Analisi della fase 2011

0. Introduzione

L’analisi sulla fase che pubblichiamo è l’ultimo prodotto di un’abitudine a ragionare sui fatti dell’economia che dura da 40 anni e vuole essere un tratto caratteristico dei comunisti anarchici che si colloca nella loro migliore tradizione a partire dalla lettera ai compagni d’Italia che Bakunin inviò a Celso Ceretti sviluppando l’analisi della situazione italiana dopo l’unità posta a premessa necessaria delle prospettive della rivoluzione sociale in Italia[1].

I primi risultati di questo tipo di lavoro sono costituiti dalla pubblicazione di Ai compagni sulla Cina nel 1972[2], quando il culto del maoismo agitava i giovani operai e studenti in lotta in Europa, seguito nel 1975 daAi compagni su capitalismo ristrutturazione e lotta di classe[3] che analizzata la crisi petrolifera si soffermava sulla struttura della gestione del territorio attraverso il decentramento produttivo, ha rappresentato il punto di riferimento della nostra azione politica per molti ed è sfociato nell’elaborazione del documento diretto ancora una volta al movimento comunista anarchico: I comunisti anarchici e l’organizzazione di massa.[4]

 

Da allora la nostra attenzione si è periodicamente diretta all’analisi della fase alla quale è stato dedicato un numero speciale dell’”Informatore di parte”, nel 1980 nel quale si prevedeva, spiegandone le cause, la prossima caduta dell’impero sovietico.

E’ stato necessario arrivare al 1997[5] per proporre un programma minimo e aggiornare l’analisi, ma l’incombere della crisi che avvertivamo ci ha costretto ad aggiornare l’analisi nel 2004[6] e ci induce oggi ad intervenire ancora una volta a richiamare l’attenzione su alcuni elementi di portata strategica che possono contribuire ad una più approfondita riflessione, a disegnare una strategia che speriamo possa aiutare la ripresa delle lotte e dell’antagonismo di classe.

1. Neoliberismo

1.1. Origini

Ora che il neoliberismo, teoria economica che ha dominato il panorama mondiale da oltre trent’anni, ha mostrato tutti i suoi frutti maleodoranti, è utile ripercorrerne la parabola. Nel pieno dispiegarsi della novità costituita dalla teoria economica keynesiana, un filone sotterraneo rifacentesi al liberismo classico è sopravvissuto. La scuola minoritaria ha avuto come alfieri, dagli anni trenta fino agli anni cinquanta del secolo scorso, due economisti austriaci emigrati negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: Ludwig Von Mises[7] ed il suo allievo Friedrich Von Hayek[8]. Costoro sono stati i primi a confondere i tre aggettivi di liberale, liberista e libertario, avviando l’equivoco che ha portato alle teorizzazioni dell’anarco-capitalismo[9], tanto diffuso nel panorama statunitense.

Il paradigma neoclassico è tornato alla ribalta tra gli anni sessanta e settanta grazie al premio Nobel assegnato al suo nuovo teorizzatore, Milton Friedman[10]. Da proposta controcorrente essa è divenuta teoria di riferimento attraverso tre passaggi storici: il golpe cileno di Pinochet (1973), l’ascesa a Downing Street di Margareth Thatcher (1979) ed infine l’elezione a Presidente degli Usa di Ronald Reagan (1981). Ma se questi sono stati i passaggi politici che hanno determinato l’imporsi del monetarismo friedmaniano quale asse di riferimento unico della politica economica internazionale per oltre un trentennio, quelle che vanno indagate sono le cause strutturali del suo successo, ovverosia i mutamenti profondi del sistema produttivo che ne hanno determinato la necessità, fino ad oggi data per indiscutibile.

1.2. La struttura sottostante

Le fondamenta su cui si è edificato il successo del neoliberismo sono sostanzialmente due: una prettamente economica e l’altra di natura sociale e politica. Prime di esaminarle è però opportuno indagare le motivazioni che hanno portato il capitale ad abbandonare il paradigma precedente, quello di John Maynard Keynes[11], che pure gli aveva consentito di fuoriuscire dalla crisi più devastante della sua storia, il crollo di Wall Street del 1929; anche se è bene ricordare che solo la seconda guerra mondiale aveva permesso di chiudere definitivamente la vicenda.

Gli assi portanti che hanno caratterizzato il periodo keynesiano si possono riassumere in due linee. La mano pubblica nel governo del sistema economico e quella che viene detta la “regolazione fordista”. La prima linea prende corpo dallo spunto iniziale dell’intervento statale in economia nei momenti di crisi, intervento volto a permettere l’interruzione del gorgo recessivo, immettendo denaro nel circuito economico con l’effettuazione di lavori pubblici. Questi creavano lavoro, concedevano nuova liquidità ai lavoratori interessati e quindi rianimavano un mercato in caduta libera. D’altra parte il panorama mondiale del periodo è caratterizzato dalle economie di piano, generate della diffusa consapevolezza che il liberismo, ovverosia la fiducia durata un secolo e mezzo sulle funzioni taumaturgiche e salvifiche del libero mercato, aveva fallito il compito che si era proposto: creare opportunità per tutti e quindi garantire un costante elevamento del tenore di vita delle popolazioni, da un lato, e dall’altro assicurare alle aziende un progresso continuo dei loro profitti.

A seguito di questa prospettiva di intervento statale nell’economia a supporto delle crisi, in Italia durante il ventennio fascista venne creata nel 1933 l’Iri[12], ente dedicato al salvataggio e ristrutturazione delle aziende decotte. Dopo la seconda guerra mondiale l’Iri assunse un ruolo più attivo nel sistema economico italiano: grazie alle aziende che aveva acquisito e ristrutturato era divenuto l’imprenditore più importante del paese, imprenditore pubblico con forti poteri di regolamentazione del sistema industriale, tanto che nel primo trentennio dopo la guerra le categorie private firmavano due contratti, uno per le aziende private ed uno per quelle pubbliche, e quest’ultimo spesso faceva da battistrada al primo. Il sistema dell’Iri era divenuto talmente di esempio che negli anni cinquanta una delegazione del governo laburista inglese venne a studiarne il funzionamento.

L’altra gamba del sistema economico keynesiano era la regolazione fordista[13], dal nome di Henry Ford che ne era stato l’iniziatore. L’imprenditore statunitense dell’auto aveva lanciato già nel 1908 il modello T[14], la prima vettura costruita in serie grazie all’innovazione della catena di montaggio dell’ingegner Taylor, con lo slogan: “voglio produrre un automobile che i miei operai possano comprare”. Potremmo definire la regolazione fordista, quindi, come estensione di quel principio primitivo: un complesso sistema di garanzie sociali che garantiscono un reddito, diretto ed indiretto (welfare), dignitoso alle classi subalterne con un duplice scopo. Da un lato permettere al mercato di percorrere un elica crescente, tale da ridurre i profitti unitari per singola merce prodotta, ma da garantire una quantità totale di profitti sempre più consistente; dall’altro cooptare la classe operaia, ed il proletariato tutto, all’interno del riformato sistema capitalistico, in modo da produrre una diminuzione progressiva della conflittualità sociale.

1.3. Motivi del successo

Dicevamo che a cavallo tra gli anni settanta ed ottanta il monetarsimo ha soppiantato il modello sopra esposto per due cause ed è giunto il momento di esaminarle. Sul versante sociale il ciclo di lotte esploso tra gli anni sessanta e settanta a livello internazionale testimonia il fallimento della politica di integrazione delle classi meno abbienti. Il reddito più elevato, le garanzie sociali, l’elevamento dell’istruzione generano coscienza e un accrescimento delle esigenze e delle richieste. Restano escluse da questa rinascita del conflitto di classe le socialdemocrazie nordeuropee. Comunque, esso genera un aumento delle garanzie della prestazione d’opera ed una riduzione ulteriore dei margini di profitto. I capitalisti giudicarono non ulteriormente procrastinabile una resa dei conti che riportasse sotto il loro controllo la dinamica sociale e quella del costo del lavoro ed il panorama politico offrì loro le condizioni opportune. Negli anni ottanta, in contemporanea con l’ascesa della nuova dottrina neoliberista nei paesi occidentali, entra in disgregazione l’impero sovietico e con esso l’antagonista principe dell’imperialismo statunitense. I partiti usciti dalla terza internazionale perdono il loro orientamento e con esso il proletariato di tutti i paesi, che troppo si era identificato sulla prospettiva sovietica, smarrisce la bussola degli eventi e non trova gli strumenti per una lettura critica della realtà alternativi, al pensiero unico che viene imposto.

Sul piano più strettamente economico e strutturale il capitale finanziario riacquista il ruolo centrale che la crisi del 1929 aveva messo in secondo piano, con la conseguente centralità che il keynesismo attribuiva al momento produttivo. Non deve infatti ingannare il titolo dell’opera principale di Keynes (Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936), perché essa, lungi dal teorizzare la centralità del denaro, ne faceva uno strumento flessibile che lo Stato utilizzava per sopperire alle carenze che si fossero verificate nel sistema produttivo, incapace di garantire di per sé la piena occupazione. È da ricordare, inoltre, che negli anni venti a Cambridge Keynes aveva chiamato a collaborare con lui Piero Sraffa, il titolo della cui opera principale non lascia adito a dubbi: Produzione di merci a mezzo di merci, (1960)[15]. Sta di fatto che il sistema keynesiano era intrinsecamente inflattivo e che l’inflazione penalizzava i prestatori di denaro (finanza) e giovava ai debitori (capitale di rischio). Ed è proprio per questo che il ritorno alla teoria neoclassica ha avuto come obiettivi primi una moneta salda e forte sul mercato internazionale ed una drastica riduzione dei tassi di inflazione.

1.4. Conseguenze

Nessuno può sostenere che esista un capitalismo “umanitario” in contrapposizione ad un capitalismo iniquo; dal punto di vista dei rapporti sociali il capitalismo è sempre e comunque un sistema che rifugge per sua natura l’equità. Quella sotto analisi è, invece, la stabilità più o meno intrinseca di un sistema di gestione del capitale, in confronto ad un altro, fermo restando che la contraddizione di classe alberga comunque all’interno di un’economia basata sulla proprietà privata.

L’avvento, o meglio il risorgere, del dominio del capitale finanziario ha comportato un profondo mutamento del funzionamento del sistema capitalistico, accentuandone fortemente la instabilità dei processi di gestione ed in ultima analisi rendendone critico, altamente critico, l’equilibrio sistemico. Le ragioni sono presto dette. La ragion d’essere della finanza è il profitto, comunque conseguito e nel più breve tempo possibile. Ne consegue un orientamento verso forme speculative o verso transazioni nominali, che producono sì profitti, ma non merci. La produzione di quest’ultime richiede logiche di rischio, di prospettive strategiche e di tempi di rientro degli investimenti più lunghi. È per questo che negli anni ottanta negli Stati Uniti d’America si comincia a parlare di deindustrializzazione e che la bilancia commerciale entra in un deficit crescente e irreversibile, auspice anche la sopravvalutazione del dollaro.

In tutti i paesi occidentali, se si prescinde in parte dalla Germania per ragioni che verranno analizzate brevemente più sotto, il capitale finanziario ha imposto la propria logica e col controllo del credito ha contaminato le strategie industriali. Andando per sommi capi, si può riassumere la nuova visione di politica economica in alcuni titoli da sviluppare: lotta all’inflazione ed ai debiti degli stati; deperimento del Welfare e mercificazione dei servizi; liberalizzazione dei mercati e globalizzazione; compressione dei costi di produzione e delocalizzazioni; calo di liquidità dei privati e loro indebitamento. Il tutto in un contesto privo di leve di controllo dell’evoluzione dell’economia, con un fiorire di cure parziali e locali dell’insorgere dei sintomi di crisi, cure che hanno temporaneamente colmato le falle, senza insistere sulle lacune di sistema e su di una loro risoluzione, fino al deflagrare della crisi globale.

La Germania appare oggi in una posizione meno sfavorevole degli altri paesi capitalistici, perché la sua struttura ha sempre, dagli anni del primo dopoguerra, conosciuto una stretta correlazione fra istituti finanziari e apparato industriale, che ha mitigato gli eccessi verificatesi altrove, generando una politica di più ampio respiro, orientato verso una produzione di qualità ed una forte implementazione tecnologica. Dall’altro lato emerge incombente il modello cinese esente dai vizi del capitale finanziario, su cui oggi si appuntano gli occhi degli economisti.

