita dell’export (la rivitalizzazione del mercato interno, pure annunciata, è più un auspicio che una realtà di un qualche significato); e su questo vale quanto già detto per l’Italia. Va considerato che il saldo meno negativo della bilancia commerciale è dovuto ad una crescita dell’export, ma anche ad una diminuzione dell’import; questo secondo aspetto testimonia una congiuntura produttiva fiacca ed un mercato interno in difficoltà.
Nel frattempo i dati sociali sono drammatici se nelle scuole i bambini giungono denutriti e senza aver fatto colazione[13]. A tutto ciò occorre aggiungere che gli investimenti sono calati, sia quelli privati anche esteri, sia quelli pubblici. Infine il Portogallo soffre di un gigantesco debito privato, spia di una difficoltà del sistema produttivo a far quadrare i conti ed annuncia una inevitabile contrazione del credito.

Spagna

I dati che ci vengono forniti parlano per la Spagna di una situazione migliore. Un anno fa (15 agosto 2014) veniva asserito che l’economia iberica era cresciuta più di qualsiasi altra economia europea nel secondo trimestre (+0,6% rispetto al trimestre precedente[14]. Le immancabili proiezioni designavano un futuro radioso per il paese guidato dal conservatore Mariano Rajoy, fedele custode dell’ortodossia neoliberista (crescita del Pil per l’intero 2014 all’1,5% e del 2% nel 2015», come ha affermato il ministro dell’Economia, Luis de Guindos).
In realtà la crescita del 2014 si è rivelata quasi in linea con le previsioni (1,4%), ma il dato del 2015 è ancora molto ballerino: la UE stimava un +2,1%, ma nel novembre 2014 rivedeva la previsione all’1,7%[15] a causa del probabile aumento della spesa pubblica; ad agosto 2015 sembra che il treno sia partito ad una velocità inimmaginabile e si prospetta un +3,1%[16], sulla scorta di una crescita crescente negli ultimi otto trimestri. Il ritmo è effettivamente impressionante e trova ragione nella ripresa del mercato interno, frutto del buon andamento dell’export e quindi nel nuovo sangue che circola nel tessuto produttivo spagnolo. Vi concorre anche un afflusso turistico ingente (28,3 miliardi di € nel primo semestre, +7,4% rispetto allo stesso periodo del 2014). Gli analisti, però, concordano sul fatto che la crescita è destinata a rallentare (2,60% nel 2016), perché troppo rapida e non supportata da adeguati investimenti e non sufficientemente dai consumi interni.
Obiettivo degli interventi della Troika è dichiaratamente quello di rimettere in ordine i conti pubblici.
Abbiamo già visto che per il Portogallo questo non è avvenuto. La Spagna non fa eccezione. Il deficit (saldo tra entrate ed uscite dello Stato, che dovrebbe restare entro il 3& del PIL per gli accordi di Maastricht), scivolato dalla zona positiva del 2007 (+2%) in profondo rosso nel 2009 (-11%) è tornato a diminuire, ma permane sul -5%. Il debito complessivo che nel 2012 (anno di intervento delle istituzioni finanziarie internazionali) era poco sopra l’80%, nel 2014 è salito sopra il 97% in due anni. Poca paura, le stesse istituzioni prevedono (?) che nel 2020 il deficit raggiungerà -1,5% ed il debito scenderà (sic) al 96,4%[17]. Un miracolo! L’arcano è presto svelato.
Se uno Stato prende prestiti in cambio di un restringimento della capacità di spesa interna (minori investimenti pubblici e contrazione dei redditi dei cittadini) vede aumentare il carico degli interessi da pagare e nel contempo vede abbassarsi il cespite delle tasse. Banale per tutti, tranne che per i soloni del monetarismo.
Un altro dato interessante da analizzare è quello della disoccupazione. Secondo un grafico fornito dal Il Sole 24 ore18 il numero degli occupati è restato sostanzialmente stabile (leggermente diminuito), e quello dei disoccupati pure; il tasso di disoccupazione salito nel 2013 al 26,94% della popolazione attiva» sarebbe sceso nel primo semestre 2015 al 22,17%, e questo mirabolante effetto si spiegherebbe solo con un forte, quanto
improbabile, calo della popolazione attiva; cioè circa un milione di spagnoli, forse sfiduciati dalle scarse opportunità, non cercherebbe più lavoro. Da sottolineare che il dato definitivo del 2014 è del 24,5%, con una decrescita meno pronunciata delle previsioni.
Tirando le somme, sembra un fuoco congiunturale, privo di solide basi strutturali. I parametri fondamentali restano problematici, anzi sono peggiorati. Il tasso di disoccupazione permane molto alto, il che non fa molto ben sperare sulla reviviscenza del mercato interno. Vi è, insomma, una buona dose di propaganda pro austerità.

