Sul fallimento del servizio sanitario della Calabria

Il recente provvedimento del Governo che ha dichiarato zona rossa covid la Regione Lombardia e la Regione Calabria sembra a prima vista incomprensibile perché tratta allo stesso modo due servizi sanitari che sembrano all’opposto: il primo sedicente il migliore del paese e il secondo l’ultimo in efficienza e organizzazione. Ma a ben guardare i due sistemi hanno molte caratteristiche in comune che vanno analizzati.
Del servizio sanitario lombardo abbiamo più volte parlato rilevandone le profonde connessioni con la medicina privata alla quale è stato appaltato il servizio pubblico e denunciando la sistematica distruzione della rete territoriale di assistenza che è la causa prima dell’attuale affollamento delle strutture ospedaliere. Abbiamo rilevato altesì come la medicina territoriale vada ricostruita ristrutturando il rapporto con i medici di base sul territorio e la rete di farmacie presente in Regione e come tutto ciò presupponga una profonda revisione delle competenze regionali e della delega alla regione della competenza in materia sanitaria e del controllo della spesa in questo settore.
Ebbene il servizio sanitario regionale della Calabria è ancora più inesistente e fatiscente a livello territoriale e di poli ospedalieri. Sotto il profilo organizzativo e strutturale comprende cinque “aziende sanitarie provinciali” e quattro “aziende ospedaliere“. Ciascuna delle cinque ASP è a sua volta suddivisa in zone distretto
a livello territoriale alle quali fanno riferimento strutture spesso inesistenti anche se dichiarate come ad esempio l’ospedale di Rose, borgo di 4000 abitanti dove in realtà esiste solo una guardia medica collocata in un ambulatorio.
Tale organizzazione territoriale venne creata a seguito della Legge regionale n. 9 dell’11 maggio 2007, entrata in vigore il 1º gennaio 2012, che accorpò le 11 aziende sanitarie locali preesistenti in cinque Aziende Sanitarie Provinciali. Non solo, la legge individuò come hub i cinque Ospedali provinciali alle quali fa capo in quanto aziende ospedaliere tutta l’attività sanitaria dell’area di loro competenza che corrisponde al territorio provinciale. Queste strutture provvedono a smistare assistenza e pazienti nelle strutture territoriali sopravvissute a una feroce politica dei tagli dei servizi sul territorio e che ha portato alla chiusura di (18 ospedali chiusi durante la gestione Scoppelliti) e all’interruzione, con conseguente abbandono, della loro realizzazione quando
stavano per entrare in funzione. Clamoroso il caso dell’ospedale di Scalea del quale sopravvive un modesto ambulatorio con accanto la struttura quasi terminata, ma ora in malora, di un grande ospedale o alle rovine dell’ospedale di Gerace, abbandonato a lavori terminati, prima dell’inaugurazione e che è costato 10 milioni di euro. Al tempo della prima crisi covid venne chiuso l’ospedale di Cariati che funzionava molto bene e serviva un’area sprovvista di altre strutture ospedaliere, sollevando proteste che continuano ancora oggi. La struttura territoriale diffusa di assistenza sul territorio realizzata durante il periodo della gestione Mancini della politica calabrese è stata sistematicamente smantellata come avvenuto in Lombardia.
Il risultato di questa gestione è oggi costituito da un cumulo di macerie (letteralmente), ma non per questo il sistema sanitario regionale è stato risanato perché è costantemente cresciuto il finanziamento alla sanità privata e quello per la medicina da esportazione e cioè lo smistamento verso la sanità privata del nord Italia di pazienti a carico del servizio sanitario nazionale, soprattutto oncologici e per le patologie più gravi.
Questo mentre la Regione, proprio per recuperare il dissesto finanziario del settore impone ai propri cittadini il bollo auto e l’aliquota IMU più alta d’Italia, oltre naturalmente a un’amministrazione commissariale di stampo “coloniale”.