2. I nodi al pettine

Nell’analisi della fase economica del 2004 veniva riassunta la fase trascorsa e quella ipotizzabile per lo sviluppo capitalistico con lo schema sottoriportato.

È opportuno richiamare alcune voci, spiegarne la valenza e l’origine, e comprendere anche la credibilità che veniva loro attribuita. La prima riga è stata analizzata nel capitolo I. L’area in cui si è mossa l’economia sotto il regime monetarista è rappresentata dalla seconda riga. La terza riga individua le correzioni in corso d’opera all’inizio del millennio, originate in gran parte del punto interrogativo posto nell’ultima colonna della seconda riga; ovverosia dalla consapevolezza che l’assenza di un meccanismo di controllo sull’intero sistema economico mondiale non era ulteriormente procrastinabile. Infine, la quarta riga rappresentava l’ipotesi sulla quale il sistema capitalistico poteva ipotizzare la propria sopravvivenza dovute alle fasi incompiute della svolta. Ad esempio, il tentativo di attribuire capacità di controllo del ciclo economico ad authority internazionali (Fmi, Wto, etc.) era già concepito come intrinsecamente debole. Veniva detto infatti: “è l’epoca delle Authority, che restano comunque un sistema di controllo lasco ed inefficiente, come i recenti scandali hanno fatto chiaramente emergere.”

Ora che la crisi è esplosa, occorre capire cosa non ha funzionato nel progetto e perché. D’altronde già nel 2004 che l’ipotesi fosse aleatoria appariva chiaro all’analisi svolta, tant’è che il documento si chiudeva in questo modo: “le previsioni che il capitale individua nella quarta riga della tabella sono solo aspirazione imperialistiche, tutte da verificare.”

2.1. L’illusione della mano invisibile

L’idea illusoria che il mercato si regolasse autonomamente, senza bisogno di alcun intervento esterno, la cosiddetta “mano invisibile”, era franata con la grande depressione del 1866. Da allora la teoria economica ha sempre cercato di controllare il mercato, a partire dai marginalisti che introdussero pesantemente nell’analisi economica l’uso di strumenti matematici, che nel tempo divennero sempre più sofisticati. Questa idea, a suo tempo sconfitta dai fatti ed emarginata dai teorici, ha avuto una sua rinascita inaspettata negli ultimi quaranta anni ed ha prodotto i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

A partire dall’avvento in Gran Bretagna del Primo Ministro Thatcher si è fatta potentemente strada l’idea che la cosa massimamente auspicabile nel sistema economico mondiale era quella di dare libero corso allo sviluppo del mercato, visto come rimedio taumaturgico di ogni male. Ne sono discese una serie di conseguenza: l’abbattimento delle frontiere economiche, la privatizzazione dei servizi, la concorrenza planetaria; in sintesi una sorta di darwinismo economico, in cui solo i più robusti potessero sopravvivere, recidendo automaticamente i “rami secchi”, considerati dannosi per lo “sviluppo”.

In realtà è stato il capitale finanziario a riappropriarsi del controllo del ciclo produttivo tramite l’appropriazione degli strumenti di regolazione internazionale usciti dagli accordi di Bretton Woods nel secondo dopoguerra. In particolare il Fmi ha imposto frontiere aperte e politiche di bilancio restrittive anche ai paesi terzi, se essi volevano accedere ai crediti. La lobby tecnocratica monetarista ha occupato i gangli vitali della programmazione economica, imponendo logiche deregolanti a tutti e sponsorizzando bilanci statali virtuosi, quale condizione indispensabile per partecipare alla cornucopia della ripresa economica, perennemente dietro l’angolo, ma mai verificatasi. In questo clima hanno acquisito una importanza spropositata le agenzie di rating, a loro volta potenti finanziarie, che hanno goduto della facoltà di indirizzare gli investimenti dove meglio credevano opportuno, e quindi dove anch’esse potevano acquisire i loro profitti.

Nel 2008 il gioco è finito per l’ovvio motivo che il mercato, lungi dal regolare il ciclo economico, lo porta inevitabilmente allo squilibrio, auspice anche il fatto che le politiche restrittive sul bilancio statale lo hanno ridotto ad un impraticabile collo di bottiglia.

2.2. La finanza deregolata

La causa scatenante della crisi appare essere stata quella dei mutui sul mercato immobiliare statunitense; per questo molti parlano di crisi finanziaria. Ma anche la crisi del 1929 esplose per il collasso del sistema bancario Usa, nel momento in cui i risparmiatori si accorsero che la liquidità disponibile era ben inferiore ai loro crediti; fu subito chiaro che al di sotto dell’evento scatenante c’era una vasta crisi di sovrapproduzione. Ed ora? Apparentemente la colpa è di quelli che vengono definiti “titoli tossici”. Ma non è così.

Prima di tutto cosa sono i titoli tossici? La finanza, priva di regole e sostanzialmente miope, ha immesso sul mercato statunitense ed internazionale dei titoli di investimento basati sui crediti che le banche possedevano. Il problema risiedeva nel fatto che questi crediti non erano tutti garantiti ed esigibili. Infatti per lucrare su di una spirale affaristica che si reputava essere una spirale ascendente infinita, era stato fatto credito anche per soggetti inaffidabili; tanto anche i loro debiti potevano, nella logica suddetta, creare profitto, in quanto potevano essere collocati sul mercato finanziario come valori pressoché disponibili. Di più finanziando un mutuo casa anche per persone prive di garanzie (subprime), avrebbe girato anche il mercato immobiliare e con esso lavoro e produzione e profitti. È arrivato il momento in cui i debitori a rischio sono diventati insolventi ed il castello di carte è crollato in un attimo, mettendo in crisi il sistema bancario statunitense.

Sarebbe sbagliato ritenere che questa causa scatenate sia stata la vera origine della crisi. La realtà è che da anni negli Usa il sistema produttivo era in sofferenza: i grandi centri industriali (ad esempio, Detroit, centro della metalmeccanica) erano divenuti dei deserti; sempre di più gli statunitensi consumavano merci prodotte altrove; i posti di lavoro stabile erano diminuiti (l’ultimo decennio del secolo scorso va ricordato come l’epoca dei “tagliatori di teste”, manager industriali che venivano assunti allo scopo di ridurre drasticamente le maestranze e che passavano da un’industria all’altra); l’occupazione ricresceva su posti di lavoro precari e malpagati, soprattutto nei servizi. Con queste premesse era evidente che presto il mercato sempre più ridotto sarebbe collassato, creando, nonostante la forte deindustrializzaione subita nel ventennio precedente, una crisi di sovrapproduzione; i piazzali delle industrie automobilistiche erano, infatti, invasi da vetture invendute.

La crisi si è propagata velocemente nei paesi occidentali per due ovvi motivi. Il primo, il più appariscente, era la forte esposizione delle banche verso i titoli tossici di provenienza Usa. Il secondo, quello sostanziale, è che gli Stati Uniti erano divenuti il luogo privilegiato delle esportazioni dei paesi industrializzati. Tant’è che l’Italia, paese esportatore con importanti sbocchi di mercato negli Usa, non ha avuto contraccolpi rilevanti nel sistema bancario, ma sta subendo una crisi profonda dell’apparato produttivo.

2.3. Vendere i crediti

Quella di vendere i crediti, spesso inesigibili, non è stata una grande trovata, né innovativa, né geniale. Il meccanismo è lo stesso delle famose “catene di Sant’Antonio”. Finché si trova un compratore tutto funziona, ma quando qualcuno capisce che dietro non esiste alcuna sicurezza, la ruota non gira più. Il problema è che chi ha acceso il cerino è poi fallito, lasciandolo nelle mani dei malaccorti che si erano fidati. Per questo gli Stati sono dovuti intervenire a sostegno delle banche pencolanti, operando, per la prima volta da oltre trenta anni, fuori dal contesto della teoria neoliberista. Di fatto alcuni istituti bancari sono stati nazionalizzati, in controtendenza con il dogma delle liberalizzazioni (Gran Bretagna, Stati Uniti, etc.)..

Un altro mito che crolla con questa crisi è quello della ricchezza derivante dalla produzione immateriale. Così, per esempio, l’Irlanda, che ha costruito negli anni novanta del secolo scorso la propria immagine di paese moderno ed in sviluppo rapido e costante, ha basato il proprio successo sull’afflusso di capitali esteri attirati da basse tassazioni. Per anni ci siamo sentiti incitati a seguire il suo esempio, liberando la finanza da “lacci e laccioli” che ingessavano l’economia. A distanza di poco tempo si sono visti gli effetti; nel momento in cui i capitali hanno cominciato a girare molto meno, l’economia irlandese è entrata in un gorgo profondo, che ha rivelato tutta la sua fragilità. La sua economia era basata sul giro vorticoso dei capitali e non possedeva le basi strutturali produttive, uniche in grado di dare tono al ciclo declinante.

3. Le prospettive mancate

3.1. Distretti: passato, presente e futuro

Nel 1995 Kenichi Ohmae[16] ha pubblicato un saggio dal titolo: La fine dello Stato-nazione. Il sottotitolo recitava senza giri di parole: l’emergere delle economie regionali. In esso Ohmae preconizzava un futuro, allora nascente, incentrato su quelli che sono stati chiamati “distretti industriali” e con la dissoluzioni delle nazioni come ce le ha consegnate la storia del novecento. La prospettiva era affascinante nel momento in cui le spinte autonomistiche crescevano nella vecchia Europa, soprattutto dopo il crollo dell’impero sovietico.

Non è che le tendenze alla divisione di aggregati più o meno omogenei siano ad oggi diminuite, anzi: il Belgio può essere un buon esempio di questa deriva. Ma la partita si sta giocando ad un livello diverso. La crisi genera panorami inattesi, spesso originati dalla presenza stessa di distretti forti e di distretti deboli. Nella tabella sopra riportata, all’inizio del secondo capitolo, alla quinta colonna, si parlava di sviluppo neuronale, ovverosia di una struttura del sistema produttivo generale fatto di poli di forte produzione e di linee di comunicazioni tra di essi e tra essi e i luoghi di approvvigionamento delle materie prime (corridoi). Ha funzionato tutto secondo le aspirazioni?

Una prospettiva del genere abbisognava ed abbisogna di una regia non solo economica, ma anche politica. La Ue, ad esempio, poteva rappresentare il quadro politico in cui quella struttura poteva prendere corpo, ma l’assenza di un’Europa politicamente unita, come lo sono invece gli Usa, sta destrutturando tutto, auspice la pessima congiuntura economica. Addirittura la moneta unica sta vacillando sotto le forze centrifughe che vengono a manifestarsi, e gli attori cominciano a muoversi in ordine sparso.

I distretti stessi soffrono della propria parziale intercambiabilità, accentuata dalla ricerca affannosa dei profitti in un mercato calante. Si creano frizioni e competizioni non sempre virtuose a lunga scadenza. E la realizzazione dei corridoi inciampa nella mancanza dei colossali investimenti necessari.

3.2. I limiti della delocalizzazione

“I maggiori limiti ad un’idea di totale intercambiabilità delle aree geografiche ai fini produttivi sorgono però da considerazioni meramente strutturali. Non è un caso che le zone di sviluppo individuate nel saggio di Ohmae appartenessero tutte a parti del mondo già interessate a processi di profonda industrializzazione. In effetti, per impiantare delle attività produttive in un luogo non necessitano solo gli spazi; occorrono infrastrutture, vie di comunicazione, manodopera adeguata, impianti industriali già esistenti di livello tecnologico non eccessivamente inferiori, etc. Le produzioni italiane che negli ultimi anni si sono spostate verso i paesi dell’est europeo, sono tutte di basso contenuto tecnologico; e occorre considerare che dei paesi che escono dall’economia di piano già godono di rilevanti vantaggi in termini di industrializzazione pregressa, preparazione di manodopera, vie di comunicazione. Vaste aree dell’Africa, ad esempio, a tutt’oggi non si prestano assolutamente ad insediamenti produttivi, se non altro per l’assoluta impossibilità di veicolare merci in ingresso ed in uscita ad un ritmo soddisfacente. E come per l’Africa il discorso vale per oltre la metà della superficie del globo”. Quanto sopra detto, contenuto in un documento del 2000, non può che essere ribadito; va aggiunto che le aree di instabilità politica e le zone di guerra si sono da allora drammaticamente allargate, così che le zone adatte a delocalizzare le produzioni si sono ridotte all’America del Nord, parte dell’America del Sud, zone dell’Asia e alla vecchia Europa allargata ai paesi del defunto impero sovietico.

