ASSALTO ALLA DILIGENZA

Dicono che il Governo rischia di cadere. Il bottino costituito dai Next Generation Fond EU che permette alla Commissione di contrarre prestiti sui mercati dei capitali per conto dell’Unione per 750 miliardi di euro fino alla fine del 2026 e di utilizzare i fondi presi in prestito sui mercati dei capitali per affrontare le conseguenze della crisi COVID-19 fa gola a tutti. Per ricostruire l’Europa dopo la pandemia di COVID-19 verrà stanziato un totale di 800 miliardi di euro che ognuno vorrebbe gestire per trarne lauti profitti.
L’obiettivo dichiarato è costruire un’Europa più ecologica, digitale e resiliente, ricostruire i sistemi sanitari deficitarii, devastati dalla pandemia.
L’accordo dovrebbe andare a rafforzare programmi specifici nel quadro del bilancio nazionale a lungo termine per il periodo 2021-2027, per un totale di 15 miliardi di euro di finanziamenti.

Utilizzazione delle risorse e obiettivi del programma

Si ipotizza che oltre il 50% dell’importo sosterrà la modernizzazione, tramite investimenti su la ricerca e l’innovazione, nell’ambito del programma Orizzonte Europa, accompagnerà la transizione climatica e digitale attraverso il Fondo per una giusta transizione energetica e il programma Europa digitale; stimolerà la preparazione, la ripresa e la resilienza, attraverso il dispositivo per la ripresa e la resilienza EU e finanzierà un nuovo programma per la salute, EU4H ealth. Il pacchetto finanzierà anche le politiche tradizionali, come quelle di coesione e quella agricola comune, per garantire la stabilità e la modernizzazione, la lotta ai cambiamenti climatici, a cui verrà riservato il 30% dei fondi europei – la più alta percentuale di sempre riservata all’ecologia per il bilancio dell’UE, la protezione della biodiversità, la parità di genere.
Il capitale finanziari europeo e gli imprenditori stanno utilizzato l’emergenza covid per accelerare processi già in atto relative alla conversione dell’economia verso nuove forme e un diverso modo di produzione e di estrazione dei profitti. Già prima della crisi la struttura dell’economia europea presentava profonde criticità relativamente alla movimentazione delle merci e ai corridoi di comunicazione tra le diverse aree, al
decentramento produttivo che aveva bruciato e consumato i territori via via utilizzati, al consumo delle risorse naturali dell’intero pianeta, a un’agricoltura drogata da pesticidi e prodotti OGM, da un eccessivo consumo di risorse idriche, accelerando la crisi climatica ed ecologica. La persistenza di un modello di sviluppo caratterizzato da un consumo energetico incentrato ancora sul fossile (sul carbone e sul petrolio) mostrava la
corda e bisognava perciò predisporre una nuova strutturazione dell’economia basata sulle rinnovabili, caratterizzata dal governo della globalizzazione, dalla rivalutazione della produzione locale, da un uso razionale e oculato del territorio, ridefinendo nel nuovo assetto i settori produttivi sui quali conservare un diretto controllo. A ciò doveva accompagnarsi una rinnovata gestione della forza lavoro capace di limitare i conflitti,
realizzando attraverso lo sviluppo delle reti informatiche l’azzeramento del volume del magazzino e delle scorte attraverso la gestione dei flussi, dei costi fissi o almeno di parte di essi grazie al telelavoro (eliminazione o forte ridimensionamento di uffici e impianti).
Per raggiungere questo scopo occorreva necessariamente sviluppare le reti telematiche e l’informatizzazione, riconvertire la produzione di energia a quelle rinnovabili, creare un’organizzazione disseminata della forza lavoro per ridurre al minimo le possibilità di aggregazioni, in coincidenza delle unità produttive. Aveva perciò progettato la realizzazione graduale di quella che altre volte abbiamo definito come “economia neucurtense”, altrimenti definita economia green che reimposta il catalogo delle produzioni strategiche da mantenere sul territorio in modo da garantire la possibilità di surrogare la produzione quando questa si interrompe nelle aree decentrate e di abbattere la dipendenza dalla logistica e dalla mobilità delle merci: si eviterebbero in tal modo i danni derivanti da improvvisa chiusura di alcuni mercati derivata da conflitti sia bellici che di lavoro Per spiegare il meccanismo non possiamo fare di meglio che utilizzare la descrizione del modello Prato.[1]

Il Governo e la gestione del “pacchetto”

