VELTRONI VINCE NEGLI USA

Se lo svolgimento delle elezioni negli USA (dei quali parla diffusamente ll’editoriale di questo stesso numero) sta dando un misero spettacolo, tra schede da conteggiare, l’accusa di brogli del Presidente uscente e un sistema elettorale penoso, nel nostro paese non ci facciamo mancare nulla.
Da maratone televisive del tutto inutili con chiacchierate notturne a vanvera, fino all’esaltazione, del tutto fuori luogo, per la vittoria del “candidato di sinistra”.
A dimostrazione di un provincialismo, e, soprattutto di una totale incapacità di analisi un po’ più approfondite che non il “tifo” da stadio pro o contro.
Del resto anche la parte avversa, rappresentata da Salvini con la mascherina di Trump e, purtroppo, una fetta di orfani di un qualche partito comunista che gli dicesse cosa pensare che hanno individuato da tempo in Trump l’avversario dei “poteri forti” (e il lessico dice tutto), non sta molto meglio.
Come se ai cittadini USA importassero le analisi dell’Italia sulle loro elezioni e come se fosse possibile trasferire le fisime di una sinistra implosa nella potenza egemone.
Ma l’esterofilia tipica dei dirigenti del nostro paese, in particolare di quelli dell’ultimo trentennio, ha ormai egemonizzato il discorso pubblico.
Nella fuga da qualunque analisi che contemplasse, perlomeno, un minimo di raziocinio, non rimane altro che il tifo da stadio per ogni soggetto che ponga ricette “nuove” in realtà vecchie come il cucco.
Uno degli esempi più catastrofici in tal senso è stato l’innamoramento per il “blairismo”, questa specie di ideologia pro-domo capitalismo, ma tanto perbene, il cui capostipite sarebbe da processare per crimini di guerra, avendo sulla coscienza qualche centinaio di migliaia di iracheni in una guerra di aggressione.
Invece no, in Italia, la sinistra si innamorò di questo triste figuro, che proponeva una “terza via” (e già il nome avrebbe dovuto far sobbalzare perlomeno i più attenti, visto che questa vera e propria bufala era stata il cavallo di battaglia del fascismo italiano) la quale non era altro che il proseguimento della via tracciata da Margaret Thatcher ma con una specie di coloritura “liberal” che piace tanto anche ai nostri.
Come dimenticare poi, tanto per non farsi mancare nulla, che su questa scia Massimo D’Alema si gettò in una guerra costata migliaia di vittime civili (e l’uso dell’uranio impoverito) per un genocidio inventato?
Così le elezioni USA sono diventate per la “sinistra” italiana il “redde rationem” contro Trump, in una visione della vita della storia e della politica Hollywoodiana in cui alla fine arriva l’immancabile “happy end”. Del resto avendo abbandonato qualunque ferro del mestiere non rimane in mano che credere alle favole del cinema americano.
Trump è quindi il cattivo, senza alcuna analisi minima del perché abbia avuto consenso, del perché lo abbia ancora, mentre Biden è stato da una parte innalzato sugli scudi di una improbabile “nuova era” USA e dall’altra stroncato come “uguale a Trump” sottovalutandone, anche qui, un risultato elettorale di tutto rispetto.
Ovviamente è arrivato anche Veltroni a salutare la “nuova era” rappresentata da quello che rimane comunque il Presidente della più grande potenza del mondo.
Che cosa poi Trump abbia a vedere con i “sovranismi” (un brutto termine coniato per mettere insieme una serie di fenomeni politici che difficilmente potrebbero lavorare ad un progetto comune) è cosa che sanno solo i giornalisti di casa nostra. Dove “populismo”, “sovranismo” e “fascismo” vengono messi insieme in una ricetta
francamente indigeribile.
Come se non parlassimo di un sistema imperiale con basi in tutto il mondo, o quasi, con missili puntati perennemente verso obiettivi ben precisi, e con l’egemonia sulla NATO, ormai espansa al di là di ogni ragionevole limite.
Non si vuole qui dire che Trump è uguale e Biden, ma solamente ricordare che sono a capo di un impero e che il loro primo mandato non è “essere più buoni” secondo il linguaggio ormai infantilizzato che ha pervaso quello che rimane della politica, ma di garantire che quel sistema prosperi e funzioni.
Per fortuna, in questo numero di CP si possono trovare articoli che analizzano i fatti e i movimenti politici.
Questo è importante non solo perché questi piccoli saggi rappresentano uno dei pochi momenti di rilessione seria e approfondita, ma perché sono un esempio importante di come quello che resta della “sinistra” (poi possiamo chiamarla come vogliamo, basta intenderci) dovrebbe lavorare: ovvero smettere di seguire gli sconclusionati percorsi mentali di leader e compagini politiche ormai decotte e dedicarsi allo studio, all’approfondimento, all’analisi, alla lettura.
Si fa politica partendo da noi stessi, dalle nostre aggregazioni, e producendo direttamente i materiali di riflessione.
Altrimenti, alla fine, davvero Veltroni potrà sembrare il vincitore delle elezioni negli USA.

Andrea Bellucci