Fuori dalle palle

Il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea ma si appresta a diventare disunito: la Scozia ha già avvisato la U. E. di tenere le luci accese perché si appresta a tornare e questa non sarebbe una decisione priva di effetti non solo dal punto di vista politico ma anche per il fatto che controlla il petrolio del mare del Nord. L’Irlanda del Nord sembra da tempo voler imboccare la stessa strada, verso la quale la spingono prevalenti interessi economici e commerciali e il bisogno di non riaprire la ferita della guerra civile. Intanto la Gran Bretagna si chiude, al punto da non aderire più all’Erasmus+ e di fatto seleziona sul censo gli studenti inglesi che non andranno a studiare all’estero nelle Università europee.
Questa scelta isolazionista dall’Europa, che apparentemente sembra voler aprire al mondo il sistema di formazione britannica, attraverso l’instaurazione di rapporti caratterizzati dal cosmopolitismo, chiude il paese all’apporto di massa di altre culture, soprattutto europee, e lo trasforma in un ghetto, ma questo non solo per effetto della riduzione degli studenti provenienti dall’Europa. In effetti gli studenti in ingresso in Gran Bretagna, grazie al programma Erasmus+ costituivano il 6% del totale, mentre gli studenti europei non coperti dal programma erano il 27%, del totale (principalmente tedeschi, francesi e italiani); vi era poi il 28% di iscritti al primo anno di Università di studenti soprattutto cinesi. Dunque chi decideva di studiare nel Regno Unito, anche tra gli studenti europei, lo faceva spesso per l’intero percorso di studi, senza utilizzare Erasmus+, che ricopriva un ruolo marginale nell’attrarre studenti internazionali
verso le Università inglesi ma continuerà a farlo anche se si avrà bisogno del passaporto, del visto rinnovato semestralmente Per accedervi. Quindi i riflessi della chiusura verso l’Europa hanno un significato più politico che pratico.
Tuttavia bisogna riflettere se stante i nuovi rapporti economici e politici servirà sul mercato della formazione andare a studiare in un paese che che diverrà economicamente e politicamente la piccola Bretagna.
Invece gli studenti inglesi che trascorrevano periodi di mobilità all’estero erano il 50% di quelli che studiavano all’estero e lo facevano attraverso il programma Erasmus+. Erano dunque gli studenti inglesi più svantaggiati che traevano i benefici maggiori dal programma, quindi sarebbe convenuto al Regno Unito rimanere. Se si guardano i dati
infatti questi ci dicono che grazie ad Erasmus+ sono stati ospitati in Inghilterra 31.410 studenti UE nella Call 2017 (tra giugno 2017 e maggio 2019), di cui 18.396 per studio e 13.014, per tirocinio mentre dal Regno Unito sono partiti in 16.869, di cui 9.540 per studio e 7.329 per tirocinio. Ne viene che impoverendosi le possibilità di formazione all’estero degli inglesi ne risentirà il tasso di formazione internazionale della loro forza lavoro.
Da ora in poi chi vuole frequentare Oxford e Cambridge o una delle tante altre Università britanniche. dove le presenze dall’estero sono per ora una presenza consolidata, potrà continuare a farlo, ma dall’anno prossimo pagherà una retta piena, che a seconda degli Atenei può arrivare fino all’equivalente in sterline di oltre 30.000 euro per anno accademico. È bene ricordare inoltre che la presenza degli studenti inglesi nelle università europee era anche motivata dagli alti costi di quelle britanniche.

La fine del Regno Unito

L’annunciata secessione della Scozia e la tendenza sempre più forte dell’Irlanda del Nord di unirsi alla Repubblica di Irlanda o di federarsi con questo paese come Stato indipendente e rientrare così in Europa, ridurrebbero il Regno alla sola Inghilterra e Galles, due staterelli oltremare, legati economicamente alle colonie del Nord America o se, si preferisce, un’isola dell’”arcipelago diffuso”, che costituisce oggi quello che fu l’Impero britannico. Questo contesto finisce per essere culturalmente, ma soprattutto economicamente povero e poco interessante. La validità della formazione erogata costituisce infatti una funzione delle performance economiche nelle quali il sistema formativo opera. Va detto inoltre che per la sua struttura il sistema formativo inglese dipende molto dal sistema economico nel quale è inserito perché da esso riceve sostanziosi finanziamenti, potendo beneficiare a sua volta degli effetti positivi sul sistema economico.
Può questa rete di relazioni diffuse nella quale si collocherebbe un”Inghilterra comunque ridimensionata costituire un’entità economica e culturale capace di prosperità e, per quanto riguarda l’aspetto del problema che stiamo analizzando, n punto di riferimento credibile per la formazione e la cultura? Basterà che a partire da quest’anno il Governo inglese negozi ex novo la partecipazione al Programma Erasmus+ con le istituzioni dell’Unione Europea, oppure gli studenti e gli altri partecipanti del Regno Unito potranno, come avviene per il Liechtenstein, la Norvegia, l’Islanda, la Turchia, la Macedonia del Nord e la Serbia proseguire a praticare la mobilità del programma Erasmus+ ? Ci sarà un nuovo programma autarchico, come annunciato da Boris Johnson, con particolare attenzione agli atenei americani e
asiatici, intitolato al matematico inglese Alan Turing ?
Quel che è certo è che le prime ripercussioni si avranno sull’uso della lingua: l’uso generalizzato dell’inglese dovrà cedere progressivamente il posto all’uso crescente dello spagnolo, se non altro che per ragioni demografiche, e al cinese, soprattutto usato nell’area del sud est asiatico o almeno convivere con un uso sempre più diffuso di queste lingue Si tratta di uno degli aspetti della crisi dell’occidente, ma il fenomeno appare irreversibile e avrà senz’altro delle conseguenze non marginale nella produzione letteraria e nella diffusione della cultura.. Inoltre un paese deprivato del
ruolo centrale nella finanza mondiale, di dimensioni ridotte, difficilmente potrà reggere il confronto rispetto a un’area anglofona diffusa il cui centro diverrà inevitabilmente il Nord America, e in misura minore l’area australiana.
Conviene ai paesi europei cominciare a pensare a una loro maggiore integrazione culturale, facendo a meno dei centri culturali di formazione britannici che, anche a causa del sistema di formazione fortemente legato al mercato privato, è destinato a impoverirsi e avrà sempre meno risorse da investire in istruzione e ricerca.