Il progetto di ristrutturazione complessiva dell’economia che si vuole attuare richiede necessariamente un forte governo dell’economia e della finanza e chiama la politica a misurarsi con l’individuazione di una metodologia di gestione del processo riformatore. Di fronte a questa scadenza l’attuale premier rivendica a se il ruolo di gestore complessivo del progetto e propone di farlo utilizzando una troica di ministri che lo affianca e utilizzando un numero di manager di sua nomina, chiamati a gestire le diverse aree di progetto, utilizzando collaboratori di loro fiducia. In tal modo la burocrazia ministeriale – che d’altra parte non ha dato buona prova nella gestione dei progetti europei – verrebbe in larga parte surrogata e esautorata delle sue funzioni. La
proposta intende inoltre aggirare in tal modo i lacci e lacciuoli procedurali che la burocrazia ministeriale regionale e comunale ha costruito grazie a una legislazione fatta di un pullulare di regole e norme che dovrebbero assicurare trasparenza e ostacolare l’infiltrazione criminale negli appalti ma che in realtà si risolve in un sostanziale immobilismo delle capacità eseguire e di realizzazione delle opere senza peraltro riuscire a evitare l’infiltrazione criminale.
A fronte di questa proposta il particolare gli esponenti di uno dei partiti di coalizione dell’attuale Governo, quello di “Italia morta” che è guidato dal bullo di Rignano con grandi capacità predatorie e tentazioni affaristiche e speculative denuncia l’esautoramento della burocrazia e della stessa struttura ministeriale gridando al colpo di Stato e all’esautoramento dell’amministrazione pubblica e del Parlamento alla violazione della Costituzione: Sul piano teorico e formale l’accusa è fondata ma viene da chiedersi con quale fine viene formulata. C’è forse dietro una proposta che prospetta una soluzione ai problemi reali e ciò alla capacità del paese di utilizzare in modo equo controllabile ed efficiente le risorse messe a disposizione che, non dimentichiamolo, sono a prestito?

Salire sul carro

Per capire la portata e il fine che i critici del Presidente del Consiglio perseguono occorre partire dalle conseguenze del ritiro del sostegno di “Itali morta” alla maggioranza. Il governo verrebbe sfiduciato e il paese di fronte all’impossibilità di farne un altro. Ipotesi improbabile perché verrebbe meno l’appoggio di altre componenti dell’alleanza e dunque si dovrebbe andare alle elezioni. Ma non si può.
E questo non solo perché è difficile (se non impossibile) costruire un’alta alleanza di Governo ma perché il paese è privo di una legge elettorale indispensabile per eleggere l’eventuale nuovo parlamento i cui numeri sono stati recentemente modificati confermati mediante referendum, restringendo la rappresentanza delle minoranze, nascondendo l’operazione dietro una demagogica campagna contro i costi della politica.
È dunque possibile che “Italia morta” stia solamente mercanteggiando per alzare la posta e accaparrarsi la sua fetta nella gestione del malloppo. Il tutto a danno degli interessi del paese perché e senza che venga formulata qualche critica o qualche proposta nel merito tanto più perché i progetti predisposti non sono noti. Si sa tuttavia abbastanza che i fondi destinati alla sanità sono 9 miliardi, una cifra miserrima di fronte alla necessità di ridisegnare il servizio sanitario nazionale.

Le necessità del paese

Quello che possiamo dire che prioritario per il paese è la rifondazione del servizio sanitario, la cura del territorio, il risanamento delle periferie e una nuova visione dell’abitare, curare e custodire il territorio, il rilancio dell’occupazione soprattutto giovanile e femminile, il risanamento delle produzioni malsane (ILVA, in particolare, Un’agricoltura sostenibile, lo sviluppo delle comunicazioni (assi trasversali e sud del paese), il rilancio di un’edilizia popolare vivibile e umana, relazioni rappresentative e sindacali dei lavoratori, tutela dei dirittisoprattutto delle minoranze, e non da ultimo una politica migratoria commisurata alla crisi demografica

La Redazione

1] Prato è una cittadina toscana che costituisce di fatto una fabbrica tessile distribuita sul territorio e costituita da qualche migliaio di capannoni nei quali lavorano il tessile gli emigrati cinesi. Ma solo alcuni detengono la produzione di tessuti e insieme qualche azienda che provvede alla manifattura. Basta controllare il flusso della materia prima e utilizzare la capacità manifatturiera controllata per condizionare la produzione complessiva e il prezzo perché in caso di fermata dei produttori diffusi sul territorio la produzione nel distretto continuerebbe comunque ad essere garantita per piegare la resistenza dei produttori disseminati sul territorio.