UN PARTITO DI TIPO “NUOVO”

La fondazione il 21 gennaio 1921 a Livorno del Partito Comunista d’Italia, sezione italiana dell’Internazionale comunista, produsse profondi mutamenti nella composizione della sinistra riformista e rivoluzionaria italiana. Ne mutò la composizione, le strategie, le alleanze, gli obiettivi e la cultura politica, seguendo un percorso di radicale perversione delle tendenze rivoluzionarie del proletariato in Italia e delle sue avanguardie, sfruttando abilmente il bisogno di giustizia sociale, di emancipazione dallo sfruttamento, di libertà del proletariato.
L’adesione al nuovo partito era apparsa necessaria e doverosa a molti proletari di fronte al tradimento della socialdemocrazia messo in atto durante l’occupazione delle fabbriche, trasformata in vertenza economica.
A costoro il P. C. d’I offriva un legame con la III Internazionale, che si presentava come rivoluzionaria, poiché era espressione della Rivoluzione Russa che sosteneva le speranze dei proletari di tutto il mondo, in una fase di lotta caratterizzata da di crescenti speranze rivoluzionarie ma anche dal manifestarsi della reazione capitalistica.
Se non che, ben presto le speranze dovettero essere ridimensionate e non tanto per le critiche e le denunce degli anarchici verso le degenerazioni della Rivoluzione Russa (vedi L. Fabbri, Dittatura e rivoluzione, Fuoco Edizioni, 2014), che metteva in evidenza tra l’altro la degenerazione del progetto rivoluzionario e la repressione contro le componenti di sinistra del movimento rivoluzionario, quanto per il fatto che la nuova Internazionale alla quale il P. C. d’I aderisce fa ben presto sentire il suo peso nella politica del Partito, confermandone le posizioni di rottura dell’unità d’azione con le forze rivoluzionarie. Netto è infatti il rifiuto del P. C. d’I di condividere la politica del Fronte Unico Rivoluzionario, proposta dagli anarchici, dai sindacalisti rivoluzionari
e dagli anarco sindacalisti dell’USI, nonché da molti sindacati unitari di categoria autonomi dalle Confederazioni, come quelli dei ferrovieri e dei lavoratori del mare, schierati anch’essi su posizioni rivoluzionarie.
Emblematica e carica di nefaste conseguenze è la mancata adesione del P. C. d’I, in quanto partito, al movimento degli Arditi del Popolo che affrontarono il fascismo nelle piazze per combattere lo smantellamento sistematico delle strutture del movimento operaio e contadino, anche se alcuni militanti scendono ugualmente in lotta e non si sottraggono allo scontro.
Il condizionamento degli iscritti da parte della II internazionale divenne più incisivo e palese appena i militanti in fuga dall’Italia per sfuggire alle persecuzioni fasciste, rifugiatisi in Russia, dovettero fare affidamento sulle autorità russe per la loro salvezza. La selezione operata sulle loro posizioni politiche, condusse molti rivoluzionari nelle carceri della Russia sovietica e in Siberia e ne determinò la definitiva scomparsa fisica. Nella visione bolscevica della rivoluzione non c’era posto, non solo per i comunisti
anarchici, ma anche per i comunisti di sinistra che militavano sia all’interno che all’esterno del Partito Bolscevico Russo. L’ufficio della sezione italiana della III Internazionale, con alla testa Palmiro Togliatti, operò come organo di polizia politica per eliminare ogni dissenso, denunciando alle autorità bolsceviche compagne e
compagni su posizioni rivoluzionarie, critici verso il Partito.
Messo al bando dal fascismo il Partito assiste all’arresto di Antonio Gramsci nel 1926, che ne fu il segretario dal 1924 al 1927. Rinchiuso nel carcere di Turi vi rimarrà fino al 1934 quando, in seguito al grave deterioramento delle sue condizioni di salute, verrà rimesso in libertà condizionata e, ricoverato in clinica, morirà nel il 27 aprile 1937. In questi anni il Partito, pur avendo politicamente “scaricato” Gramsci, continuerà
ad alimentarne la figura di grande intellettuale. In realtà Gramsci elaborò un’interpretazione originale del marxismo, analizzando la struttura culturale e politica della società. Il nucleo centrale della sua elaborazione è costituito dal concetto di egemonia, “secondo il quale le classi dominanti impongono i propri valori politici,
intellettuali e morali a tutta la società, con l’obiettivo di saldare e gestire il potere intorno a un senso comune condiviso da tutte le classi sociali, comprese quelle subalterne”. In compito del Partito è ribaltare questo rapporto e esercitare l’egemonia. Questa visione venne condivisa dai vertici del Partito e assimilata da molti intellettuali avvicinatisi ad esso.. ma la sua condivisione fu lenta e graduale, mentre il corpo della struttura
organizzativa del Partito restava su posizioni staliniste ortodosse.
Gli anni che vanno dal 1925 all’entrata in guerra dell’URSS contro la Germania nazista sono segnati dalla costruzione del Partito, plasmato da Palmiro Togliatti, fedelissimo di Stalin, mandante di molte sparizioni e soppressioni di rivoluzionari o comunque connivente con la polizia politica stalinista. Il ruolo del P. C. d’I verso i rivoluzionari divenne chiaro in Spagna dove Luigi Longo guidò la soppressione dei compagni anarchici e ispirò l’assassinio di Camillo Berneri e di Francesco Barbieri, utilizzando sicari messi a sua disposizione dalla III internazionale. Del resto negli anni precedenti alla Guerra Civile spagnola Togliatti nelle sue lezioni a radio Mosca sui movimenti Politici nemici del Partito, aveva dedicato ampio spazio all’anarchismo per sradicarne la
sua presenza tra le fila del proletariato.
A suo merito si attribuisce una compiuta analisi del fascismo che è invece parziale, lacunosa e incompleta.. Basterebbe leggere gli scritti antecedenti di Luigi Fabbri in La Controrivoluzione preventiva, Zero in condotta, Milano, 2009 oppure Daniel, Guerin, Fascismo e gran capitale, Massari Editore Milano, 1994, o ancora Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia. Einaudi, Torino, 1972 di anch’egli comunista iscritto al
PCI.
La firma del patto Ribbentrop-Molotov e la momentanea alleanza tra Stalin ed Hitler, che portò alla consegna degli elenchi dei comunisti francesi alle SS e alla loro persecuzione, non fu sufficiente a screditare agli occhi del proletariato l’operato dei partiti comunisti filosovietici, e tra questi di quello italiano.