3.3. Il gioco dei quattro cantoni

Dal quadro sopra esposto derivano delle conseguenze che illuminano la mancanza di strategia del capitale di rischio ormai finanziarizzato. Infatti, spostare una produzione in una località dove il costo del lavoro è più basso, dove sono scarse o inesistenti le garanzie sociali, dove la disoccupazione è più elevata se può portare benefici immediati alla lunga risulta perdente. Prima di tutto occorre considerare che questi territori, avendo una struttura sociale meno coesa, sono più permeabili alla malavita organizzata ed alla corruzione. Quando, per un motivo qualsiasi, i riferimenti, che l’imprenditore in arrivo ha trovato per garantirsi la tutela dell’investimento, vengono meno, occorre ricominciare daccapo, con gli oneri che ciò comporta.

Ma c’è un altro problema. Il “benessere” che viene importato con il sopraggiungere di uno stabilimento industriale, prima o poi comporta il formarsi di un nucleo più forte di classe operaia, e con esso l’avanzare di richieste di maggiore salario, migliori servizi, insomma un incremento del tenore di vita. Nascono forme embrionali di sindacalizzazione e con esse il venir meno dei vantaggi della delocalizzazione in quelle aree. È ciò che sta iniziando a succedere a Shenzhen in Cina, con i primi scioperi e le prime richieste di un lavoro dignitoso per quei nuovi servi della gleba sognati dalle multinazionali e da tutti coloro che hanno spostato in quella zona dell’Estremo Oriente parte delle proprie produzioni.

I due fattori sopra esposti devono esser ben evidenti per il management della Fiat, che ha riportato indietro alcune parti di lavorazione a suo tempo trasferite in Polonia; gli operai si sono organizzati ed i riferimenti politici del paese, a suo tempo trovati, sono stati pressoché azzerati da un disastro aereo. Manca però la consapevolezza che questo gioco dei quattro cantoni non ha respiro e che a lungo andare risulta non solo non conveniente (spese di localizzazione, spese di logistica, spese di ristrutturazione delle linee di montaggio, etc.), ma addirittura dannoso: le nuove aree scelte sono troppo povere per acquistare i prodotti e quelle vecchie abbandonate si depauperano e non sono più in grado di assorbirli: il mercato inevitabilmente si assottiglia e la crisi non trova sbocchi.

3.4. Le nuove aree di sviluppo

Un discorso diverso va fatto per le aree di nuovo sviluppo. Intendiamo riferirci alla Cina (alla quale dedicheremo specifiche riflessioni) ma anche all’India, al Brasile, al Sud Africa. Questi paesi un tempo collocati tra quelli cosiddetti “emergenti” hanno ora sviluppato un sistema produttivo in grado di competere e fare concorrenza a quello Nord Americano, Europeo e del Giappone e la delocalizzazione in queste aree non significa solo poter produrre a minori costi di manodopera ma anche, a secondo dei casi, disporre di un accesso più diretto alle materie prime e privilegiato al mercato interno di questi paesi fortemente in espansione.

Anche questi paesi si sono dotati a loro volta di aree sub produttive nelle quali delocalizzare a loro volta alcune produzioni, servizi finanziari, ecc. anche al fine di farne delle zone nelle quali la loro presenza è dominante. Allo stato attuale della crisi questi paesi sono gli unici a fornire sbocchi di mercato (non è un caso che nel 2010 le importazioni cinesi abbiano di gran lunga superato le esportazioni), ma nulla assicura che nel futuro questa situazione perduri, al momento in cui le produzioni locali assicureranno quanto necessario, senza troppo ricorrere alle forniture estere di know-how e di tecnologia[17].

4. La globalizzazione

La parola “globalizzazione” è divenuta negli ultimi quindici anni miracolosa[18]. Ad essa viene attribuito contemporaneamente ogni successo ed ogni disastro dell’economia mondiale. Tutti convengono, a parole, che essa sia, comunque, ineluttabile e con ciò ogni manovra, anche la più impresentabile, diviene giustificata. Oltre a rinviare a quanto già scritto nel documento più sopra citato, occorre ora tirare qualche filo di conduzione e trarre da essi delle conclusioni suffragate dalle esperienze dell’ultimo decennio.

4.1. Concorrenza e monopolio

Il primo accostamento che sorge immediato nella mente è quello tra globalizzazione e concorrenza; si pensa che i due termini siano pressoché sinonimi, anzi la prima starebbe proprio a significare la concorrenza più globale e sfrenata che si possa immaginare: niente di più sbagliato. Storicamente i periodi di libero mercato, e quindi di concorrenza, hanno sempre dato, a aprtire della seconda metà dell’800, adito in breve tempo alla concentrazione dei mezzi di produzione in poche mani, sono i periodi in cui nascono e si rafforzano oligopoli e monopoli. La ragione è semplice: nell’occupazione dei mercati si impongono coloro che hanno più risorse, che possono abbassare i prezzi (per poi rialzarli a piacimento una volta conquistato il proprio spazio non più scalabile), che hanno la possibilità di acquistare i brevetti e le innovazioni delle filiere produttiva. Il libero mercato non ha mai favorito i consumatori, ma gli speculatori.

Gli ultimi trent’anni non hanno fatto eccezione. Un pugno di finanzieri controlla ora il ciclo produttivo mondiale, decidendo dove e come spostare gli ingenti capitali di cui dispongono. I settori industriali conoscono un accentramento in poche aziende a livello mondiale, mentre chi non sta al passo fallisce miseramente e viene assorbito dai giganti che si sono costituiti. E sono questi pochi titani che si contendono il mercato residuo. Ne discende una concorrenza monca, spesso regolata da accordi tra pochi.

4.2. Dalla concorrenza del capitale alla concorrenza del lavoro

Non è la prima volta che nella storia recente si hanno improvvise accelerazioni nelle comunicazioni, tali da rendere più vicino ed accessibile ogni paese del globo. E non è la prima volta che il sistema capitalistico si avvale delle innovazioni tecnologiche per accelerare ed internazionalizzare i propri percorsi. Ad essere precisi la vera globalizzazione, quella più radicale ed incisiva, si è verificata all’inizio del XX° secolo con l’invenzione del telefono e poi del telegrafo. Con essi i capitali hanno cominciato a spostarsi con enorme facilità ed in tempo reale da un continente all’altro. Da allora poco è mutato in termini di velocità di comunicazione. Gli strumenti sono divenuti più efficaci e potenti, ma hanno conservata invariata la rapidità di veicolazione delle informazioni.

Se ciò è vero, cosa è cambiato di profondo a distanza di un secolo? Contrariamente a quanto si possa credere non sono stati i nuovi mezzi di comunicazione a fare la differenza, ma altre innovazioni. Prima di tutto i nuovi processi produttivi sono stati notevolmente semplificati, con ciò rendendo più rapido e meno costoso spostare gli impianti: si pensi al declino degli altiforni ed ai nuovi sistemi per produrre l’acciaio. Ma soprattutto, poi, la tecnologia informatica ha determinato tre effetti estremamente significativi, con la propria massiccia introduzione negli apparati di produzione. Un’ulteriore alleggerimento degli apparati fissi e strutturali. Una dequalificazione della prestazione lavorativa. Un’impensabile possibilità di accentramento dei controlli anche a distanze intercontinentali. L’adozione delle nuove tecnologie ha consentito inoltre la riduzione del volume delle scorte e una più efficiente gestione del magazzino e conseguentemente una migliore programmazione del flusso dei prodotti sul mercato.

Il primo effetto ha reso ancora più semplice delocalizzare un impianto in tempi brevi, a costi accettabili, anche se crescono quelli della logistica. Il terzo effetto, permettendo il controllo a distanza dell’andamento dei risultati produttivi e delle prestazioni della manodopera, consente di mantenere il cuore della pianificazione industriale in un paese, anche se le lavorazioni avvengono in un altro, ottimizzando la coordinazione dei vari spezzoni disseminati. Il secondo però è quello più affascinante per i capitalisti: la forza contrattuale dei lavoratori, anche solo parzialmente qualificati, frana a fronte di un’offerta di lavoro facilmente impiegabile nei nuovi processi di produzione, anche in assenza di un’adeguata preparazione. Cala quindi la necessità di trovare nei luoghi dove si intende esportare un impianto, quella manodopera adeguata, un tempo necessaria. L’esercito di riserva si allarga a dismisura e quella che doveva essere la fase della concorrenza tra gli imprenditori, diviene una spietata lotta per la sopravvivenza tra proletariati locali, rendendo determinante nel conflitto tra capitale e lavoro il ricatto occupazionale.

Inoltre l’emigrazione ha contribuito ad inflazionare il mercato del lavoro interno, allontanando la manodopera autoctona da mestieri gravosi e usuranti, e moltiplicando l’esercito industriale di riserva in relazione a un mercato del lavoro che non richiede per larghe fasce di attività specializzazioni e conoscenze specifiche. C’è da rilevare infine che se si vanno a guardare i mestieri dei migranti ci si rende conto del fatto che essi dispongono di una scolarità medio alta e di livelli di specializzazione anche in attività che richiedono una qualificazione professionale specifica come muratori, meccanici, ebanisti, elettricisti, ecc.

4.3. Le regole come “lacci e laccioli”

In buona sostanza l’unico portato reale della globalizzazione non è stato un aumento della concorrenza capitalistica con conseguente abbassamento dei prezzi, ma uno scontro tra potenziali disoccupati. È dubbio tra l’altro che il perseguimento di una continua riduzione dei costi di manodopera, allungando le filiere produttive e comportando una lievitazione dei costi di impianto delle manifatture, comporti una reale diminuizione dei costi complessivi di produzione, se è vero come è vero che il lavoro incide ormai pochissimo (Marchionne parlava due anni fa di circa il 7%) sull’onere totale della merce prodotta.

Ma la riflessione da fare è un’altra. Questo continuo riproporsi della minaccia della delocalizzazione, come ricatto occupazionale, ripristina un dominio totale del capitale sulla forza lavoro, un dominio che non si riproponeva da oltre un secolo, dalla nascita dei sindacati nello scorcio del XIX° secolo. Ma i detriti che questo smottamento del potere contrattuale operaio porta con sé sono anch’essi allarmanti. Se l’obiettivo perseguito dal capitale è la minimizzazione dei costi di produzione, non è solo la compressione dei salari a farsi strada, ma anche tutti quei costi che possono essere a loro volta ridotti. Prima di tutte le garanzie sociali, con la messa sul mercato dei servizi a loro volta divenuti fonte di profitti. Tutte le spese, poi, per l’istruzione pubblica e per la ricerca, i cui vantaggi sono posticipati nel tempo e quindi invisibili agli occhiali per la vista breve inforcati dal capitale finanziario. Pure la tutela del territorio e dell’ambiente diviene un altro costo superfluo, tant’è che si delocalizza là dove su questi temi non si è storicamente troppo sensibili

Il problema che nasce è che per perseguire una competizione con i luoghi dove il costo del lavoro è basso, la tutela dell’ambiente inesistente, il welfare sconosciuto, i paesi dove tradizionalmente si è sviluppato il sistema produttivo capitalistico e dove più forti sono le tradizione del conflitto di classe, hanno solo tre strade. La prima è quella di misurasi su di un livello diverso, cioè quello dell’innovazione e della qualità delle merci prodotte, via che può intraprendere un capitalismo lungimirante. La seconda è quella di far crescere una coscienza di classe dove essa non si è ancora sviluppata, che vuol dire equiparare verso l’alto le condizioni di vita della classi lavoratrici, ed è la linea che dovrebbero preferire i sindacati di classe (se esistessero) e tutti quei raggruppamenti che ancora credono in un futuro epurato dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La terza è quella di abbassare le richieste locali, svincolando l’investimento capitalistico da tutte le regole della civile convivenza, conquiste di decenni e decenni di lotta delle classi sfruttate, o come si dice sciogliere l’economia dai “lacci e laccioli”: questa è la tendenza che sembra prevalere in molti paesi ed in particolare in Italia.