Irlanda

Il caso irlandese è quello più anomalo (non è un paese mediterraneo e le origini della crisi sono diverse) e presenta i migliori risultati dopo le cure imposte. La crisi irlandese data dal 2007, in concomitanza con quella statunitense e pone bruscamente fine ad un periodo di un ventennio di crescita che aveva portato il paese da una situazione di depressione e di emigrazione ad essere una delle economie più innovative e dinamiche. La leva per questo boom erano state la forte detassazione per le imprese, in particolare straniere, che ivi avevano fatto base per le agevolazioni fiscali esistenti, ed il forte investimento nell’istruzione. “Le basse percentuali di tassazione hanno prodotto una sorta di “effetto reddito” , evidente se si guarda alla percentuale relativamente elevata di entrate fiscali ricevute da utili societari: il 30%. A paragone l’imposta sul reddito societario rappresenta solo il 13% di tutte le entrate fiscali in Italia rispetto al 6% negli Stati Uniti, o l’8% nel Regno Unito, 7% in Francia, 3% in Germania, e il 9% in media nei paesi OCSE. Tutti questi fattori hanno portato varie società multinazionali ad utilizzare l’Irlanda come piattaforma di esportazione per servire l’Europa e altri mercati (e.g. Google). I giovani irlandesi avevano smesso di cercare lavoro all’estero, riuscendo a trovare collocazioni di impiego in patria, collocazioni molto ben retribuite. Si era aperta una spirale di buoni salari, investimenti nella casa, crescita dell’edilizia con la costruzione 700 milioni di alloggi in 17 anni (+60%)[19], facilità di accesso al credito nella prospettiva di una crescita illimitata, ulteriore crescita del consumo interno. L’occupazione, infatti, era pressoché raddoppiata in circa venti anni.
Ma, come nel caso di oltre Atlantico, si trattava di una bolla speculativa che, al suo esplodere, precipitava il paese in una recessione profonda, col corollario del fallimento della “Anglo Irish Bank”. “Le conseguenze della crisi susseguitesi nei mesi del 2009 sono state aspre: una recessione al -7,5%; un tasso di disoccupazione al 13,8% nel 2009 (12,5% nel marzo 2010); deflazione al 6,5% nello stesso 2009; un aumento del deficit pubblico da 33,6 miliardi di euro a 40,46 miliardi di euro, per fortuna contenuto da un rapporto debito-PIL del 63,7%, dato il già livello basso pre-crisi. In risposta, lo Stato si è impegnato a tagliare la spesa pubblica per una quota da primato, tra il 15% e il 20% entro il 2014”.
Qual è la situazione attuale? Una tabella ci aiuterà a capire la situazione.

previsioni 2013 2014 2015   2016
PIL (% anno su anno) 0,2 4,8 3,6 3,5
inflazione (% anno su anno) 0,5  0,3 0,4 1,5
disoccupazione 13,1 11,3 9,6 9,2
deficit -5,8 -4,1 -2,8 -2,9
debito 123,2 109,7 107,1 103,8

Fonte: http://ec.europa.eu/economy_finance/eu/countries/ireland_en.htm.