La Resistenza e la nascita del PCI

L’entrata in guerra della Russia, al fianco degli alleati occidentali e contro la Germania nazista nella II Guerra Mondiale, indusse il Partito che aveva assunto il nome di Patito Comunista Italiano ad agire su due fronti. Inserirsi con i propri militanti nella guerra partigiana, contribuendo a dar vita ai Comitati di Liberazione Nazionale e al tempo stesso entrare nel governo provvisorio, costituitosi nel sud Italia dopo l’8 settembre 1943.
Nei successivi anni di guerra, mentre i militanti comunisti si battono sulle montagne e in città, militando nelle formazioni partigiane e nei Gruppi di Azione Patriottica, il vertice del Partito realizza una politica finalizzata prevalentemente a potenziare la sua organizzazione, inglobando gruppi e militanti formatisi nella clandestinità e
epurandoli progressivamente degli elementi rivoluzionari e degli ex bordighisti, dai troskisti, dai consiliaristi, in modo da costruire un Partito nuovo, plasmato su posizioni togliattiane che prevedevano l’abbandono di ogni progetto rivoluzionario e la costituzione di una “democrazia progressiva”, cioè di uno Stato democratico
borghese avanzato, basato sul riconoscimento non solo delle libertà e dei diritti politici, ma anche dei diritti sociali, della proprietà pubblica e cooperativa, accanto alla proprietà privata, e della programmazione economica, perchè fosse compatibile con una permanenza dell’Italia nell’area occidentale.
Intanto la toglettizzazione del Partito si estende mano a mano che l’Italia viene liberata dalla presenza nazista Resterà significativamente famosa l’opera di “pulizia” fatta dal neo militante comunista, nominato segretario del Partito a Napoli, ma già membro del Gruppo Universitario Fascista, Giorgio Napolitano, più tardi definito da Kissinger “il mio comunista preferito “ (sic!). I vecchi militanti bordighisti vengono espulsi e l’ordine viene restaurato, come a Torino dove la maggiore organizzazione comunista su posizioni eterodosse, “Stella Rossa” viene smantella e così ovunque.
Dove l’epurazione interna non basta si procede con gli omicidi mirati, utilizzando i fascisti come a Pistoia, facendo uccidere Silvano Fedi in un’imboscata e concedendo in cambio un salvacondotto a Licio Gelli (Vedi:La Stage di Stato, di Eduardo M. Di Giovanni, M, Ligini, Sapere, Roma, 2006). Del resto la politica degli omicidi selettivi, anche ad opera degli alleati, elimina i rivoluzionari più attivi presenti tra i partigiani. È il caso di Enilio Canzi a Piacenza.
Il capolavoro della politica togliattiana si realizza tuttavia nella Costituente con il voto di approvazione dell’art. 7 che è finalizzato a costituzionalizzare i Patti Lateranensi e a sanzionare l’accordo con le forze cattoliche. Nella vesti di ministro della Giustizia del II Governo De Gasperi Togliatti fa approvare l’amnistia per i fascisti. Estromesso dal Governo accetterà di monopolizzare una opposizione istituzionale che rispetterà il
gioco delle parti fino al 1977.