5. Il mercato

Nel paragrafo II.1. si è parlato dell’illusione, diffusa nella prima metà del 1800 e malauguratamente risorta alla fine del ‘900, che il mercato fosse il regolatore automatico della congiuntura economica. Questa idea, nota come “mano invisibile” scaturiva da un presupposto indimostrato e spesso inconsapevole che il mercato fosse un contenitore infinito, capace di recepire tutte le merci che fossero state prodotte. L’era dell’imperialismo ha preso coscienza della limitatezza del mercato, della necessità di allargarla quanto possibile, di modellarlo con la pubblicità e la teoria economica ha iniziato a fare di conto con questa novità e ha messo al centro della propria analisi non la produzione, ma il consumatore: con il concetto di utilità marginale la matematica ha fatto il suo ingresso massiccio nei trattati di economia. Anche la sinistra politica ha iniziato a misurarsi con il problema a partire da Rosa Luxemburg. Quello che si deve affrontare adesso, non è il dato dei limiti teorici del mercato, che avrebbe di per sé dovuto scoraggiare i teorici monetaristi, ma la situazione che la globalizzazione ha generato.

5.1. Perenne contrazione

Se il profitto a breve comporta la continua ricerca della compressione dei costi di produzione, le scelte di agire sulla componente salari hanno delle conseguenze inevitabili sulla consistenza del mercato. Si è detto che questa componente non è certo la più rilevante e che il carosello degli impianti produttivi ed il disseminamento geografico degli impianti comportano dei costi che non giustificano il risparmio ottenuto sul versante della remunerazione della forza di lavoro; tutto ciò quindi risponde più ad una logica politica che economica. È anche vero però che altri costi sono ben difficilmente contenibili, perché vanno ad incidere su soggetti più forti. Le materie prime sono fonte di profitto e deprezzarle significa un guadagno per le industrie di trasformazione e una perdita per quelle di estrazione, che spesso fanno capo alla stesso gruppo di interessi finanziari. Dall’altro lato la logistica è un settore in forte espansione, naturalmente a sua volta generante notevoli guadagni, e con essa la costruzione delle infrastrutture necessarie all’insediamento delle industrie ed ai collegamenti tra spezzoni di produzione lontani fra di loro.

Il punto però è che spostare una lavorazione da un luogo dove i salari, per motivi storici, sono alti per trasferirla in una zona dove l’organizzazione dei lavoratori non ha ancora consentito lo sviluppo di rivendicazioni significative, significa azzerare le capacità di acquisto del luogo da dove si esce per crearne di notevolmente inferiori dove si arriva. Complessivamente quindi il mercato si è ristretto. La reiterazione ossessiva di questa procedura porta ad una depauperazione complessiva e continua delle dimensioni dei bisogni che è possibile soddisfare e quindi delle possibilità di collocazione delle merci prodotte.

Gli Usa degli ultimi trenta anni sono un esempio lampante di quanto sopra detto. La distruzione dei distretti industriali iniziata negli anni ’80 del secolo scorso ha fatto evaporare una quantità ingente di posti di lavoro stabili e ben retribuiti. Al suo posto si sono creati una pletora di posti precari e sottopagati soprattutto nei servizi. I trucchi messi in atto nella rilevazione dell’occupazione hanno occultato questo fenomeno, che però prima o poi sarebbe dovuto emergere.

Se a tutto ciò si aggiunge la costante riduzione dei salari sociali (Welfare), lo stato comatoso dei mercati appare in tutta la propria evidenza.

5.2. L’economia reale si prende la rivincita

Già nel 1985, in una nostra nota interna[19], scrivevamo: “si può verificare un’autentica crisi di sovrapproduzione […], mai più verificatesi negli ultimi cinquanta anni, ma ora di nuovo logicamente rese possibili dal ritorno egemonico alla conduzione delle economie internazionali di teorie neoliberiste.” Per decenni la situazione è stata tamponata circoscrivendo le crepe che il sistema manifestava. Gli Usa hanno sopperito al declino del proprio mercato interno ricorrendo al più classico dei metodi: le spese militari. Con esse si sono raggiunti momentaneamente tre obiettivi: il sostegno del mercato interno, il controllo di aree strategiche del pianeta e la leadership militare globale a sopperire quella economica persa.

Ma come si è arrivati alla crisi in atto? Per lunghi anni gli Stati Uniti hanno drenato capitali esteri a sostegno di una congiuntura interna sempre più precaria. Molte economie, oltre alla loro, si sono sostenute garantendo condizioni favorevoli all’arrivo dei capitali (Irlanda, Spagna, etc.), ma gli investimenti venivano convogliati su beni immateriali e sull’edilizia. Il reddito pro capite però andava calando e la massa dei nuovi poveri cresceva per le condizioni di lavoro a tempo parziale, in affitto, a termine, etc. I nuovi lavori legati alla comunicazione, ai servizi, alla sicurezza, e simili, fornivano, l’abbiamo già detto, redditi decrescenti. Per sostenere la congiuntura era necessario dare crediti anche a chi non poteva garantire la loro restituzione, per esempio per l’acquisto di immobili. Finita l’ubriacatura della nuova destra statunitense (Pnac), col fallimento delle missioni in Iraq ed in Afghanistan, i nodi sono venuti al pettine ed il castello di carta è miseramente franato. L’economia reale, per anni ritenuta secondaria, la produzione di beni materiali, ha ripreso il sopravvento e le merci sono rimaste invendute. Nel frattempo nuovi e temibili concorrenti si sono affacciati sul mercato internazionale. Il Brasile, che aveva opportunamente svalutato il real prima che fosse troppo tardi, è riemerso quale potenza economica di primo piano. Ma soprattutto è la Cina che ha cominciato a dettare le proprie regole. Proprio quei paesi che non hanno vissuto le ubriacature della “new economy”.

5.3. Nuovo e antico

Per troppo tempo si è fatta propaganda sul “nuovo” o moderno contrapposto al “vecchio” che deve essere superato; non ultima la Fiat recentemente in Italia. Ora che il nuovo sia sempre meglio di ciò che preesiste è tutto da dimostrare. Il nazismo era sicuramente il nuovo negli anni venti del secolo scorso, ma è veramente difficile sostenere che esso fosse progressivo e da accettare con gioia. La rivoluzione khomeinista in Iran ha sostituito il precedente regime dei Pahlavi, sicuramente atrocemente repressivo, ma ha aggiunto a questa poco edificante caratteristica anche una buona dose di oscurantismo, prima assente, contribuendo fortemente al diffondersi del fondamentalismo islamico.

Il problema però è che negli ultimi quattro decenni, in economia, non solo si è proposto il “nuovo” come soluzione salvifica per i mali individuati, ma soprattutto si è spacciato per nuovo quello che in realtà rappresentava la riproposizione di metodi di gestione che la storia si era premurata di sotterrare da oltre un secolo. È commovente vedere ancora analisti economici, formatisi alla scuola dei Friedman, dei Modigliani e di altri mentori del neoliberismo, scrivere articoli, presentarsi in televisione a sostenere cure della congiuntura che non sono altro che la riedizione di quelle scelte che hanno portato alla drammatica situazione attuale. Tutto ciò con l’aria sicura e saccente di chi non nutre dubbi.

Se una cosa oggi è sicura, è che dalla crisi non si esce se non con un cambio radicale di paradigma teorico di riferimento.

6. Miopia e presbiopia

Ambizione di una qualsiasi teoria economica dovrebbe essere quella di progettare il futuro, incanalare le risorse verso obiettivi di crescita consolidabili, riposizionare il movimento operaio e degli sfruttati in una prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro. . Non si tratta di rispolverare i vetusti piani quinquennali, o le politiche di piano, ma la ricerca del profitto col minor rischio e nel minor tempo possibile risulta essere una metodologia destrutturante il sistema economico nel suo complesso. E’ invece interesse del movimento operaio, dei lavoratori subordinati nel loro complesso, di tutti quei lavoratori che sono stati costretti a individualizzare il loro rapporto di lavoro nelle mille forme del lavoro precario e destrutturato ricostruire il sistema di garanzie sociali. Non si tratta solo di un interesse e di un bisogno economico perché, mentre il depauperamento delle condizioni di vita affievolisce i diritti individuali e soprattutto collettivi, migliori condizioni di vita consentono di allargare i diritti, consolidano e migliorano i rapporti di classe a vantaggio degli sfruttati.

6.1. L’oggi che non costruisce il domani

All’avvio della crisi tutti hanno individuato nella finanza il male oscuro dell’economia mondiale. Importanti istituti di credito sono falliti. I loro massimi dirigenti sono finiti sotto processo. Da tutte le parti si invocava un cambiamento delle regole che governano la finanza internazionale, affinché ciò che è successo non si potesse più ripetere. Molti stati hanno rotto il tabù monetarista, che vieta l’intervento statale in economia, ed hanno versato nel sistema industriale ed anche in quello bancario ingenti capitali per far ripartire i motori della produzione. Ma dopo tre anni la crisi sta dispiegando ancora i suoi effetti, anzi si sta approfondendo.

Tutto ciò deriva dal fatto che i finanzieri controllano ancora le leve dell’economia globale; nuove regole non ne sono state messe e non si capisce nemmeno come ciò sarebbe potuto avvenire[20]. È il paradigma economico che deve cambiare e non esiste ancora una teoria di riferimento per uscire dalla crisi, come lo fu la teoria di Keynes per quella del 1929. Il fatto è che, come detto, la finanza tende ad investire laddove i profitti si presentano come rapidi da conseguire (speculazione, interscambi, giro vorticoso della proprietà delle partite delle merci, speculazione valutaria, etc.), e quindi raramente si fanno investimenti che gettino le basi di un reddito stabile, anche se più lontano nel tempo. Così si naviga a vista, per di più nella nebbia, la base produttiva si restringe ed il mercato collassa.

6.2. Il medio termine è già un lontano futuro

Non è solo la prospettiva a lungo termine che non fa parte dell’ottica del capitale finanziario, ma anche il medio termine prevede una lungimiranza che gli è ignota. È recente la notizia che il colosso farmaceutico della Pfizer, in vista della scadenza di molti suoi brevetti e di un conseguente calo delle vendite, sta pensando a dismettere il proprio centro di ricerche, forte di oltre duemila ricercatori. Ora è evidente che tagliare i fondi sulla ricerca significa sbarrare la strada per futuri proventi. La scelta operata decenni fa dalla stessa casa farmaceutica fu quella di investire massicciamente nella ricerca per garantirsi con i brevetti profitti a lunga scadenza. Quella strada ha portato oggi la Pfizer ad essere un’azienda in forte attivo. Il giudizio avanzato ora è tutto interno alla logica capitalistica, o a quella che dovrebbe essere una logica capitalistica, a prescindere dalla valutazione morale dei brevetti sui farmaci; è palese, infatti, che dovrebbe essere la società ad investire sulla ricerca farmacologia, affinché i successi su questo fronte fossero un beneficio per tutti e non una leva per il profitto privato; profitto che così è in grado di poter cinicamente negare le cure necessarie alla sopravvivenza dei diseredati del mondo.

Ma astraendo da queste considerazioni politiche e morali, resta il fatto che quello che oggi intende intraprendere l’azienda farmaceutica comporta a breve una riduzione dei costi che può far fronte ad un calo delle vendite e salvaguardare i conti societari; però nello stesso tempo nega una futura ripresa anche dei profitti, in quanto non ci saranno nuovi prodotti con cui poter riconquistare nuove quote e zone di mercato in sostituzione di quelle che andranno perdute.

6.3. Il tramonto dell’industria

Con queste premesse è retrospettivamente scontato che gli anni ottanta dello scorso secolo siano stati gli anni della deindustrializzazione; negli Usa enormi complessi industriali sono stati smantellati, sezionati, dismessi, riconvertiti. Sono esistiti manager la cui attività è stata quella di licenziare i dipendenti e ricavare da ogni spezzone della casa madre il massimo profitto, ma mai recuperandola ad una produzione, seppure riconvertita. E così quel paese è divenuto, da esportatore qual era, importatore e la bilancia commerciale è scesa in un rosso profondo da cui non si è più risollevata. Da allora gli Stati Uniti sono divenuti importatori anche di capitali, attirati dalla redditività finanziaria e dalla moneta forte, ma si costruiva sull’argilla. Il giro vorticoso degli investimenti su beni irreali, su crediti inesigibili, è salito sempre più in alto su di una scala a chiocciola e quando il terreno è franato alla base, la caduta è stata rovinosa. La moneta ha dovuto prima o poi deprezzarsi per il mancato sostegno dell’economia reale.