Il patto scellerato con la medicina privata

La sanità calabrese è sommersa dai debiti, dall’inefficienza, dall’incompetenza e dagli sprechi, ma paradossalmente non sono le risorse che mancano posto che il Governo puntando sul rafforzamento della sanità pubblica,ha messo a disposizione ben 700 milioni di euro non spesi che giacciono nelle casse della Regione mentre il capo della protezione civile dichiara candidamente alla stampa di non sapere cos’è un respiratore per i reparti di rianimazione e di non capirci niente. Altrettanto incompetente il Commissario preposto alla direzione della sanità che intervistato balbetta frasi incoerenti mostrando di non conoscere i dati più elementari del suo incarico avanza il sospetto di essere stato “drogato”. Rimosso immediatamente dal Presidente del consiglio viene sostituito dall’attuale dirigente di una delle aziende ospedaliere che ha il merito di aver dichiarato che per contrarre il covid 19 è necessario baciarsi lingua in bocca per almeno 15 minuti (testuale). Ma costui ha il merito di avere buoni rapporti con la compagnia delle Opere e di dichiararsi al tempo stesso “bersaniano” ! Miracoli della politica !                                                                                                                              Ma ha ancor più il merito di essere in buoni rapporti con gli imprenditori che gestiscono le strutture sanitarie private in Calabria che dispongono di cliniche convenzionate distribuite sul territorio, Costoro hanno costruito da tempo accordi consolidati con medici ospedalieri e universitari di altre Regioni, soprattutto del nord e centro Italia, che si recano periodicamente per cicli di visite di pochi giorni nelle strutture sanitarie private
locali che usano come pied a terre per una prima visita che prepara in genere i pazienti al trasferimento presso strutture mediche del centro e nord Italia, con mete preferite la Lombardia, ma anche il Lazio e la Campania. In tal modo la cura diviene un lusso, costa alla Regione cifre altissime e mantiene il territorio nella funzione di
serbatoio di pazienti per la sanità privata altrove dislocata.
Con questa situazione strutturale è del tutto evidente l’interesse a veder sempre più depauperarsi il servizio pubblico regionale sul territorio, tanto che il servizio sanitario subisce la gestione commissariale da circa 20 anni. Non stupisce perciò che il Commissario in carica non fosse a conoscenza che tra i suoi compiti c’era la messa a punto del piano anticovid e non sarà facile per il Governo nominare un sostituto realmente efficiente anche perché è tutta la struttura ad essere marcia e nessuno trova il coraggio di schierarsi contro i gestori privati del sistema, riorganizzando la sanità pubblica e ciò a causa dell’intreccio di interessi consolidatosi in questi anni.
Per le sue caratteristiche di distribuzione della popolazione, stato della viabilità, inesistenza di strutture, il servizio sanitario pubblico calabrese dovrebbe essere ricostruito dalle fondamenta. Creando una buona scuola di formazione per infermieri professionali si risponderebbe ai bisogni complessivi del servizio sanitario fornendo sbocchi occupazionali ai tanti giovani senza lavoro. Occorrerebbe poi dare vita a presidi territoriali per la salute varando una politica di reclutamento di medici; i laureati calabresi in medicina non sono pochi ma abbandonano la Regione a causa di inesistenti possibilità di lavoro. Creando invece un sistema integrato di
assistenza che dovrebbe coinvolgere i medici di base e procedendo alla costruzione di presidi sanitari territoriali, si creerebbero le condizioni per prestare in loco l’assistenza sanitaria limitando il pendolarismo della salute che oggi prosciuga le risorse dei cittadini calabresi. Infine le strutture esistenti andrebbero sottoposte ad un’attenta vigilanza, soprattutto quelle strutture destinate ad ospitare gli anziani e i lungo degenti,
a cominciare da quelle private. Significativi sono infatti i casi di abbandono e trascuratezza emersi durante questa crisi sanitaria e le infezioni scoppiate nelle strutture per anziani.
Le possibilità di un intervento risanatore sono tuttavia pressoché nulle perché si accompagnano a una crisi generale della gestione politica ed economica della Regione ben rappresentata dall’attuale Presidente facente funzioni, una suallida controfigura della maschera tradizionale della Regione, il poco noto Gioviale (Juvale), un Presidente ritrovatosi tale per caso!
È necessario perciò che la società civile calabrese esprima in occasione delle nuove elezioni regionali un profondo rinnovamento della classe politica che nessuno dei partiti in lizza sembra essere capace di offrire a meno di una profonda mobilitazione civica.

Gianni Cimbalo