Gli anni della ricostruzione

Il PCI, emarginato dal gioco politico e tenuto lontano dal potere in conseguenza della spartizione del mondo in aree di influenza, inizia quella che verrà vista come una lenta marcia verso il potere, costruendo la teorizzata egemonia sulla società e vantando una sorta di superiore autorità morale e culturale sugli oppositori: partecipa come comprimario allo sviluppo economico del paese ma, a stimolare la crescita sociale e dei diritti non è il PCI, ma sono i resti della cultura liberal socialista e cioè del Partito d’Azione, formalmente sciolto, di frange di sinistra del Partito socialista e neo liberali del partito Radicale. Nascono così fuori dal PCI le battaglie per i diritti civili, per la laicità contro l’articolo e il predominio clericale e poi contro l’indissolubilità del matrimonio e per il divorzio e poi la tutela della maternità e l’aborto gratuito e nelle strutture pubbliche. A partecipare a questa battaglie più che il Partito in quanto tale, sono le militanti e i militanti, gruppi di giornalisti e intellettuali che gravitano intorno a giornali come ad esempio,“Noi donne”. Il Partito si immerge invece nel gioco parlamentare, dal quale lo tira fuori brutalmente il movimento operaio e studentesco del 1968-69.
Il Partito scende in campo per contenere le lotte e ricorre ad un suo intellettuale organico, sedicente iconoclasta. per esaltare i poliziotti figli del popolo contro gli studenti figli della borghesia (Pasolini).. Da allora comincia ad aprirsi una frattura tra il Partito e operai e studenti che riscoprono a causa delle diseguaglianze sociali, il progetto rivoluzionario, esaltano parole d’ordine come azione diretta, autogestione, coscienza di classe, autonomia culturale e politica, tipicamente libertarie che gli intellettuali organici al Partito avevano fatto di tutto per cancellare dalla memoria collettiva. Di fronte a quest’attacco il conformismo culturale e politico del
Partito vacilla e non trova di meglio che avvicinarsi ai compari democristiani, espressione del loro tanto agognato alleato storico: il Partito politico dei cattolici e la Chiesa, la Democrazia Cristiana.

Il Compromesso Storico

Il compromesso storico venne proposto da Enrico Berlinguer, Segretario pro tempore del Partito, con un saggio (“Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile“), pubblicato in tre articoli sulla rivista “Rinascita” tra il settembre e l’ottobre 1973. Strumentalmente commentando il Golpe cileno dell’11 settembre dello stesso anno il Segretario dichiara di voler evitare che la Democrazia Cristiana, di fronte alla crisi del paese e allo scontro
con il movimento dei lavoratori, sostenga una svolta a destra nel paese, cedendo alla strategia della tensione adottata dalle forze reazionarie e fasciste e stimolata dagli USA e si propone come alleato del partito al Governo. Il PCI poteva garantire della propria indipendenza dall’Unione Sovietica e superare quindi i vedi posti dagli Stati Uniti al suo ingresso nell’area di governo. Si parlò allora di eurocomunismo che trovò una sponda
nell’area di sinistra della DC che aveva come riferimento l’allora presidente del Partito Aldo Moro. Il PCI non entrò al governo ma decise di appoggiarlo dall’esterno
L’omicidio di Aldo Moro nel 1978 pose fine ben presto a questo tentativo, quando già nel 1977 con il varo della politica dell’EUR ,il movimento sindacale, sotto la spinta del PCI, aveva venduto la conflittualità dei lavoratori e la loro ricerca di emancipazione al padronato. Per tutta risposta la maggioranza della DC votò un documento che escludeva alleanze col PCI ( i cosiddetto «preambolo» al documento finale del Congresso DC). A quel punto Berlinguer annunciò di abbandonare la linea del compromesso storico per abbracciare quella dell’«alternativa democratica», proponendo governi di solidarietà nazionale che escludessero la DC.
Gli anni che vanno dall’80 al 1984 vennero caratterizzati dal tentativo del PCI di prendere le distanze dalla politica dell’ URSS e dalla crescita del Partito Socialista guidato da Craxi, postosi in posizione antagonista al PCI nell’offrire al capitale lo scalpo dei lavoratori. Tra i tanti ne fu un segnale esplicito l’abolizione della contingenza. Dopo la morte improvvisa di Berlinguer, con la nomina di Alessandro Natta a segretario iniziò di fatto la liquidazione del Partito, culminata nel Congresso della Bolognina.

L’eredità

Nel corso della sua storia questo partito, nato rompendo l’unità del fronte di lotta proletario, non attraverso la scissione, ma rifiutando l’alleanza rivoluzionaria nel Fronte Unico , ha condotto sia le avanguardie rivoluzionarie sia i suoi militanti e gli strati popolari che ad esso facevano riferimento, verso l’integrazione nello Stato liberale capitalista, portandoli ad accettare il sistema di dominio del capitale in un quadro di
subalternità. La sua tanto sbandierata diversità, l’elaborazione culturale di valori, frutto del generoso apporto di tanti militanti, uomini e donne, che tanti sacrifici è costata, è stata messa all’incanto e dissolta per opera di quadri dirigenti consapevoli delle conseguenze delle decisioni adottate, ma strutturalmente deboli rispetto ai
valori propugnati. In altre parole mentre il corpo del Partito ha generosamente contribuito al miglioramento delle condizioni di vita proletarie i suoi quadri dirigenti hanno dissolutamente sperperato il frutto di tante lotte contribuendo al rafforzamento del dominio del capitale sul lavoro.
La storia saprà condannarli e fare giustizia.

Gianni Cimbalo