Ma l’affievolirsi della base produttiva ha danneggiato anche quelli che erano considerati i settori di punta e strategici su cui mantenere il primato indiscusso (elettronica, telecomunicazioni software, armamenti, biotecnologie) ed in essi la concorrenza inizia a farsi minacciosa. Ma l’innovazione tecnologica è ancora nei fatti la via salvifica da battere?

7. Innovazione

La seconda metà del secolo XX° è stata percorsa da un vertiginoso cambiamento dei sistemi produttivi, sia dal punto di vista delle modalità di lavorazione, sia da quello della tipologia delle merci. Tant’è che il periodo è noto come “terza rivoluzione industriale”: dopo la prima avvenuta nel settecento in Inghilterra e la seconda della metà dell’ottocento con epicentro la vecchia Europa, Germania in particolare, questa ha avuto origine e si è sviluppata negli Stati Uniti d’America. La prima era centrata sull’industria tessile, la seconda sull’elettromeccanica e la chimica e questa ultima sull’elettronica e la sua derivata informatica.

7.1. Mito e realtà

Giornalmente siamo frastornati da una pioggia di novità: cellulari di nuova generazione, iPad, navigatori, etc. sembra che l’innovazione tecnologica trasformi attimo per attimo la vita quotidiana. Quello che interessa esaminare, però, è l’impatto che le nuove tecnologie rivestono nei processi produttivi. Come detto sopra, l’origine di questa ondata di nuovi strumenti sta nella rivoluzione degli anni settanta del XX° secolo, quando la progressiva miniaturizzazione dei circuiti elettronici al silicio ha soppiantato i vecchi, ingombranti, energeticamente dispendiosi circuiti a valvole. Il transistor nasce nel 1947 per opera del premio Nobel Shokley, ma solo dopo che fu sciolto il segreto militare iniziò a farsi strada nell’industria. Con la nascita dei circuiti integrati, nel 1958, l’elettronica inizia a dare l’addio alle valvole. Negli anni ottanta la sostituzione ha praticamente termine. Con essa cambia profondamente il modo di produrre in tutti i settori industriali, la vita degli individui, la gestione dell’informazione. Tutto quello che succede da qual momento in poi, però, è un’evoluzione, seppur rapida e persino tumultuosa, ma non vera è propria innovazione.

Un aspetto da considerare, per comprendere lo stato della ricerca e quindi dei futuri profondi cambiamenti possibili, è quello dei finanziamenti con cui essa può operare. L’apporto dei privati ai finanziamenti ha sempre avuto (o meglio dai tempi della “big science” americana degli anni trenta, grazie alla Fondazione Rockfeller) un ruolo rilevante; occorre anche ricordare che un ruolo ancora più determinante hanno avuto i finanziamenti pubblici. La storia, brevemente riportata poco sopra, dei componenti elettronici al silicio vede gran parte delle ricerche svilupparsi in ambito militare. Internet nasce in ambiente militare. La Nokia è divenuta azienda leader nel settore della telefonia cellulare, grazie ad una riconversione alimentata dalla ricerca universitaria dei centri statali di Oulu in Finlandia.

Tutto ciò non toglie che il contributo privato in quasi tutti i paesi (l’Italia fa eccezione) è stato rilevante. L’esempio della Pfizer fa ora riflettere. Se la ricerca è stata fino a qualche tempo fa un settore strategico in cui molte multinazionali hanno investito (si pensi agli Ogm della Monsanto), ricavandone in seguito profitto, negli ultimi decenni ciò è andato deperendo. Alle carenze di prospettive strategiche del capitale finanziario ha ancora una volta sopperito la finanza pubblica: le guerre degli anni novanta e del primo decennio del duemila sono state, oltre che il modo per ribadire una volontà di dominio e specialmente di controllo sui gangli strategici della geopolitica, anche fucina di nuovi brevetti. Soprattutto, all’affacciarsi della crisi, tutti i paesi hanno rafforzato i finanziamenti al settore della cultura (tranne l’Italia). Sta, comunque, di fatto, che la grossa spinta all’innovazione tecnologica si è nel frattempo esaurita, proseguendo sull’inerzia conquistata oltre tre decenni or sono.

7.2. Informatica: comunicazione, controllo e amministrazione

La penetrazione sempre più nel profondo dell’informatica in tutti gli aspetti della vita odierna, il continuo emergere sempre più rapido di novità, non deve far perdere di vista l’oggetto di ciò che si sta ora analizzando. I processi produttivi, i settori tecnologici di produzione hanno conosciuto tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni ottanta sconvolgimenti vastissimi. Da allora il processo di immissione di novità non ha cambiato la sostanza, ha solo migliorato e reso più efficienti i sistemi.

Un esempio. La conflittualità operaia di quel periodo aveva prodotto forme di lotta nuove e più incisive: veniva colpita la rigidità della catena di montaggio, così come era uscita dalla taylorizzazione. Gli scioperi a scacchiera producevano il massimo danno con il minimo dispendio: bloccando un reparto, anche gli altri erano costretti a fermarsi per carenza dei pezzi provenienti da quello fermo e necessari per continuare le lavorazioni. In un primo tempo il padronato rispose con un ritrovato “meccanico”: il polmone, laddove venivano accumulati i pezzi provenenti dai vari settori della fabbrica, pezzi che potevano essere poi utilizzati al momento opportuno. Il controllo elettronico dei tempi di produzione linea per linea, reparto per reparto, isola di montaggio per isola di montaggio ha solo reso più agevole, più efficiente, più affidabile, meno ingombrante questo tipo di controllo della produzione.

L’enorme sviluppo dell’informatica, legato anche al costante progresso nella miniaturizzazione dei circuiti elettronici, migliora giornalmente le possibilità delle comunicazioni, anche se l’informazione continua a viaggiare alla stessa velocità con cui viaggiava all’inizio dello scorso secolo quando è stato inventato il telefono: quello che è cambiato è il volume di informazione veicolata. È aumentata la capacità di controllo, anche a distanza, dei processi produttivi e sociali[21]. Si è facilitata la gestione di ingenti quantità di dati e resa incredibilmente veloce il loro reperimento e la loro consultazione. Tutto ciò e vero, ma una rivoluzione industriale è un’altra cosa.

7.3. Le macchie di leopardo del progresso

In concomitanza la diffusione delle nuove tecnologie e la loro implementazione nei processi produttivi rende sempre meno ricca di contenuti professionali la prestazione lavorativa. Il primo effetto è quello di rendere più distante di sempre il cervello della produzione delle merci dalla loro esecuzione; poche mansioni molto elevate si accompagnano a molte mansioni che vanno progressivamente degradandosi. È per questo che i sistemi formativi dei paesi industrializzati tendono a perdere di obiettivi qualificanti ed anche di caratura degli approcci più genericamente culturali[22]. Il popolo di produttori, padroni di un mestiere, deve trasformarsi in un popolo di consumatori: una delle competenze tipiche che viene sempre più testata e richiesta nelle indagini internazionali è la capacità di leggere un manuale. E questo con buona pace delle enunciazioni di principio (Lisbona 2000 e la “società della conoscenza”)[23].

Riassumendo, quindi, a livello geopolitico tendono a formarsi aree a forte sviluppo industriale, intervallate da aree depresse; e come si è già detto la loro relativamente facile possibilità di essere interscambiate, per abbassare i livelli salariali e diminuire le capacità organizzative dei lavoratori, non le definisce una volta per tutte. A livello sociale la pezzatura, che si sviluppa orizzontalmente per la produzione materiale delle merci, si riproduce per stratificazione verticale. Da un lato pochi detentori delle ricchezze ed i loro alleati (politici, tecnici della comunicazione, alti gradi militari, intellettuali, progettisti, professionisti) e dall’altra ceti sempre meno abbienti. In alcune città dell’America latina e degli Stati Uniti la separazione sociale è divenuta anche fisica. Non che i quartieri di una città siano sempre stati tutti uguali, ma ora essi sono separati da mastodontici impianti di sicurezza, sia fisici che umani: la rabbia dei disperati senza futuro, un tempo regolata dalla possibilità dell’elevazione sociale, da un benessere crescente per i ceti medi cuscinetto, dalla promessa tangibile di un inserimento lavorativo stabile, dalla lotta sindacale collettiva, oggi può essere solo contenuta con la repressione militare.

Sono state sviluppate da diversi Stati simulazioni su quale sia la percentuale “fisiologica” della popolazione costretta a vivere in uno Stato in condizioni di indigenza totale senza che si giunga al punto di rottura tale da produrre una frattura di carattere rivoluzionario; mentre il progressivo depauperamento e la perdita dei diritti collettivi viene giustificata come un fattore indotto, non governabile o modificabile attraverso le politiche degli Stati, in quanto prodotto da un riequilibrio della distribuzione di ricchezza a livello planetario.

In realtà lo squilibrio dei redditi percepiti dalle classi dirigenti e i lavoratori subordinati non è mai stato così alto mentre è pressoché scomparsa la classe media, anche se – ad esempio – i partiti della cosiddetta sinistra italiana non sembrano essersene accorti impegnati nella loro forsennata e insensata ricerca di alleanze al centro dello schieramento politico e sociale.

8. Le risposte parziali

Il sistema capitalistico per fuoriuscire della crisi deve trovare nuove strade, come meglio si vedrà, visto che forse i tempi non sono, purtroppo, maturi per una fuoriuscita dal capitalismo, anzi non sono mai stati così lontani. Quello che non è possibile praticare è il tentativo di correttivi parziali, non in grado di mutare il quadro economico generale, e proposte in questo senso ne esistono diverse. Prima di analizzare l’ottica complessiva che può produrre un cambiamento tutto interno al sistema basato sulla proprietà privata, vediamo alcune di queste proposte, riduttive o addirittura controproducenti.

8.1. La decrescita

La teoria della decrescita, nata in Francia ad opera di Serge Latuoche, offre spunti interessanti di critica alla società dei consumi, mettendo sotto accusa il mito della crescita del Pil come unico parametro del progresso. “Continuare oggi a coltivare l’idolatria del Pil l significa non voler aprire gli occhi sull’assurdità di un’idea di ricchezza che non fa i conti con i costi ecologici e sociali dello sviluppo.”[24] Nel fare ciò mette il dito sulla piaga delle produzioni inutili o addirittura dannose, che rientrano ovviamente nel calcolo del Prodotto Interno Lordo: armamenti, pubblicità articoli di lusso etc.

Non si tratta di insegnare il comportamento ideale e nemmeno di colpevolizzare i singoli atti consumistici. La sfida più importante sta piuttosto nella capacità di mettere in campo delle differenti pratiche sociali, relazionali, simboliche. evocative, più ricche umanamente e socialmente, alla fin fine più desiderabili. […] Questo significa anche ricostruire forme di legame con i territori, valorizzando le risorse e i beni locali, le reti di economia sociale e solidale, rispondendo in primo luogo alle necessità della comunità locale e dell’ambiente e non a quelle del mercato. Il territorio è, per noi, la dimensione appropriata da cui ripartire per costruire una maggiore partecipazione e un reale decentramento: in altre parole per favorire l’autonomia, ossia la possibilità per ciascuno di definire in modo partecipato norme e regole di governo economico e sociale delle comunità. Un’utopia dunque? Un’utopia forse sì, ma un’utopia concreta. Due scenari sembrano infatti profilarsi all’orizzonte, quello di una decrescita reale, necessaria, subita, fatta di razionamenti imposti ai più poveri e foriera di prevedibili involuzioni autoritarie, come è del resto già accaduto negli Venti e Trenta del secolo scorso, a seguito dei fallimenti del liberismo ottocentesco, e quello, invece, di una decrescita condivisa, sostenibile e responsabile che al contrario può dischiudere grandi opportunità per la democrazia e l’autogoverno delle società. Vi chiediamo di unirvi a noi per aiutarci a fare sì che sia la seconda, e non la prima, l’alternativa entro cui possa confluire il corso della storia del XXI secolo.”[25]

L’accento è fortemente anticapitalistico, ma i problemi, dal nostro punto di vista, sono tanti. Prima di tutto, al di là della dichiarazione di non voler colpevolizzare i singoli comportamenti, in realtà la responsabilità del cambiamenti, più che ad una radicale revisione del sistema, si orienta verso una modifica dell’etica dei gruppi locali formati di pochi individui spesso impotenti di fronte alle scelte generali. Secondariamente, se l’Occidente industrializzato è malato di crescita, la grande maggioranza della popolazione mondiale vive sotto i limiti di povertà: se è vero che la crescita del Pil della Francia poco aiuta i diseredati del quarto mondo, è anche vero che per essi la decrescita è uno slogan senza senso. Va poi considerato che dismettere alcune produzioni (francamente inutili e dannose) in assenza di un cambio globale di sistema economico, produce solo ulteriori disoccupati, e quindi decrescita sì, ma dolorosa.

