Il refrain

I proverbi si sprecano. “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”; “Il lupo perde il pelo, ma non il vizio”; “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa qual che lascia, ma non quel che trova”; e via cantando. E quindi ci risiamo.
Sull’onda dei prestiti promessi, sui possibili stanziamenti a fondo perduto, sugli aiuti finanziari per far fronte ai disastri umani ed economici inflitti dal contagio, che l’Europa promette ai paesi (tra cui l’Italia) in difficoltà, si riaffaccia una
parola al tempo stesso magica e terrorizzante: “riforme”.
Da tre decenni il termine ha assunto un significato infausto. Un tempo esso designava una strategia socialista volta a raggiungere una società egualitaria per piccoli passi progressivi. I comunisti anarchici hanno sempre giudicato
questa impostazione “riformista” come utopica per due buoni motivi: il primo è che mai i detentori del potere economico si sarebbero lasciati irretire cedendo le proprie posizioni di privilegio poco a poco; il secondo è che per promuovere le riforme i partiti “riformisti” dovevano accedere al potere politico e questo li avrebbe condotti piano piano ad aderire alle ragioni dei “padroni”, dimenticando per strada gli interessi dei meno abbienti.
Nonostante queste “fosche” previsioni si siano puntualmente verificate, i comunisti anarchici non hanno mai rinunciato ad ottenere miglioramenti per le classi subalterne all’interno dell’assetto socioeconomico esistente, sia perché,
come dice Fabbri, quanto di benessere viene acquistato non può essere considerato rifiutato o considerato inutile per chi ne ottiene dei benefici, sia perché la lotta per le riforme può essere considerata per le masse un’efficace “ginnastica
rivoluzionaria”.
Però, come accennato all’inizio, a partire dall’ultimo scorcio del secolo si è cominciato a definire “riforma” un autentico peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione a tutto vantaggio dei ceti più ricchi;
ne sono riprova inequivocabile l’aumento delle diseguaglianze, del divario di ricchezza tra il decile più alto delle fasce di reddito rispetto a quello più basso. La incessante applicazione delle teorie economiche dominanti ha comportato
un’accanita applicazione di queste “riforme”: precarizzazione del lavoro, distruzione del Welfare, aumento dell’età pensionabile, falcidia delle garanzie dei lavoratori conquistate da dure e lunghe lotte, contrazione dei redditi da lavoro
dipendente, facilitazione dei licenziamenti.
Un altro grande settore delle riforme neoliberiste è quello delle privatizzazioni. Si diceva che lo Stato non poteva imprendere e che la sua gestione delle aziende e dei servizi era troppo costosa e poco efficiente; si diceva che la concorrenza tra privati avrebbe favorito i consumatori, abbassando i prezzi; si diceva che l’amministrazione privata sarebbe stata più snella e meno affetta da elefantiasi burocratica. Quello che difettava, in ossequio alle mode e alle semplificazioni propagandistiche, erano il ragionamento, l’analisi dei fatti, il contatto con la realtà.
Avrebbe dovuto essere evidente che il privato doveva estrarre profitto dalla propria attività e che ciò avrebbe avuto come ineluttabile conseguenza o l’aumento dei prezzi o la riduzione dei costi. Entrambe le strade sono state percorse e mentre la prima ha depresso i consumi, la seconda ha depresso l’occupazione. Ma le conseguenze non si sono fermate qui; spesso l’acquisto sottocosto che multinazionali di origine estera hanno acquistato gioielli dell’industria di
Stato, solo per appropriarsi del know-how accumulato a spese della collettività o per chiuderle per eliminare una temibile concorrenza (ILVA di Terni, ILVA di Taranto, Nuovo Pignone di Firenze, ecc.); con il risultato ulteriore di desertificare il
tessuto industriale di intere zone produttive. C’è di più: la contrattazione sindacale nelle aziende pubbliche faceva da battistrada nel meglio a quella delle aziende private dello stesso settore; la scomparsa del settore pubblico ha portato ad
un peggioramento dei risultati ottenuti dalle lotte e complice la chiusura di molte aziende al progressivo deteriorarsi della qualità della contrattazione ed al deperimento della fiducia operaia nel valore delle lotte collettive.
Ma il furore privatistico non si è fermato ai settori produttivi; ha investito in pieno e senza motivazione anche quello dei servizi ed a quei settori che sono vitali per l’indipendenza e la dignità di un paese: sanità, telefonia, ferrovie, autostrade e si pensato addirittura all’istruzione. Fatti recenti si sono fatti carico di svelare quale “miglioramento” queste brillanti operazioni dell’ultimo decennio del XX secolo abbiano apportato per il benessere sociale. La privatizzazione a fini di profitto della sanità ha mostrato il suo tallone d’Achille nella vicenda della recente pandemia nella regione lombarda. I gestori telefonici hanno venduto le informazioni in loro riservato possesso sugli utenti a chi era disposto a pagarli per ottimizzare la propria rete di vendita e a chi era interessato a conoscere usi e costumi ai fine del condizionamento politico delle masse. Lo smembramento del sistema ferroviario tra rete del traffico, gestori dei trasporti e operatori dei servizi, ha comportato disservizi, vetture sporche, aumento dei prezzi e, last but not least, una serie
ininterrotta di gravi disastri ferroviari. Del settore autostradale si può ripetere la stessa declaratoria, la cui gravità è oggi all’onore delle cronache. Con l’aggravante che queste privatizzazioni non solo cedevano settori strategici in mano a chi
non poteva dare alcun affidamento, ma non potevano neppure trovare una loro malcerta motivazione nell’attivazione di una vivificante concorrenza, perché ognuno di essi è stato gestito in totale monopolio.
Ecco perché la parola “riforme” è stata traghettata da un passato mitico ed utopico, ad un presente terrorizzante.
Quando i cosiddetti “paesi frugali” (se così si può definire, per esempio, l’Olanda che ruba i proventi della tassazione offrendo alle aziende, come FCA, tassi convenienti, ponendosi come concorrente sleale e autentico paradiso fiscale)
reclamano “riforme” per concedere prestiti all’Italia le orecchie si arricciano ed un brivido corre lungo la schiena: quale altro sangue vogliono succhiare dalle membra esangui del proletariato? Quali altri sacrifici vogliono imporre a paesi già
duramente provati da quarant’anni di autentiche controriforme e da una micidiale epidemia?
Piuttosto che attaccarsi a fantomatiche condizioni, la cui esistenza è da provare, è questo il vero pericolo da sventare: ovverosia controllare che, non la “troika” che non esiste più, venga a sindacare sul nostro assetto economico, ma chi ci governa non approfitti dell’arrivo dei finanziamenti per girare la vite sulle nostre condizioni sociali con nuovi sacrifici e non usi le risorse per dare corso ad una pletora di “grandi opere” inutili e dannose, invece di approfittarne per risistemare la sanità territoriale, per incrementare il personale medico-infermieristico falcidiato negli anni recenti, per mettere in sicurezza strade ed edifici scolastici, per curare la pulizia delle città, la loro rete stradale ed i servizi di trasporto, per rendere vivibili le periferie, per riassestare un territorio dissestato idrogeologicamente, ecc. ecc. C’è bisogno di risorse e non importa da dove esse vengano (certo esse non possono ancora gravare sulla popolazione, anche perché i partiti che questa linea battono nel contempo si oppongono ad ogni forma di patrimoniale); quello che importa è che esse vengano effettivamente adoperate a fini sociali e di miglioramento delle condizioni di vita di coloro che fino ad ora hanno pagato il prezzo maggiore all’arricchimento di pochi.

Saverio Craparo