La fase di transizione

Nella fase di transizione l’accordo di recesso dall’U. E., entrato in vigore il 1º febbraio 2020 , ha efficacia giuridica ai sensi del diritto internazionale. L’Unione rispetterà pienamente i propri obblighi in relazione all’accordo. in particolare in relazione all’articolo 138 dell’accordo di recesso, che prevede, per quanto riguarda i programmi e le attività dell’Unione impegnati nell’ambito del QFP 2014-2020 o delle precedenti prospettive finanziarie, che la legislazione applicabile al Regno Unito sarà quella dell’Unione, anche dopo il 31 dicembre 2020 e fino alla chiusura di tali programmi
e attività dell’Unione. Sulla base di questo articolo e di altre disposizioni dell’accordo di recesso, ciò significa che i soggetti giuridici con sede nel Regno Unito, continueranno ad essere pienamente ammissibili a partecipare e a ricevere finanziamenti nell’ambito degli attuali programmi dell’UE. E .2014-2020, compresi gli Erasmus+ e il Corpo europeo di solidarietà, come se il Regno Unito fosse uno Stato membro, fino al completamento dei programmi. Una decisione sin troppo generosa!
Per quanto riguarda l’ingresso di lavoratori provenienti dall’Unione, per decisione britannica vengono introdotte liste di priorità di ingresso legate al possesso di un contratto di lavoro già garantito, con un salario minimo annuo lordo di 25.600 sterline. Il requisito è inserito in una cornice di filtro degli ingressi in Inghilterra, basato su un punteggio, che comprende anche la valutazione del livello delle qualifiche e specializzazioni possedute e della padronanza della lingua inglese.
Guardando al futuro di Erasmus+, sono molte le novità positive in discussione per i prossimi sette anni: per gli studenti europei La Commissione, vuole raddoppiare i fondi destinati ai paesi che vi partecipano, mentre il Parlamento ha proposto il triplo del budget. Ne sapremo di più quando si concluderà la consultazione tra Commissione, Parlamento e Consiglio Europeo (nel quale sono rappresentati i Governi dei diversi paesi), che definirà il nuovo bilancio e contestualmente il nuovo corso di un Programma che in oltre 30 anni ha cambiato la vita di oltre 10 milioni di giovani Per alcune misure nel settore dell’Università, ci sono poi molte opportunità di cooperazione e mobilità anche verso Stati di altri continenti.
Sarà inevitabile che l’Unione rifletta sui futuri rapporti con il Regno Unito, che da parte sua dichiara di rimane aperto alla partecipazione ai programmi futuri. Degli inglesi l’Europa ha imparato a non fidarsi . Perciò la scommessa è quella di far capire ai giovani europei che ci sono occasioni più valide per formarsi culturalmente e scientificamente e la battaglia può essere vista inserendo Università e ricerca nei settori da potenziare e nei quali investire in ogni paese dell’Unione e soprattutto intervenire sul mercato del lavoro per garantire la circolazione di manodopera tra i diversi paesi
e la possibilità di fare esperienze e maturare un’apertura culturale che agevoli la formazione dell’unità politica e culturale, oltre che economica, dei paesi dell’Unione.
Sarà così finalmente possibile rompere il monopolio anglosassone nell’ambito della ricerca scientifica e più in generale della formazione culturale. Del resto è lo sviluppo delle forze produttive e del mercato che aiuta ad andare in questa direzione promuovendo l’ingresso sul mercato scientifico e culturale mondiale di più centri di produzione come un riflesso di economie e di culture fin’ora soffocate dall’imperialismo anglofono che non ha avuto riflessi solo in campo economico ma si potrebbe dire soprattutto culturale.
Proprio per questo motivo l’Europa se vuole volgere un ruolo culturale di primaria importanza al pari di alte dovrà lavorare per costruire un’identità comune facendo tesoro delle sue tante e ricche culture e saper rielaborare questi valori in una direzione che pur tenendo conto delle tante specificità e rispettando le minoranze assuma tratti comuni identificabili.
Per giungere a questo risultato è indispensabile un sistema formativo forte e solido non inquinato da nazionalismi, che continui a coltivare la diversità linguistica come una ricchezza e che non si appiattisca sull’uso di una lingua veicolare ma che proprio per questa creatività diffusa sia capace di trasmettere l’idea di una società veramente cosmopolita e aperta al mondo.

G. L