Infine la critica più teorica. La teoria della decrescita è a parole “anticapitalistica”, ma perché identifica “capitalismo” con “capitale”. Ora non c’è società umana priva di capitale (umano, di mezzi di produzione, di infrastrutture, di Welfare). Il problema del capitalismo non è il capitale, ma il suo utilizzo, la sua gestione in regime di proprietà privata, in ultima analisi il “profitto” e non la sua utilizzazione sociale. Sulla proprietà privata e sul profitto la teoria della decrescita nulla ha da dire.

Pensare oggi a una “ricetta” per uscire dalla crisi che non abbia respiro globale, che non si faccia carico delle necessità del miglioramento delle condizioni di vita alimentare, sanitaria, di sicurezza sociale per tutte le aree del pianeta significa riproporre soluzioni destinate a fallire allor quando esse impattano con i bisogni insopprimibili del resto del mondo, che, deprivato di ogni prospettiva, cercherà di migrare verso le aree ricche del pianeta, né potrebbe fare altrimenti.

8.2. L’economia neocurtense

L’economia neocurtense si caratterizza per l’esistenza sul territorio di aggregati, o di “isole”, organizzati economicamente in modo da sottrarsi alla notevole pressione fiscale esercitata dallo Stato visto come depauperizzatore della ricchezza prodotta per voler distribuire il reddito sui suoi territori. Queste “isole” si sviluppano spesso a latere dei comprensori e si appoggiano sulla loro specializzazione e sulle capacità dei comprensori stessi di fare rete, anche se affermano di essere autosufficienti. Spesso queste “isole” ospitano al loro interno e a margine aree dormitorio di immigrati che vengono sfruttati a livelli insopportabili mediante le locazioni. Le spese di insediamento sul territorio, fornite dalle amministrazioni locali, sono spesso con standard di qualità inferiore ai servizi destinati agli abitanti autoctoni. In tal modo gli immigrati sostengono il modello economico con il loro reddito e con il versamento dei contributi sociali, ma vivono una situazione precaria e possono essere espulsi in qualsiasi momento.

I produttori piccoli e medi ma anche i titolari di insediamenti a carattere multinazionale preferiscono codeterminare e sottomettersi alle forze locali che gestiscono uno specifico territorio per sfuggire agli oneri di natura economica contratti verso lo Stato. Il rapporto tra grandi multinazionali e piccoli e medi produttori trova fondamento nell’interesse dei primi a utilizzare soggetti sui quali scaricano i costi generali della produzione e la gestione della forza lavoro in cambio di una partecipazione al profitto. La possibilità per le multinazionali di recidere in ogni momento il rapporto grazie all’intercambiabilità delle aree e alle tecniche di delocalizzazione, pone in una posizione di perenne sottomissione le aziende di dimensioni medio piccole[26].

L’economia neocurtense caratterizza così progressivamente le aree a gestione diretta del territorio e si segnala per l’assenza di cataloghi universali di valori, in quanto rinviene nel localismo e nella “chiusura” della gestione dei rapporti sociali e produttivi, l’elemento fondante di una identità altrimenti inesistente. Esponenti della classe dirigente, che gestisce i territori, diventano i referenti per l’attribuzione di agevolazioni da parte delle entità di governo delle grandi aree produttive (Europa, Nord America Cina, India, etc, per esemplificare), traducibili in esenzione da particolari tasse o balzelli, secondo una scala differenziata di accesso ai privilegi che gioca gli uni contro gli altri. I gestori di questi territori diventano il vero e proprio arbitro della situazione, esercitando direttamente sui loro “possedimenti” il controllo fiscale, giuridico, militare e politico e dando vita a un’economia di sussistenza, caratterizzata da una contrazione della domanda.

Si crea sul territorio un reticolo di aree a gestione autonoma e tuttavia le aree di sviluppo e di sottosviluppo si intersecano e si scambiano nel tempo. Benché si tenda a produrre il più possibile all’interno di ogni singola zona o area territoriale in un’ottica di autoconsumo non si tratta di una economia chiusa. C’è bisogno di commercio e di scambi soprattutto in una struttura produttiva come quella descritta nella quale esistono specializzazioni e nicchie produttive. Perciò le vie di comunicazioni devono essere molteplici ed efficienti (corridoi tipo val di Susa) e questo vale soprattutto per il trasporto e la distribuzione di energia ma anche per le merci. La contiguità frequente con i distretti fa il resto.

La natura di queste cellule produttive autonome, di questi territori, dal punto di vista istituzionale assume il volto di piccole patrie che trovano una loro ricomposizione in entità sovranazionali di dimensioni continentali, gestori della forza militare che ha funzioni di polizia interna all’area, più che di difesa esterna. Il modello descritto è comunque un modello miope, perché, come già sottolineato, alla lunga si rendono sterili i mercati. Un primo segnale viene dall’incapacità del modello di reggere il sostentamento dei soggetti deboli, anziani e malati, che riversano sul volontariato il peso del loro mantenimento o cercano rifugio in aree dell’Est Europa dove mettere meglio a frutto l’ammontare delle loro pensioni.[27]

8.3. Le divisioni etniche

Nel quadro suddetto il sorgere di ostilità tra appartenenze linguistiche, religiose, consuetudinarie diverse, che appaiono a chi le pratica l’orgogliosa affermazione della propria identità e della propria autonomia, risultano essere invece, in ultima analisi, funzionali alla visione del mondo che il capitalismo ha fin ad oggi praticato. Dalla “fine della storia”[28], con la caduta del muro di Berlino e la nascita del mondo unipolare, con la proterva imposizione di un pensiero unico, sono sorti nuovi Stati quanti altri mai in un lasso di tempo analogo; tutti frutto di divisione di entità nazionali fino ad allora convissute in una onorevole armonia.

A questo aspetto fa da apparente controaltare la civiltà realmente multietnica che i forti flussi migratori determinano non più solo nella grandi capitali, ma anche nei piccoli paesi. Le “isole della purezza” vengono contaminate dalle culture più distanti che si possano immaginare. Ma ciò non rappresenta una contraddizione. Prima di tutto perché l’afflusso di manodopera a basso costo riempie i vuoti lasciati nei mestieri più faticosi e meno appetibili e, soprattutto, calmiera il costo del lavoro; a beneficio di coloro che agitano le acque della preservazione dell’identità culturale di un territorio. Poi perché contribuisce a formare l’immagine di un nemico invasore, venuto a rubare il posto di lavoro o a delinquere; così le classi subalterne hanno un falso obiettivo su cui sviare la propria ostilità. C’è quindi un ritorno sia economico, che politico.

8.4. La politica sociale delle religioni del libro.

Come per uscire dalla crisi del 1929 c’è stata una deriva collaborazionista tra capitale e lavoro (costituita dal fascismo e dal nazismo), anche ora esistono soluzioni di questo tipo ben rappresentate dalle “dottrine sociali” di alcune religioni, in particolare di quelle cosiddette del libro.

I precetti sociali dell’ebraismo hanno subito una notevole trasformazione a causa della nascita dello Stato di Israele, che ha fatto si che le attività delle comunità e delle lobby ebraiche fossero indirizzate al sostegno di questo stato e della sua economia. L’effetto è stato quello della distruzione della cultura ebraica, della solidarietà che ha origini veterotestamentarie e si concretizzava nella remissione dei debiti dopo sette anni e nel ripristino quindi dell’uguaglianza nelle condizioni di vita reale. Questa pratica arcaica, sopravvissuta nella cultura del ghetto come un frammento culturale di una concezione solidale della vita di relazione, spiega l’adesione di molti provenienti dalla cultura ebraica nei movimenti di classe di sempre.

L’Islam ha invece ereditato strutture di solidarietà dall’esperienza romana e bizantina e ha poi trasformato questi istituti in una tassa obbligatoria – la Zakat – e nella presenza di enti tipo fondazioni – i Vacaf – dediti alla protezione del popolo dei credenti. Nell’islamismo classico questi istituti oggi sopravvissuti si accompagnavano al divieto dell’uso del conto corrente e quindi alla presenza di contratti di associazione tra le banche – il capitale finanziario – e le imprese. Il fondamentalismo religioso islamico deve alla sua proposta economica, molto simile al modus operandi delle banche tedesche, buona parte del suo successo a livello di messaggio sociale.

Ne è da meno nel proporre una propria visione dell’economia il cristianesimo e in particolare il cattolicesimo attraverso la sua dottrina sociale, incentrata sulle famiglie, su una società modulare e corpuscolare, caratterizzata dalla negazione e dal superamento del conflitto tra capitale e lavoro, strenua sostenitrice della cogestione delle imprese. Come si vede un programma sociale non molto lontano dalle teorizzazioni e dalle pratiche della CISL oggi in Italia. La politica di cattolica oggi in realtà si articola nel richiedere il sostegno alle famiglie più che agli individui, in una forte presenza nel volontariato sociale, pesantemente finanziato attraverso fondi pubblici, nella ricerca in tutti i settori e soprattutto a livello scolastico, di rapporti di sussidiarietà con lo Stato e i poteri pubblici. Ne risulta un privato sociale ideologicamente caratterizzato e condizionato dalle appartenenze religiose.

Da qui una convergenza nei fatti dello schema religioso cattolico di gestione dei rapporti sociali e produttivi e quello dell’economia neocurtense; prova ne sia che i movimenti politici che sostengono quest’ultimo modello sono fortemente percorsi dall’appartenenza religiosa cattolica, la dove la religione e i suoi simboli vengono intesi come un marcatore culturale del territorio.

I modelli sociali e culturali religiosi di gestione dei rapporti tra capitale e lavoro impongono al movimento operaio e a tutti i lavoratori subordinati, a causa della subordinazione al capitalismo, il rigoroso rispetto del principio di laicità e la separazione tra Stato e confessioni religiose di ogni tipo.

8.5. Localismo contro globalizzazione

Le risposte locali alla globalizzazione sono illusorie, quando non sono ad essa funzionali. Prima di tutto perché il mercato globale non è un’invenzione artificiale, ma l’evoluzione di una tendenza intrinseca allo sviluppo del capitalismo; tra l’altro iniziata col capitalismo stesso. Il capitale finanziario, poi, ha sempre conosciuto un’estrema mobilità, facilitata ed accentuata nello scorcio dello scorso secolo dalle innovazioni tecnologiche. I territori vengono attraversati dalla globalizzazione con moti alterni, come un’onda e la sua risacca.

E qui interviene il secondo punto. Pensare che sia un’economia locale quella che può fare da argine all’estendersi dei mercati non solo è perdente, ma facilita la mobilità degli investimenti, rendendo inoperanti vincoli di solidarietà tra classi subalterne di territori diversi. Mentre il capitale finanziario accentua la propria vocazione internazionalista, l’internazionalismo non rientra più nell’immaginario degli sfruttati.

9. La realtà cinese

Nel bel mezzo della crisi globale un paese, in particolare, va decisamente controcorrente, un paese che si è affacciato da poco più di due decenni al capitalismo: la Cina. Si moltiplicano le pubblicazioni e gli studi sui suoi successi economici e sulla sua crescita continua a due cifre. È un modello esportabile? È il modello su cui si rigenererà il capitalismo dell’inizio del XXI° secolo? I paesi occidentali, sede storica dello sviluppo industriale, hanno qualcosa da imparare? Gli imprenditori che hanno scelto di investirvi hanno fiutato il futuro o stanno solo sfruttando una congiuntura favorevole?