Cominciamo col notare che in questo caso il debito è effettivamente calato, ma la spiegazione di questa apparente anomalia sarà oggetto di una riflessione successiva. La disoccupazione cala. Anche se un po’ più lentamente del previsto (9,7% in media tra aprile 2014 e aprile 2015)[20]. Come negli altri casi è stato permesso di sforare il parametro del 3% di deficit, nel quale rientrerà secondo le previsioni quest’anno. Un altro aspetto comune ai paesi sottoposti alle attenzioni della Troika è l’inflazione molto bassa. Ciò che va sottolineato che tuttora sia il PIL complessivo, che quello pro capite non ha ancora raggiunto i valori precedenti alla crisi[21].
Ma non è tutto oro! L’Irlanda ha continuato a riservare alle multinazionali un rifugio per pagare meno tasse sul fatturato. Tanto è vero che è in atto una procedura dell’UE contro la Apple che paga solo il 2% sui propri profitti e nella stessa situazione sono Amazon e Google. La presenza delle multinazionali, che certificano in loco il proprio fatturato falsa largamente il dato della crescita del PIL, senza avere in realtà alcun
impatto sull’economia irlandese[22]. “Il consiglio consultivo sulle finanze (Irish Fiscal Advisory Council) ha recentemente stimato che la metà della forte crescita del PIL del 2014 era di fatto una finzione statistica, mentre la Banca centrale d’Irlanda ha dichiarato che una parte sostanziale della crescita è dovuta alla bassa tassazione di servizi finanziari che non hanno quasi alcun impatto sull’ economia nazionale.” L’unico settore che è in crescita reale è quello farmaceutico, che sorregge le esportazioni, perché la struttura produttiva resta asfittica per la storica vocazione del paese a collocarsi quale paradiso fiscale. L’indebitamento pubblico è calato perché l’Irlanda ha ottenuto, con un trattato particolare e mai ripetuto con alcun altro paese, di versare gli aiuti ottenuti
nel 2010 per comprare il proprio debito, per cui paga a se stessa gli interessi che quindi non gravano sul debito stesso, al contrario di quanto avviene per gli altri stati in difficoltà. Quando nel 2010 è intervenuta la Troika il programma di austerità era già stato avviato autonomamente dal governo irlandese da due anni ed aveva provocato la caduta del PIL del 16,1%, per cui le tre istituzioni hanno approvato il piano in atto e lo hanno finanziato.
La considerazione più interessante è quella relativa alla decrescita della disoccupazione. Questa è un vero e proprio effetto ottico. Per ogni posto creato due irlandesi, soprattutto giovani, sono emigrati, per cui non è l’occupazione che è cresciuta, ma è la popolazione attiva che è diminuita. Infine i dati sociali, quelli che
più misurano gli effetti devastanti dell’austerità: IL 30% della popolazione è sotto la soglia di povertà, il 40% dei bambini ha provato condizioni di deprivazione materiale ed il 10% degli irlandesi sono emigrati; l’Irlanda è tornata ad essere terra di emigrazione.

Conclusioni

Questo breve panorama demistifica il castello costruito dalla finanza internazionale per accreditare l’idea che l’unica via d’uscita dalla crisi sia il ricorso alle misure draconiane di austerità, senza riguardo per i costi sociali che essa comporta. Ad essi va però aggiunto che la ricetta non solo non funziona, ma addirittura aggrava il male che dice di voler curare. I debiti sovrani crescono (il redde rationem di quello irlandese è solo
rinviato di quaranta anni), e gli interessi salati che essi comportano vanno ad ingrassare i finanzieri, con un circolo vizioso di aiuti che rientrano in gran parte nelle tasche di chi li ha erogati, lasciando i paesi più indebitati di prima. Tsipras ha perso l’occasione per interrompere questa spirale deleteria e per fare da detonatore ad analoghi movimenti in altri paesi. La battaglia è per ora persa, ma la guerra è lunga.»

[7] Il Sole 24 ore, a. 151, n° 215, 6 agosto 2015, p.9. Particolarmente significative le flessioni dell’abbigliamento e della metallurgia.                                                                 [8] Il Sole 24 ore, a. 151, n° 218, 9 agosto 2015, p.4.
[9] http://it.euronews.com/2014/05/17/portogallo-fuori-dal-pacchetto-di-aiuti-ma-la-strada-e-tutta-in-salita/
[10] http://www.esteri.it/mae/pdf_paesi/europa/portogallo.pdf,.
[11] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-08-15/il-miracolo-spagna-e-portogallo-063638.shtml?uuid=ABIbaUkB-
[12] http://www.ilpost.it/2014/03/31/portogallo-crisi-economia/                                            [13] http://it.euronews.com/2013/07/12/portogallo-una-profonda-crisi-sociale-dopo-due-anni-di-austerita/.
[14] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-08-15/il-miracolo-spagna-e-portogallo-063638.shtml?uuid=ABIbaUkB.
[15] http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Economia/Spagna-taglia-stima-Pil-2015/04-11-2014/1-A_015084459.shtml.
[16] Il Sole 24 ore, a. 151, n° 209, 31 luglio 2015, p.15.
[17] Il Sole 24 ore, a. 151, n° 211, 2 agosto 2015, p.8.
[18] Il Sole 24 ore, a. 151, n° 209, 31 luglio 2015, p.15.                                                  [19] http://economistiinvisibili.investireoggi.it/la-crisi-irlandese-origine-e-sviluppi-22670516.html.
[20] http://www.eunews.it/2015/06/03/disoccupazione-lieve-calo-nelleurozona-ad-aprile-130-mila-senza-lavoro-meno/36476.
[21] http://www.datosmacro.com/pib/irlanda.                                                                       [22] http://effimera.org/il-lato-oscuro-della-ripresa-celtica-di-michael-taft/ Prendo da qui molte delle notizie e valutazioni che seguono. Ivi è anche riportata la presa di posizione di 100 accademici irlandesi che affermano che l’Irlanda non è un modello da seguire per uscire dalla crisi.

Saverio Craparo