9.1. L’accumulazione primitiva

Negli anni novanta la Repubblica Popolare Cinese, uno dei pochi stati “marxisti” sopravvissuti al 1989, quello più popoloso al mondo, introduce alcune macchie di capitalismo nel proprio sistema economico statalizzato: vengono create le Zone Economiche Speciali (Zes), di cui Shenzen nel Guandong è la più famosa. In esse si attirano i capitali stranieri offrendo condizioni di investimento e di prestazione del lavoro quanto mai favorevoli; i salari sono bassissimi, gli orari massacranti, i servizi sociali sconosciuti, la sindacalizzazione una chimera. In questa situazione non è strano che gli incidenti sul lavoro siano frequenti e devastanti. Ma in Cina la manodopera non scarseggia e la continua inurbazione dalle campagne costituisce un esercito di riserva praticamente inesauribile.

Lo scopo è facile da capire. Fallita l’economia statalizzata, in crisi la collettivizzazione agricola, la burocrazia al comando della nazione non vede altri sbocchi che quella di avviare una transizione al capitalismo. Per operare la transizione necessita di una buona riserva di capitale, al momento inesistente e deve quindi avviare la fase nota come “accumulazione primitiva”, quella che l’Inghilterra ha effettuato nel XVIII° secolo. Decide quindi di attirare i capitali esteri per approntare gli impianti di produzione, fornendo ciò di cui è più ricca: la manodopera a basso costo.

La variante, però, è che questa accumulazione non deve finire appannaggio dei privati, ma deve prima o poi tornare nelle mani della casta burocratica che ha avviato il processo, che quindi lascia ampia libertà di sfruttamento nelle zone individuate, ma tende a detenere le redini del sistema complessivo.

9.2. Mercato controllato

Tenere sotto controllo la situazione, per poi intervenire ad accumulazione primitiva del capitale avvenuta, comporta per la burocrazia di partito cinese seguire una linea economica contraria a quella entrata in voga negli ultimi decenni nei paesi industrializzati; non lasciare il mercato in balia dei gruppi monopolistici internazionali, gli stessi che parlano di “libero mercato”, ma programmare lo sviluppo industriale. Soprattutto in Cina lo Stato spende per gettare le prime infrastrutture di un Welfare finora quasi inesistente, e usa la molla del capitale estero per attivare un mercato interno in grado di assorbire la produzione e quindi farla crescere in funzione dei bisogni che si vanno formando[29].

Lo Stato cinese, o meglio il Pcc, capisce, in controtendenza col resto del mondo accecato dalla teoria economica monetarista, che per far crescere il mercato interno occorre creare una classe media, fino a trent’anni fa inesistente, classe media che nel resto del mondo viene progressivamente distrutta. Ed è così che il “marxismo cinese” non crolla fagocitato dagli oligarchi cresciuti nell’ex-Urss all’ombra dello stalinismo, non diviene preda delle mafie infiltratesi nei gangli di una burocrazia ottusa e avvezza alla menzogna del rispetto dei piani della programmazione presuntuosamente capillare.

Già nel 1925 il Pcus aveva intravisto la fuoruscita dalle secche della statalizzazione totalizzante nella reintroduzione della proprietà privata e nello stimolo dell’interesse del singolo: il primo piano quinquennale fu attuato sotto l’egida dello slogan “Arricchitevi!”. Ma poi prevalse l’accentramento assoluto di Stalin ed in Unione Sovietica una classe media non si è mai formata. Il successore di Mao, Deng, è stato più lungimirante ed in Cina la transizione a forme reali di capitalismo è effettivamente avvenuta, forme però non coincidenti con quelle occidentali della distruzione del controllo statale, della supply-side economy e della mano libera al capitale finanziario. Lo Stato cinese detiene il controllo delle banche e quindi del credito e non sono le banche a detenere il controllo delle politiche statali e sovranazionali

9.3. Preminenza della produzione

Il modello brevemente sopra descritto, in cosa può essere riprodotto nello schema di funzionamento del capitalismo occidentale? Non certo le condizioni di sfruttamento della forza lavoro che si possono verificare nelleZes. È vero che in molti paesi, per non dire in tutti, le conquiste dei lavoratori sono state in gran parte riassorbite e ciò è successo fin dall’avvento del monetarsimo nella Gran Bretagna della Thatcher. Ed è altrettanto vero che la crisi ha fornito una potente accelerata al processo di degradazione della prestazione lavorativa. La cesura generazionale tra posto “garantito” e posto di lavoro precario è dilagata negli anni novanta e nel primo decennio di questo secolo, ma ancora non era successo che in una stessa fabbrica esistessero due contratti e due retribuzioni diverse tra un lavoratore anziano ed un neoassunto, come alla Chrysler di Detroit[30]. Ed è infine vero che i nuovi contratti che verranno sottoscritti tra gli assunti e i nuovi germogli della vecchia Fiat delineano un asse di potere tra imprenditore e lavoratore inedito da oltre un secolo. Ma tra tutto ciò e le condizioni lavorative di un operaio cinese c’è ancora un abisso incolmabile. Per di più anche nelle Zes si iniziano a verificare le prime aggregazioni operaie, le prime rivendicazioni salariali e le prime prese di coscienza ambientale e se questo avviene in un territorio vergine per la sindacalizzazione, c’è buona speranza per quelli di più antica tradizione.

Quello che il capitalismo nostrano dovrebbe apprendere dalla Cina è che il mercato non può da solo regolare automaticamente il ciclo produttivo e che, quindi, è impensabile destrutturare i controlli centrali nazionali per lasciare mano libera ai distretti, soggetti deboli sottoposti ai voleri delle multinazionali.

Un altro ammaestramento utile è quello relativo alla sopravvivenza della classe media; se ovunque si punta alla riduzione dei costi di produzione, il circolante diminuisce, tutte le classi si impoveriscono ed in particolare la classe media, ossatura del mercato interno, tende a ripiegare abbassando consumi e risparmi. La merce prodotta trova sempre meno compratori e la congiuntura si avvita su se stessa.

Ne discende, infine, che il potere finanziario va ridimensionato e riportato sotto un controllo programmatorio che gli è estraneo, pena il non uscire dalla situazione creatasi. Il più grande insegnamento del modello cinese è che, anche in una logica di profitto, quella che conta non è l’arricchimento speculativo a breve, ma la produzione, che prima o poi si riprende la propria rivincita.

9.4. Il controllo delle terre come materie prime

La Cina è consapevole delle proprie debolezze. Sa che malgrado le politiche demografiche tese al controllo delle nascite le richieste alimentari del paese cresceranno più del bisogno di materie prime e di energia e perciò – imitata da altri paesi in crescita come l’India – che hanno analoghi problemi, si dedica con particolare attenzione all’acquisto di terre. Cina e India sono due paesi in crescita, con una classe media in espansione e una dieta che si arricchisce di derivati del latte e di carne e ciò vuol dire maggior consumo di cereali. In questa strategia Cina e India vengono emulate dalla speculazione internazionale che lavora per fare dei diritti di coltivazione una “merce” da negoziare sul mercato finanziario e speculativo. I protagonisti sono i fondi d’investimento e i Paesi con grandi ricchezze finanziarie, ma scarsa dotazione di terra come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait.

.Questa tendenza si è accentuata dopo l’impennata dei prezzi dei generi alimentari di due anni fa, per effetto della diminuzione della produzione dovuta alla conversione delle coltivazioni alla produzione di generi adatti a sviluppare energia. In meno di due anni, tra il 2007 e il 2009, almeno 20 milioni di ettari di terreni coltivabili – pari all’Italia dalla Val d’Aosta fino a Napoli – sono stati oggetto di negoziati e accordi tra governi e società private Questi terreni da comprare e seminare a grano, soia, riso sono ubicati soprattutto in Africa. Gli acquisti – ma si tratta nella gran parte dei casi di affitti fino a 50, anche 99 anni – sono fatti formalmente da aziende private, che nascondono governi che operano mediante fondi sovrani o agenzie di credito, con transazioni a meno di 1 dollaro all’ettaro.

Il rischio di una futura prossima bolla speculativa su questi diritti di sfruttamento non è da escludere

  1. L’uscita dalla crisi

Ogni giorno viene annunciato un miglioramento della congiuntura. Il 2010 è stato meglio del 2009, si dice; ma non si dice che il 2009 ha registrato una caduta talmente profonda, che un minimo rimbalzo era ben prevedibile. Si dice anche che gli ordini sono cresciuti, salvo poi scoprire che il mercato è ancora in calo. Per anni lo stentato tenore dell’economia mondiale ha vissuto nell’eterna speranza di un’esplosione positiva, perennemente dietro l’angolo. Ora dietro l’angolo ci sarebbe la ripresa, sempre poi rimandata per motivi contingenti, che, guarda caso, puntualmente vanificano le speranze disseminate.

10.1. Deve cambiare il paradigma

Una cosa è certa. I rimedi che vengono attualmente proposti forse possono servire a lenire gli affanni maggiori, localmente e momentaneamente, ma sicuramente non permettono il riprodursi di un nuovo ciclo espansivo. Anche quegli Stati (non l’Italia) che hanno immesso risorse pubbliche nel sistema economico, invertendo quelli che sono i dettami del neoliberismo, lo hanno fatto per la maggior parte per mettere in sicurezza i conti degli istituti bancari; solo in alcuni casi le risorse sono arrivate direttamente alle aziende produttive. E questo significa, in realtà, mettere benzina sul fuoco, alimentando quel settore del capitale che è all’origine dei mali attuali.

Il problema che allo scoppiare della crisi del 1929 un nuovo paradigma economico era già predisposto e bastava solo rendersi conto che quella era la strada da battere per invertire la congiuntura. Nel 2007 la situazione era completamente diversa. Esiste una pletora di proposte alternative al monetarismo, ma nessuna ha l’ossatura di un autentico nuovo paradigma teorico. Un ritorno indietro al keynesismo è improponibile ed il capitale è cieco e diviene quindi estremamente difficile fare previsioni sulle vie e sui tempi di uscita dalla crisi.

Quello che è possibile vedere ora è solo il perpetuarsi dei conflitti intercapitalistici per il controllo delle materie prime; fonti energetiche, prodotti alimentari, materiali strategici, materie prime, tecnologie, etc. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno fallito il tentativo di controllare totalmente il Medio Oriente, soggiogando Irak e Afghanistan, per isolare l’Iran e poi conquistarlo; hanno constatato che il petrolio del Mar Caspio non è in grado di soddisfare i fabbisogni, per le difficoltà connesse alla gestione dell’oleodotto che porta a Cehyan a causa delle turbolenze dell’aerea interessata dall’attraversamento; si sono resi conto che il prezzo del greggio punta a salire per la fame d’energia crescente dell’economia emergente cinese; allora non è strano che appuntino i loro interessi sulla sponda sud del Mediterraneo, un tempo terreno di approvvigionamento privilegiato dei paesi europei. Tra l’altro la situazione nordafricana è per gli Stati Uniti un’ottima occasione per rimettere piede nel continente per tentare di arginare il dilagare della presenza cinese, un’occasione che non si ripresentava dagli anni novanta, quando fallì il tentativo di insediarsi nella dissoluzione della Somalia.

10.2. La lezione del passato

Il recente passato ci conferma ciò che doveva essere chiaro già da un secolo e mezzo: il mercato non è un regolatore automatico del ciclo economico; la concorrenza non genera benefici ai consumatori e non aiuta nuovi imprenditori ad affacciarsi alla produzione; il capitale finanziario non è in grado di gestire una strategia di sviluppo a medio e lungo periodo. Quando sopra si è detto che nella estrema finanziarizzazione dell’economia è da ricercare l’origine della crisi che stiamo attraversando non si intendeva dire che questa è una crisi finanziaria, ma solo che l’attuale crisi di sovrapproduzione trova la sua origine nella particolare concezione che il capitale finanziario ha della gestione della produzione e del profitto.

Con la crisi del 2008 è finita l’ubriacatura delle deregolazioni, degli Stati leggeri, delle privatizzazioni, delle agenzie di rating, delle incursioni speculative, delle crociate antinflazionistiche, delle monete forti, dello strapotere bancario. O meglio tutto ciò dovrebbe essere finito se il capitalismo si rendesse conto che quella sinora battuta è una strada senza via d’uscita. Dalla Cina occorrerebbe imparare che non c’è futuro se non entra in vigore un controllo globale della congiuntura economica e se non si ricostituiscono nelle zone produttive delle strategie di sviluppo in cui incanalare gli investimenti. C’è la sensazione, invece, che la lezione che il padronato intende importare dall’Estremo Oriente è proprio la parte transeunte del suo modello, quello delle condizioni di ipersfruttamento della forza di lavoro. Come detto, questo per la Cina è un passaggio capitalisticamente necessario per costituire l’accumulazione primitiva, fase che l’Occidente industrializzato ha già superato da molto tempo e che riproporre ora, nella speranza di allargare il profitto, è pura miopia imprenditoriale.

10.3. Riaprire la dialettica capitale-lavoro

I manager cresciuti negli anni ottanta hanno fatto del risparmio della forza di lavoro, della compressione dei salari, della distruzione del Welfare e della precarizzazione dei lavoratori un credo assoluto e indiscutibile. Marchionne non è un isolato battitore, ma ricalca quanto già fatto da altri in altri paesi. Il problema è che il capitale ha cercato per più di un secolo le strade per allargare il mercato oltre i limiti che naturalmente lo recintavano in un dato momento storico. Il colonialismo è stata la prima risposta; poi i salari operai passarono dall’essere un costo di produzione ad essere una risorsa di mercato. Fu così che fette crescenti di popolazione videro aumentare i propri livelli di vita e ebbero accesso a consumi precedentemente impensabili; ciò non fu frutto di filantropia, ma preciso calcolo imprenditoriale e la pubblicità assurse al ruolo di impegno centrale per ogni impresa che volesse affacciarsi al profitto.

In quella visione la lotta sindacale non era solo antagonismo sociale e ginnastica rivoluzionaria, come la intendeva l’avanguardia di classe, ma anche fattore di ristrutturazione del capitale e motore della sua crescita. Trent’anni di monetarismo hanno oscurato tutto questo. Ma se oggi i mercati interni non vengono rivitalizzati, se l’immenso fiume di denaro che molti governi hanno immesso nei propri sistemi economici vanno al salvataggio delle banche e non ai consumi dei cittadini, lo sbocco delle merci che verranno prodotte non verrà trovato né nei mercati interni, né in quelli esteri altrettanto depressi. I sindacati aziendali della Chrysler hanno accettato di produrre con salari più bassi e, soprattutto, con salari differenziati al peggio per i neo assunti, nella speranza che una ripresa delle vendite riporti ossigeno alle casse della ditta, profitti nuovi di cui i lavoratori usufruirebbero, avendo una compartecipazione agli utili. Ma se le vendite non ci saranno il sacrificio fatto non servirà a nulla.

Per l’Italia, ad esempio, gli accordi separati, l’esclusione di fette di lavoratori dai tavoli della trattativa per garantirsi accordi vantaggiosi, il ricatto occupazionale legato alla minaccia di delocalizzazione, il persistere nella trasformazione dei posti di lavoro a tempo indeterminato in posti di lavoro “flessibili”, la continua erosione delle stato sociale, continuano ad affondare le possibilità di ripresa e se ne è accorto anche il Governatore delle Banca d’Italia, Mario Draghi. Il capitale non ha una via d’uscita se non riapre una positiva dialettica con i lavoratori, indipendentemente dai ragionamenti etici sulla equità sociale.

10.4. L’alternativa è il gorgo della recessione e l’emergere della Cina

I rimedi oggi in campo per superare la crisi sono inadeguati, anzi tendono a perpetuare, aggravandola, la situazione, perché non fanno altro che riproporre gli schemi economici che l’hanno prodotta. La nuova potenza cinese, che ormai cresce da anni a ritmi superiori a tutti i concorrenti, fornisce indicazioni utili, ma occorrerebbe che se ne sfruttassero le indicazioni precorribili, lasciando perdere quelle improponibili e di corto respiro; peccato che si faccia esattamente il contrario.

Cerchiamo ora di abbozzare quella che potrebbe essere una possibile uscita tutta capitalistica dalla crisi e per farlo si riparte dallo schema del II capitolo, rivedendo la quarta riga, perché la vecchia non si è realizzata per l’esplodere della crisi. La nuova fase che dovrebbe aprirsi presenta per lo meno due incognite. Non c’è una tecnologia nuova in grado di far ripartire il ciclo, come fu il tessile per la prima rivoluzione industriale, la chimica per la seconda e l’elettronica per la terza. Ma soprattutto, come più volte detto manca una teoria in grado di stabilizzare il governo del sistema.

Un ciclo produttivo così disperso territorialmente favorisce l’illusione di un risparmio sul costo del lavoro, ma aumenta a dismisura i costi della logistica, sia per la costruzione delle necessarie infrastrutture, sia per i trasporti di collegamento (come l’eresia di assemblare a Torino pezzi prodotti a Detroit, per riportarvi successivamente i prodotti finiti), questa insensatezza dovrebbe trovare un ridimensionamento e comportare una parziale ricomposizione del ciclo.

Non sembra matura una fase di allentamento degli oligopoli, che però dovrebbero iniziare a rispondere a logiche industriali e non puramente finanziarie. Questo dovrebbe far riemergere una struttura produttiva meno disseminata e meno soggetta a pressioni da depauperamento provenienti dalle aree di sottosviluppo che circondano i corridoi; l’esperienza dell’oleodotto Baku-Cehyan dovrebbe fare scuola; così come dovrebbero far riflettere le incertezze legate alle instabilità politiche dei territori di produzione delle materie prime, dovute alle ineguaglianze sociali alimentate dai regimi autoritari legati alle multinazionali. Dai poli di concentramento delle produzioni lo sviluppo dovrebbe lentamente diffondersi ai territori limitrofi ed alle aree attraversate dai corridoi.

Infine è necessario ricostruire un controllo complessivo di sistema, almeno per vaste aree, onde evitare incursioni speculative che lasciano solo deserto produttivo. Ne risulta il quadro sottostante.

Tecnologia

Produzione

Mercato

Struttura

Controllo

2.1. Fino agli anni ‘70

elettromeccanica

fordismo

oligopoli

stato-nazione

moneta

2.2. Dagli anni ‘80

sei tecnologie

ciclo frammentato

competizione per segmenti

reticolo di aziende

aree omogenee

?

2.3. Nuovo secolo

finanza

ciclo frammentato

concentrazione oligopolistica

sviluppo neuronale

authority

2.4. Un nuovo ciclo?

?

parziale ricomposizione

concentrazione oligopolistica

irraggiamento dello sviluppo

governi sovranazionali

A noi non spetta tracciare una via d’uscita per il capitalismo in crisi, spetta solo prevederne, se possibile, le mosse. Queste delineate sono quelle di buon senso che comportano, nella rivitalizzazione dei mercati interni (nuovo Welfare, salari crescenti, occupazione stabile), la possibilità di un nuovo ciclo espansivo. Il perpetuare manovre recessive porta tutti verso un vortice depressionario di cui non si intravede la fine.



[1] Michail Bakunin, Lettera a Celso Ceretti e a Carlo Gambuzzi, in Michail Bakunin. Opere complete, vol. III, Anarchismo, Catania 1977, pp. 156-163.

[2] Aa.Vv., Ai compagni sulla Cina, CP, Firenze 1972.

[3] Luigi Di Lembo, Saverio Craparo, Giancarlo Leoni, Pasquale Masciotra, Marco Paganini, Giovanni Cimbalo, Ai compagni su: capitalismo, ristrutturazione e lotta di classe, CP, Firenze 1975.

[4] UCAT, I comunisti anarchici e l’organizzazione di massa, CP, Firenze 1984.

[5] Aa.Vv., Il “Programma minimo” dei Comunisti anarchici, CP, Firenze 1998, pp. 23-52.

[6] Aa.Vv., Tattica generale dei comunisti anarchici, I quaderni di AL, Cremona 2004, pp. 6-20.

[13] Cfr. Enrico Wolleb, in Azimut n° 18 rivista bimestrale di economia politica e cultura – luglio-agosto 1985.

[15] Piero Sraffa, Production of Commodities by Means of Commodities, Prelude to a Critique of Economics Theory, Cambridge University Press, 1960, trad. It. Produzione di merci a mezzo di merci, Einaudi, Torino 1960.

[16] Kenichi Ohmae, The End of the Nation State – The Rise of Regional Economics, 1995, McKinsey & Company, (trad. it.La fine dello Stato-nazione. L’emergere delle economie nazionali.,Milano 1996, Baldini&Castaldi).

[17] Federico Rampini, L’Impero di Cindia. Cina, India e dintorni: la superpotenza asiatica da tre miliardi e mezzo di persone, Mondadori, Milano 2007, p. 371; Id:, La speranza indiana. Storie di uomini, città e denaro dalla più grande democrazia del mondo, Mondadori, Milano 2008, p. 245; Serge Michel, Michel Beuret, Cinafrica. Pechino alla conquista del Continente Nero, Il Saggiatore, Milano 2009; Raffaele Cazzola Hofmann , Cina, il boom made in Africa. Origini storiche e attualità di un nuovo assetto mondiale, Città Aperta, 2009.Riccardo Barlaam, Massimo Di Nola , Miracolo africano. Leader, sfide e ricchezze del nuovo continente emergente, in Il Sole 24 Ore, 2010; Andrea Goldstein, André Urani , Dove povertà ed esclusione coesistono con realtà d’eccellenza, Il Mulino, Bologna 2011; Carlo Pietrobelli, Elisabetta Pugliese , L’economia del Brasile. Dal caffè al bioetanolo: modernità e contraddizioni di un gigante, Carocci, 2007; Aa. Vv., L’impresa verso i mercati internazionali, Focus Brasile, in Il Sole 24 Ore, Globalizzazione e mercati internazionali, 2010.

[18] La globalizzazione dell’economia come la circolazione di merci e di persone tra le diverse aree del pianeta costituisce un fenomeno i cui effetti sono stati analizzati almeno a partire da due secoli orsono. Cfr.: Adam Smith,Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Isedi, Torino 1973, pp. 141 e 618. Pertanto secondo l’analisi economica del liberalismo classico il rinchiudersi nel localismo e il rifugiarsi nell’etnia significa porsi per molti versi al di fuori dell’inevitabile sviluppo globale delle forze produttive e dell’economia.

[19] ORA-UCAT – Bollettino unificazione, n. 2, maggio 1985.

[20] Addirittura recentemente sono stati ripristinate le ricche prebende per i super manager degli istituti bancari: Cfr. Il Sole 24 Ore, a. 147, n° 34, 6 febbraio 2011, pp 1 e 7.

[21] Per quanto riguarda i processi sociali una riflessione a parte merita il ruolo svolto dalle immagini e in particolare dalla televisione, nonché quello della rete. Ambedue questi strumenti non solo veicolano idee ma anche omogeneizzano e generalizzano i comportamenti dei consumatori in tal mondo incidendo sulla ricerca di merci e sulla struttura stessa dei mercati.

[22] Sul ruolo strategico della scuola, sulla destrutturazione della scuola pubblica e in particolare di quella italiana vedi Giovanni Cimbalo, Le scuole delle organizzazioni di tendenza tra libertà religiosa e istruzione pubblica,

[25] Ivi.

[26] Lo sviluppo imprenditoriale delle economie locali. I comprensori del Medio Valdarno Inferiore, di Ponsacco e di Empoli. Crescita e sviluppo regionale: strumenti, sistemi, azioni, (a cura di Dino Borri e Fiorenzo Ferlaino), Franco Angeli, Milano 2009. Pace G., Crescita e sviluppo regionale: strumenti, sistemi, azioni, Franco Angeli, Milano 2010.

[27] L’inchiesta commissionata nel 2009 dalla regione veneta sulla presenza dei veneti in Romania si è sviluppata soprattutto sull’emigrazione storica svoltasi a partire dagli inizi del 1900 e non si è soffermata su quella recentissima di pensionati, tuttavia testimoniata da messaggi sulla rete relativi alle modalità di trasferimento della pensione in Romania a causa di un avvenuto trasferimento della residenza.

[28] Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, Penguin, 1992; trad. it., La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano 1992.

[29] Loretta Napoleoni, Maonomics, Rizzoli, Milano 2010.

[30] Fino ad ora i lavoratori prestavano servizio nella stessa azienda con due contratti diversi, sottoscritti con due datori di lavoro diversi, e temporaneamente (lavoro in affitto).